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  Agosto/Settembre 2006 - Editoriale
 


Tomas Eceizabarrena S.I. *

La Chiesa che sognava Saverio


Poche settimane fa mi sono recato a Kagoshima, per accompagnare una cinquantina di cristiani giapponesi. Volendo commemorare il quinto centenario della nascita di Francesco Saverio, ci è sembrato che la cosa migliore fosse andare in pellegrinaggio esattamente dove il santo sbarcò in Giappone, nel 1549. Lì abbiamo potuto visitare il monastero buddhista in cui nacque la sua amicizia con l'anziano monaco Ninshitsu e il palazzo di Ijuin, dove dialogò con il daimyo (signore feudale dell'epoca) e ottenne il permesso di predicare il cristianesimo. Una volta di più mi è venuto da pensare al lavoro senza sosta di Saverio durante i suoi dieci anni di apostolato, due dei quali in Giappone, e, più in generale, a ciò che spinge, allora come oggi, la Chiesa a essere missionaria.

Ripenso ai cinque secoli di attività missionaria seguiti all'epopea di Saverio. Un periodo che, molte volte, ha visto la Chiesa «protetta» dalle potenze europee, che politicamente e culturalmente hanno dominato grandi porzioni del mondo. Altre volte, invece, la Chiesa è stata perseguitata, con migliaia di martiri, testimoni fedeli dell'amore di Dio per gli uomini. Ci sono state, e ci sono, grandi istituzioni della Chiesa (soprattutto in campo educativo) con un reale influsso nella società. C'è stato, e c'è, un lavoro sociale nascosto che cerca di alleviare le sofferenze di gran parte dell'umanità. Tuttavia, le difficoltà in cui si imbatte oggi la Chiesa cattolica, sia in Oriente sia nel Vecchio continente, ci devono far riflettere. È questo ciò che desiderava Saverio? Possiamo credere che, attraversando le diverse regioni nei suoi dieci anni di apostolato, sognasse una Chiesa così «stabilizzata»? Forse è troppo ardito voler seguire gli ideali vissuti dal santo. Tuttavia a uno che ha vissuto più di mezzo secolo in uno dei Paesi più amati da Saverio, cercando, sebbene da lontano, di seguirne i passi, si può concedere di suggerire alcuni spunti di riflessione.

La Chiesa, in particolare la Chiesa missionaria, necessita di una conversione? Crediamo di sì. Se desideriamo che l'«infedele» si converta è necessario che prima ci convertiamo noi. Occorre compiere il passaggio da una Chiesa timorosa a una Chiesa coraggiosa. Timore di cosa? Devo presentare la verità senza spaventarmi qualora dovessi incontrare questa stessa verità posseduta, seppure in forma diversa, dal mio interlocutore. È richiesta, credo, anche una conversione all'umiltà. Molte volte la Chiesa, come tale, e i missionari in particolare non hanno saputo presentare il Vangelo né trattare con la dovuta umiltà, dimenticando che molto dobbiamo imparare da chi abbiamo di fronte.

Con coraggio e umiltà Saverio è riuscito ad arrivare agli uomini più lontani del suo tempo. Con coraggio e umiltà ha parlato dell'amore di Dio. Ci manca il coraggio? Ci manca l'umiltà?

O ci manca la fonte di entrambe le cose, l'amore di Dio?

La Chiesa, mi chiedo ancora, è luogo di riconciliazione? Uno dei problemi attuali e globali è senza dubbio quello della riconciliazione tra i popoli. Antiche rivalità storiche, non solo tra popoli o nazioni, ma anche tra famiglie e individui. Non poche volte la religione è causa o motivi di inimicizia. Un Saverio contemporaneo approfitterebbe del contatto con popoli tanto diversi per cercare di riconciliarli. È vero, spesso la Chiesa istituzionale, avendo scarso influsso nella vita di alcuni Paesi, si vede impossibilitata a essere centro propulsore di riconciliazione. Tuttavia, ai singoli cristiani o ai gruppi si presenta spesso l'occasione di essere autentici artefici di pace. Saverio ha lasciato nei suoi scritti sagge testimonianze sui modi di unire portoghesi e autoctoni, capi e sudditi, religiosi di diverse congregazioni. Ciò che non possono fare le grandi istituzioni lo devono fare le persone, sull'esempio di Saverio, «luogo» di riconciliazione tra gli individui e tra i popoli.


* Gesuita, assistente per gli Archivi nella Provincia del Giappone

 

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