Notizie dal mondo
Americhe
Immigrazione negli Usa: la Chiesa si schiera Si moltiplicano le prese di posizione della Chiesa cattolica Usa a favore di una legge sull'immigrazione rispettosa dei diritti e della dignità della persona. Il dibattito politico su come regolamentare la situazione dei 12 milioni di «clandestini» (perlopiù latinoamericani) presenti sul suolo statunitense prosegue ormai da mesi, con il Congresso che si è progressivamente spostato da posizioni oltranziste (carcere o rimpatrio per tutti gli irregolari) a toni più morbidi, anche considerando che i latinos regolari rappresentano un bacino elettorale di cui tenere conto. Uno degli interventi più recenti in ambito ecclesiale è stato quello del presidente della Conferenza episcopale Usa, mons. William Skylstad: il 19 giugno, durante l'incontro estivo dei vescovi, ha denunciato che «ogni giorno, nelle nostre parrocchie, ospedali, servizi sociali e scuole siamo testimoni delle conseguenze umane di un sistema migratorio seriamente deteriorato», chiedendo «leggi migratorie giuste e umanitarie, ricordando che la nostra nazione è stata costruita dagli immigrati di tutto il mondo». In precedenza, tra le altre voci, si era alzata anche quella di mons. Gerald B. Barnes, presidente del Comitato dei vescovi Usa sulle migrazioni, il quale in maggio ha espresso «preoccupazione per l'utilizzo di militari nei controlli alle frontiere con il Messico e per ciò che questo comporta per i diritti degli immigrati».
Rimesse dei latinos, pilastro dell'economia Ammontano a 53 miliardi di dollari (oltre 42 miliardi di euro) le rimesse che i lavoratori latinoamericani, emigrati negli Usa (dove vengono chiamati latinos), in Europa o in Giappone, hanno inviato nel 2004 ai Paesi di origine. Il dato, il più recente a disposizione, è stato calcolato dalla Banca interamericana per lo sviluppo. Sono circa 25 milioni gli immigrati latinoamericani sparsi per il mondo; due terzi di questi inviano regolarmente denaro a familiari o amici. Il Paese di gran lunga in cima alla graduatoria delle rimesse è il Messico: gli emigrati (la maggior parte dei quali si trovano negli Stati Uniti) nel 2004 hanno spedito in patria oltre 20 miliardi di dollari; seguono Brasile (6,4 miliardi) e Colombia (4,1 miliardi). I Paesi più piccoli hanno naturalmente valori assoluti molto inferiori ma in realtà le rimesse rappresentano, in percentuale sul Pil, voci decisive nei bilanci statali: è il caso di Haiti, dove il 29% della ricchezza nazionale è rappresentato dalle rimesse, ma anche di Nicaragua, Guyana, Giamaica ed El Salvador, con percentuali comprese tra il 16 e il 18%.
Guyana, rinasce la febbre dell'oro Un tempo in testa alle classifiche mondiali di estrazione dell'oro, poi in difficoltà, la Guyana riscopre la voglia di dare la caccia a nuovi filoni, complice l'inarrestabile ascesa del prezzo del metallo giallo sui mercati internazionali, triplicatosi in un decennio e oggi vicino ai 600 euro per oncia. Lo sfruttamento dell'oro è in realtà croce e delizia per la piccola ex colonia britannica che si affaccia sull'Atlantico: da un lato risorsa fondamentale, insieme a poche altre (zucchero, riso, bauxite e legno), per sostenere l'economia locale, dall'altro causa di danni all'ambiente e alla salute di lavoratori e popolazione locale. Disastroso in particolare l'incidente nella miniera Omai, nel 1995, quando un pozzo che conteneva 3,2 milioni di metri cubi di residui della lavorazione, tra cui cianuro, si ruppe riversando veleni nei fiumi e nei terreni circostanti. La legge di protezione ambientale approvata successivamente non ha migliorato molto la situazione: come denuncia il Wwf vengono ancora largamente utilizzate sostanze tossiche come il mercurio. Altro aspetto contraddittorio è la gestione dei profitti di questa immensa risorsa e l'effettivo beneficio per la popolazione locale: le tre principali miniere che verranno sfruttate nei prossimi anni sono tutte di proprietà di imprese canadesi.
Africa
Darfur, le violenze non cessano Nonostante l'accordo di pace firmato il 5 maggio dal governo di sudanese e da una delle fazioni in lotta (Esercito di liberazione del Sudan), in Darfur continuano stupri, assassini e incendi di villaggi. Protagonisti delle violenze sono sempre le milizie janjaweed, «sponsorizzate» da Khartoum, e i guerriglieri delle altre due fazioni di ribelli che non hanno firmato l'intesa (una parte dello Sla, il Movimento per l'uguaglianza e la giustizia e l'Alleanza democratica federale del Sudan). Il governo si è sempre opposto all'invio di un contingente di pace Onu e, d'altra parte, i settemila soldati inviati dall'Unione Africana per controllare la tregua non sono sufficienti. Alle violenze si è aggiunta la carestia legata alla lunga ondata di siccità degli ultimi mesi. Le popolazioni sono allo stremo e anche gli aiuti arrivano con il contagocce. «I costanti attacchi - ha commentato padre Bryan Pippin del Jesuit refugee service - ostacolano gli sforzi umanitari in Darfur. I nostri progetti, soprattutto quello per l'istruzione degli adulti, non potrà essere portato avanti per molto e, stante l'attuale situazione, difficilmente potremo varare nuove iniziative».
Costa d'Avorio, pace in costruzione Il processo di pace in Costa d'Avorio procede, anche se lentamente. A sostenerlo il Gruppo di lavoro internazionale (Gti), un team creato nel 2005 dall'Onu per seguire la transizione nel Paese in vista delle elezioni del 30 ottobre e del quale fanno parte rappresentanti di Onu, Unione Europea, Unione Africana, Fondo Monetario, Banca Mondiale, Benin, Ghana, Guinea, Niger, Nigeria, Francia, Gran Bretagna e Usa. Le elezioni politiche di ottobre dovrebbero porre fine alla crisi iniziata nel 2002 con un tentato golpe che ha spaccato in due il Paese. Secondo i rappresentanti del Gti «molto è già stato fatto» sulla strada verso la pacificazione, ma «molto rimane da fare». La registrazione degli elettori, per esempio, è stata completata in sette località campione, ma deve ancora iniziare a livello nazionale. Sul fronte del disarmo, invece, il raggruppamento dei combattenti (fase preliminare della smobilitazione) è già concluso nelle regioni del sud controllate dal governo, ma è ancora in corso nelle regioni del nord controllate dai ribelli.
Europa
In Svizzera è nato il Consiglio delle religioni Esponenti cristiani, ebrei e musulmani in Svizzera sono riuniti in un'unica piattaforma. I rappresentanti delle tre religioni monoteiste hanno firmato a Berna il documento che li riunisce nel «Consiglio delle religioni in Svizzera». Obiettivo di questo nuovo organismo è promuovere la comprensione reciproca e fungere da interlocutore con le istituzioni. Il Consiglio è formato da dirigenti della Conferenza episcopale svizzera, del Consiglio della Federazione delle Chiese evangeliche svizzere, della Federazione svizzera delle comunità israelitiche e della Federazione delle organizzazioni islamiche in Svizzera. Nella Confederazione elvetica la pace religiosa non è minacciata, rilevano i promotori del Consiglio ma, negli ultimi decenni, la carta geografica delle religioni è cambiata, così come la funzione delle Chiese e delle comunità religiose nella società.
Gran Bretagna, inaugurata la Tenda della pace Il principe Carlo ha inaugurato a Londra, alla presenza dei rappresentanti delle principali comunità religiose del Regno Unito, la Tenda della pace. Pensata come luogo di dialogo e riconciliazione, essa intende dare una risposta alla violenza degli attentati terroristici che hanno colpito la capitale britannica nel 2005. Eretta nella City, cuore londinese del mondo degli affari, presso la chiesa protestante di St. Ethelburga (colpita dall'Esercito repubblicano irlandese, nel 1993 e oggi adibita a centro di dialogo interreligioso), la Tenda ospiterà conferenze, concerti, incontri spirituali e corsi per educatori e religiosi. La sua struttura, progettata dell'artista londinese Keith Critchlow, comprende sedici lati coperti da peli di capra intessuti in Arabia Saudita, come nella tradizione delle tende beduine, sui quali sono state inserite finestre colorate con i simboli delle diverse religioni. L'interno è ricoperto da tappeti intessuti in regioni del mondo devastate da conflitti. I mosaici che l'adornano sono stati eseguiti in Marocco.
Bulgaria, piano di riforme per l'adesione all'Ue Un piano di azione strutturato, con impegni e scadenze precisi, per dimostrare a Bruxelles di essere pronti all'ingresso nell'Unione Europea. Lo ha definito il governo della Bulgaria nell'intento di corrispondere ai requisiti indicati dalla Commissione europea, che il 26 settembre pubblicherà il rapporto definitivo in vista dell'adesione all'Unione della Bulgaria. Ipotizzato per il 1° gennaio 2007, al pari della Romania, l'ingresso nell'Ue è suscettibile di rinvio se i due Paesi non avranno attuato le riforme richieste. Tra i principali provvedimenti legislativi su cui le autorità di Sofia stanno lavorando, spiccano lotta alla corruzione, alla criminalità organizzata e al riciclaggio di denaro, riforma della giustizia, politiche agricole ed energia. In evidenza anche l'adozione di una legge sull'attività di lobbying per la trasparenza degli enti pubblici e privati, nonché un più severo impegno nelle indagini sugli omicidi eccellenti compiuti in Bulgaria negli ultimi anni.
Paesi Baltici, slitta ingresso in area Schengen L'accesso di Estonia, Lituania e Lettonia nell'area Schengen - che prevede la libera circolazione di cittadini e merci in tutti i Paesi membri - potrebbe subire un ritardo di almeno sei mesi, rispetto alla data inizialmente prevista (marzo 2007). Secondo quanto riferito da Mal Ruuda, portavoce estone presso la Commissione europea, il probabile rinvio sarebbe legato all'insorgere di problemi tecnici nel nuovo sistema informatico deputato a gestire la complessa macchina del controllo anagrafico dei cittadini Ue. In particolare, tra le più importanti procedure da mettere a punto, gli esperti segnalano quelle relative alla sicurezza, specificamente all'armonizzazione dei dispositivi tecnici tra i vari sistemi dei nuovi Paesi e l'architettura generale del sistema Schengen, basata su procedure governate a Strasburgo. Le tre Repubbliche baltiche sono membri dell'Ue dal maggio 2004, e una di loro - l'Estonia - vanta il più elevato livello europeo di sviluppo informatico.
Corruzione: il virus dell'Albania Parlamentari, magistrati e ispettori fiscali. Secondo un recente sondaggio realizzato da Usaid (agenzia governativa Usa per la cooperazione allo sviluppo) sarebbero queste - secondo gli stessi cittadini albanesi - le categorie più corrotte del Paese delle aquile. Tra le fila degli onesti invece gli albanesi annoverano il capo di Stato, Alfred Moisiu, seguito dagli ufficiali dell'esercito e dai capi delle comunità religiose. Tra le istituzioni meno credibili ci sarebbero i partiti politici e i sindacati, nei quali la maggioranza degli albanesi sembra riporre scarsa fiducia. Peggio ancora va al sistema che dovrebbe combattere questa piaga: la magistratura, alla quale l'opinione pubblica albanese assegna lo scettro della massima corruzione. Ma il virus della corruzione dilaga anche in altri campi. Il sondaggio di Usaid punta il dito contro il sistema delle tangenti pagate per vincere gli appalti. Secondo la stessa fonte, la maggioranza dei dipendenti pubblici afferma senza problemi che un imprenditore, «per vincere una gara, deve pagare tangenti pari almeno al 10% del suo valore».
Grecia-Turchia, la contesa del baklava Che i rapporti tra turchi e greci siano spesso tesi e problematici non è certo una novità. A volte però capita che gli antagonismi vertano su temi prettamente culturali, anziché politici. Un esempio è la diatriba scoppiata per la paternità del rinomato dolce, diffuso in buona parte dei Balcani, denominato baklava. La Grecia, in occasione di una «giornata europea» organizzata a Cipro, ha voluto sottolineare la paternità di questa sorta di millefoglie farcita di noci o pistacchi e imbevuta di sciroppo, presentandolo come dolce nazionale greco. Immediate le reazioni da parte turca. La disputa sulle origini del baklava ha finito per lambire anche l'Unione Europea. Alcuni giornalisti hanno voluto conoscere l'opinione di Hansjorg Kretschmer, capo della rappresentanza Ue in Turchia, nel corso di una sua visita alla Camera di Commercio di Ankara. Kretschmer, ricordando quanto sono numerose le contese simili in nome della difesa delle specificità culturali nazionali, ha suggerito ai turchi di rivolgersi alla Corte europea di giustizia per risolvere la controversia.
Asia
Armi, cresce l'export cinese nei teatri di guerra Sudan, Ciad, Liberia, Myanmar, Nepal: teatri di conflitti e guerre civili con un comune denominatore, le armi usate arrivano in gran parte dalla Cina. Il Sipri, l'istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, colloca il colosso asiatico all'8° posto tra gli esportatori di armi convenzionali pesanti nel 2004 e il governo di Pechino è l'unico tra i grandi di questo business a non avere sottoscritto gli accordi che vietano la vendita di armi che potrebbero essere usate per gravi violazioni ai diritti umani. L'export cinese è stimato superiore a un miliardo di dollari l'anno: valutazioni approssimative, visto che, dal 1998, Pechino non fornisce informazioni al Registro Onu delle armi convenzionali. Un rapporto di Amnesty International fa un lungo elenco di esportazioni cinesi nei teatri di guerra, spesso in violazione dell'embargo Onu: un accordo da 22,4 milioni di dollari per forniture al Nepal del re-tiranno Gyanendra, 222 veicoli militari Dong Feng al Ministero della Difesa sudanese, armi della cinese Norinco venduti ai ribelli del Fonte per il cambiamento in Ciad, 11 mila pistole esportate in Sudafrica nel 1998 e usate per rapine, stupri e reati.
Boom di milionari sudcoreani e indiani Sempre più Asia nell'élite dei milionari mondiali. Secondo l'annuale rapporto sui «paperoni» del pianeta, realizzato da Merrill Lynch e da Cap Gemini, sarebbero 8,7 milioni le persone che hanno proprietà superiori a un milione di dollari, una popolazione che è aumentata nel 2005 del 6,5% soprattutto grazie al contributo dei Paesi asiatici e, più in generale, dei Paesi emergenti, in cui si sono registrati gli incrementi più significativi. In Corea del Sud e in India il numero di milionari è aumentato di circa un quinto, ma nella graduatoria dei dieci Paesi con maggiore crescita ci sono anche Indonesia e Hong Kong. Il risultato sudcoreano, commenta lo studio, si spiega soprattutto con il boom della Borsa di Seul nel 2005, mentre il dato indiano è figlio della costante corsa dell'economia di New Delhi. Secondo le previsioni della banca d'affari Goldman Sachs, l'India dovrebbe diventare la quarta potenza economica mondiale entro il 2025 e la terza entro il 2050.
Yemen, Saleh si ricandida alle presidenziali L'era Saleh potrebbe non essere finita. Il presidente yemenita, al potere dal 1990 nel Paese unificato e dal 1978 nell'ex Yemen del Nord, sarà il leader del Congresso generale del popolo per le elezioni presidenziali in programma a settembre. Il dietro front di Ali Abdullah Saleh, che l'estate scorsa aveva annunciato la rinuncia alla candidatura, aumenta le tensioni in vista del voto: già nelle elezioni del 1999, vinte da Saleh con il 96% dei consensi, il National democratic institute di Washington aveva denunciato intimidazioni e compravendita di voti. Il timore di brogli è ancora alto. Per questo motivo, i partiti di opposizione riuniti nel Joint meeting parties (un'alleanza di sette formazioni che sosteranno un unico candidato), hanno più volte chiesto al governo di assicurare un clima di sicurezza e libertà per il voto: a metà giugno, è stato siglato un accordo in tal senso con il partito di maggioranza. Il Dipartimento di Stato Usa in un recente rapporto ha auspicato elezioni libere e giuste e insistito perché il governo del Paese faccia passi avanti contro la corruzione.
Filippine, cancellata la pena di morte A dodici anni dal suo ripristino è stata abolita la pena capitale nelle Filippine. Alla vigilia della sua visita in Italia, dove ha incontrato anche Benedetto XVI, il 24 giugno la presidente Gloria Arroyo ha firmato la legge che era stata approvata nelle settimane precedenti dalle due Camere del parlamento filippino. Una decisione che cancella definitivamente la pena di morte - reintrodotta nel 1994 per 64 fattispecie di reato - dopo la moratoria decisa nel 2000 dal presidente Joseph Estrada, poi confermata dalla Arroyo. Già nel giorno di Pasqua, il capo dello Stato aveva annunciato la conversione di 301 condanne a morte in ergastoli, una scelta che aveva acceso le speranze, tra gli altri, della Conferenza episcopale locale sull'approvazione del progetto di legge in discussione in tempi brevi o comunque prima della campagna elettorale per le presidenziali del 2007. I detenuti in attesa di esecuzione erano oltre 1.200; prima della moratoria di Estrada sono state eseguite sette condanne a morte.
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