Da Roma a Verona
«La Chiesa italiana dopo Wojtyla: l'ora dei laici»
Per la quarta volta dopo il Concilio la Chiesa italiana si raduna a convegno. Grande l'attesa, ma non manca chi teme vada sprecata una così importante occasione per la comunità ecclesiale. In questa intervista esclusiva i ricordi, gli auspici, le preoccupazioni di padre Bartolomeo Sorge, gesuita, ex-direttore di Popoli, che trent'anni fa fu vice-presidente del primo Convegno. Nelle sue parole molta nostalgia e un appello: fiducia ai laici.
Alla fine di luglio, la redazione di Popoli ha incontrato padre Sorge in un fitto dialogo durato quasi due ore. Per non togliere spazio al gesuita, abbiamo omesso le nostre domande e riunito le risposte sotto alcuni titoletti. Roma 1976: una verifica del Vaticano II Nel 1973 la Conferenza episcopale italiana (Cei) decise di fare una verifica a dieci anni dal Concilio Vaticano II per vedere come la Chiesa italiana aveva recepito le conclusioni conciliari. Monsignor Enrico Bartoletti, segretario della Cei, fu incaricato di organizzare questo Convegno, che doveva svolgersi a Roma; mi chiamò a far parte della presidenza del Comitato preparatorio. Cercai di resistere, essendo stato nominato da poco direttore de La Civiltà Cattolica; ma la sua insistenza fu tale che non potei dirgli di no. Oltre a me Bartoletti volle che, nella presidenza del Comitato preparatorio, vi fosse anche un laico e la scelta cadde su Giuseppe Lazzati, rettore dell'Università Cattolica di Milano. Lo spazio dato ai fedeli laici sin dall'inizio della preparazione del Convegno fu un fatto significativo dello spirito nuovo (postconciliare!) con cui mons. Bartoletti volle impostare fin dall'inizio quella straordinaria assemblea ecclesiale. Fu un momento bellissimo. Di grazia. Il Comitato preparatorio, formato da 74 persone (un vescovo, un laico e un sacerdote o religioso, per ciascuna delle circoscrizioni ecclesiastiche), lavorò per oltre due anni in perfetta sintonia. Purtroppo, il 5 marzo 1976, otto mesi prima della celebrazione del Convegno, monsignor Bartoletti morì improvvisamente. Ci fu un attimo di incertezza. Qualche importante prelato giunse persino a chiedere che, dopo la morte del Segretario della Cei, l'incontro di Roma non si tenesse più: chi, al suo posto, avrebbe potuto garantirne il successo? Se quell'importante evento ecclesiale ebbe luogo ugualmente, lo si deve soprattutto al cardinale Antonio Poma, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che se ne fece garante dinanzi al papa e ai vescovi, assumendo personalmente la presidenza del convegno. La Chiesa italiana negli anni '70 La Chiesa italiana del dopo-Concilio viveva in quegli anni una stagione difficile, segnata da gravi lacerazioni. La contestazione delle «comunità di base» si era fatta particolarmente aggressiva; nel 1970, a Vallombrosa, le Acli, dopo aver rotto l'anno prima il «collateralismo» con la Dc, compirono la discussa «scelta socialista»; pure la «scelta religiosa» dell'Azione cattolica di Bachelet, nel 1972, aveva suscitato nella Chiesa italiana incomprensioni e dibattiti; infine, nel 1974, in occasione del referendum sul divorzio, una nutrita schiera di «cattolici per il No» si schierò con i sostenitori della legge divorzista, suscitando la dura reazione dello stesso Paolo VI. Tenendo conto di quel difficile contesto, appare chiaramente il grande merito di mons. Bartoletti. Approfittando della stima di cui godeva presso il papa e presso i vescovi, riuscì a far passare una idea originale di Convegno ecclesiale nazionale: «O diamo voce alla base ecclesiale - ci ripeteva spesso -, chiamando tutti a partecipare, anche chi ha creato problemi alla comunità cristiana, oppure è meglio non fare nessun convegno. Il primo frutto deve essere la riconciliazione ecclesiale». Paolo VI, all'inizio un po' esitante, si fidò pienamente di mons. Bartoletti; non solo approvò l'idea del Convegno, ma continuò ad appoggiarla anche dopo la morte improvvisa del suo ideatore. Coinvolgimento corale Se mi si chiedesse di definire con una sola parola il Convegno di Roma, non esiterei a dire che esso fu un momento «profetico» nella vita della Chiesa italiana. Profetica fu l'intuizione che, per fare il punto sulla effettiva recezione del Concilio a dieci anni dalla sua conclusione, era necessario ascoltare soprattutto la voce della base ecclesiale. La preparazione durò due anni e mezzo. Mons. Bartoletti ci ripeteva: «Non fissiamo nessuna data; quando saremo pronti, il Convegno si farà». Il coinvolgimento delle Chiese locali fu veramente corale: anche nelle più piccole parrocchie tutti sapevano che cosa si stesse preparando; se ne parlò sulla stampa e persino in televisione si tenne più di un dibattito sui temi del Convegno, coinvolgendo anche esponenti di altre culture. I fedeli laici ebbero un ruolo fondamentale nella preparazione e nello svolgimento del Convegno: a essi (affiancati da un teologo in qualità di esperto) venne affidata la presidenza in nove delle dieci commissioni di studio durante i lavori dell'assemblea. Giunsero a Roma, al Comitato preparatorio, da tutte le diocesi e da tutti i movimenti risposte molto impegnate alle questioni proposte dal Comitato stesso. Persino le cosiddette «comunità del dissenso» inviarono dossier e documenti di cui si tenne conto. Essendo stata affidata a me la seconda relazione finale del Convegno (l'altra fu a carico di mons. Luigi Maverna, eletto segretario della Cei dopo Bartoletti), posso dire che in essa mi sforzai di raccogliere l'apporto di tante voci diverse e della base ecclesiale. Tra l'altro potei affermare, già nel 1976, che si prevedeva ormai la fine dell'unità politica dei cattolici, tanto che fin d'allora - trent'anni fa! - si avvertiva la necessità di pensare a un modo nuovo di presenza sociale e politica dei cattolici nel Paese. Queste previsioni ovviamente non furono prese sul serio. Così come non venne accolto il voto finale, la richiesta di creare nella Chiesa italiana uno spazio aperto in cui vescovi, sacerdoti e laici potessero dialogare ed elaborare insieme una cultura comune che avesse poi una ricaduta sociale e politica, lasciandone la responsabilità alla coscienza formata dei fedeli laici. Loreto e Palermo: uno stile mutato Con il Convegno di Loreto (1985) il clima cambiò. Fin dalla fase preparatoria si ebbe chiara la percezione di essere in presenza di una «normalizzazione». Vi influirono in modo determinante la cultura teologica e la personalità carismatica di papa Wojtyla, eletto pontefice due anni dopo il Convegno di Roma. Nella lettera inviata all'Assemblea Generale della Cei nel 1984, Giovanni Paolo II sottolineava con forza che nel Convegno di Loreto i vescovi avrebbero dovuto occupare il posto che a essi competeva «per istituzione divina». Era chiaro a quel punto che si andava verso un convegno la cui gestione sarebbe stata saldamente in mano alla Gerarchia. Infatti, nessun laico fu chiamato a far parte della presidenza (a differenza del Convegno di Roma) e il papa stesso intervenne direttamente a orientare i lavori e le conclusioni del Convegno (a differenza di Paolo VI, che si limitò a una serie di catechesi sulla evangelizzazione e la promozione umana nelle settimane precedenti l'assemblea e alla celebrazione della Messa per i convegnisti in San Pietro). La ragione di fondo di questa differenza, a mio avviso, sta nel fatto che - per usare la terminologia in voga negli anni '80 - mentre Paolo VI si ispirava a una «cultura della mediazione», papa Wojtyla era chiaramente orientato a una «cultura della presenza», cioè - come spiegò egli stesso a Loreto - all'idea di una Chiesa «forza sociale», chiamata a esercitare «un ruolo-guida e un'efficacia trainante» e a svolgere una funzione pubblica in Italia. Da qui la necessità di ribadire per i cattolici il dovere di un impegno unitario in politica. Fu questa la linea che s'impose sostanzialmente anche al Convegno di Palermo (1995), nonostante la Dc fosse già finita. Tutto ciò spiega perché le due assemblee ecclesiali nazionali di Loreto e di Palermo sembrarono pensate più come l'occasione per far conoscere alla Chiesa italiana le direttive dei vescovi che come un momento di discernimento spirituale comunitario attraverso il dialogo e l'ascolto delle varie componenti della comunità cristiana. Forse fu anche questa la causa della scarsa risonanza che essi ebbero nell'opinione pubblica. Missione, cultura, politica: tre linee d'azione Nonostante questi limiti, i tre Convegni ecclesiali sono stati certamente momenti di crescita e di maturazione della Chiesa italiana. Lo Spirito Santo che guida la Chiesa non si lascia condizionare. Si è avuto così uno sviluppo progressivo e fecondo soprattutto lungo le tre grandi linee pastorali che erano già emerse dal convegno di Roma su Evangelizzazione e promozione umana. Esse riguardano il cammino post-conciliare di rinnovamento, intrapreso dalla Chiesa italiana in vista di una nuova evangelizzazione del Paese. La prima linea è quella di una nuova missionarietà. In un'Italia profondamente cambiata non serve più la tradizionale pastorale di conservazione a cui ci eravamo abituati nei giorni della «cristianità», quando il Paese si poteva considerare tutto evangelizzato; occorre ormai passare a una pastorale di missione, di fronte al processo di avanzata secolarizzazione e di progressivo abbandono della fede. La seconda grande linea punta a una rinnovata presenza sul piano culturale, tanto più necessaria oggi che sono messi in discussione valori fondamentali, quali il primato della vita, la stabilità e la natura della famiglia, l'etica personale e pubblica. Da questa necessità è nata al Convegno di Palermo la proposta di lanciare un «Progetto culturale cristianamente ispirato». L'idea certamente è ottima in sé, ma sinora è stata gestita verticisticamente dalla Cei, senza un reale coinvolgimento della base ecclesiale, dei movimenti e dei fedeli laici. Si sono tenuti al vertice molti incontri di studio, se ne sono pubblicati gli atti, ma nelle diocesi, in periferia, non se ne sa niente. La terza grande linea pastorale, emersa a Roma e ribadita a Loreto e a Palermo, riguarda il necessario rinnovamento della presenza sociale e politica dei cattolici in Italia. Fino a Loreto si è insistito ancora sull'unità partitica dei cattolici, mentre a Palermo (quando la Dc era ormai scomparsa, dopo tangentopoli e le elezioni del 1994), si è potuto fare un discorso più sereno e libero. Tuttavia, nessuno si è esposto. L'unico a parlare con chiarezza a Palermo è stato il Papa. Gli altri si sono limitati a ripeterne le parole, rimaste famose: «La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica democrazia». Solo il cardinal Martini, nel discorso di Sant'Ambrogio del 1995, riprese l'insegnamento del papa per applicarlo alla nostra particolare situazione: per la Chiesa italiana - specificò - questo non è «un tempo di indifferenza, di silenzio, e neppure di distaccata neutralità o di tranquilla equidistanza. Non basta dire che non si è né l'uno né l'altro, per essere a posto [...] non è in gioco il futuro della Chiesa, è in gioco il futuro della democrazia». In realtà, in tutti questi anni di diaspora dei cattolici, è mancato a livello ecclesiale il coraggio di parlare e di pronunciare chiaramente un giudizio morale sulle culture politiche, sui modelli sociali e sui programmi che si confrontano in Italia. Dopo la fine dell'unità nella Dc e di fronte alla diaspora dei cattolici, la questione della presenza politica dei cristiani è stata praticamente rimossa per il timore di apparire collaterali all'una o all'altra fazione. La conseguenza è che tuttora non abbiamo ancora trovato un accordo sul modo nuovo di testimoniare i valori cristiani nella società italiana di oggi, secolarizzata e pluralistica: come fare unità nel rispetto della pluralità? Il compito di dare una risposta soddisfacente a questo interrogativo non spetta esclusivamente ai fedeli laici, ma riguarda tutta insieme la comunità cristiana. A dieci anni dal Convegno di Palermo il nodo non è stato ancora seriamente affrontato e risolto. Ci riuscirà il Convegno di Verona? Verona: tra carisma e istituzione Il tema del IV Convegno ecclesiale è molto bello: Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo. Sappiamo tutti quanto sia necessario ridare speranza agli uomini del nostro tempo, attraversato da delusioni, da paure e da sconvolgimenti drammatici. Ciononostante, l'attesa maggiore è per ciò che dirà Benedetto XVI a Verona. Infatti, è la prima volta che la Chiesa italiana si riunisce in assemblea dopo la morte di Giovanni Paolo II ed è la prima volta che papa Ratzinger si rivolge a tutta la Chiesa italiana (di cui è Primate) riunita in assemblea. È finita l'era di papa Wojtyla? In che misura continuerà o cambierà il clima ecclesiale degli ultimi ventisette anni, dominati dalla grande figura di Giovanni Paolo II, che con la sua personalità e con il suo carisma ha impresso un orientamento così marcato al cammino pastorale della Chiesa italiana? Nella società italiana pluralistica di oggi il vero problema è come tradurre in termini laici, comprensibili e accettabili anche dalla cosiddetta «cultura laica», i valori di una antropologia illuminata dal Vangelo, che sono valori profondamente umani. Ciò non può avvenire senza una rivalutazione piena della missione propria dei fedeli laici, uomini e donne, non solo nella società ma anche nella Chiesa. Non ha senso che sia la Gerarchia a gestire in proprio il confronto «politico» con i partiti o con il governo. C'è il rischio concreto - come ho scritto recentemente su Aggiornamenti Sociali - di invadere involontariamente il campo altrui, finendo con l'appannare la profezia o la parresìa evangelica, facendo risorgere vecchi steccati e ridando fiato all'anticlericalismo. La questione, però, chiama in causa anche i fedeli laici: dove sono oggi i fedeli laici maturi? Certo, non mancano, eppure non fanno sentire efficacemente la loro voce. La vera urgenza di Verona, dunque, è promuovere con ogni mezzo la formazione e la presenza in Italia di un laicato maturo. Il Concilio ha aperto una fase carismatica nella vita della Chiesa, riconoscendo che lo Spirito Santo concede i suoi doni (carismi) anche alla base della Chiesa, anche ai fedeli laici: questi carismi vanno accolti con gratitudine (cfr Lumen gentium, n. 12). Ora, il rapporto tra carisma e istituzione è, di natura sua, dialettico. Non sono uno contro l'altra, ma uno per l'altra. Lo Spirito suscita i carismi nella Chiesa per purificare e illuminare l'istituzione; alla quale, a sua volta, spetta il compito di verificare l'autenticità dei carismi stessi. Proprio per questo, la «normalizzazione» attuata dai due convegni di Loreto e Palermo dopo la fase profetica del primo periodo post-conciliare non va vista in senso negativo, ma in modo dialettico e costruttivo. Riuscirà il Convegno di Verona, grazie all'impegno di testimoniare Gesù risorto speranza del mondo, a realizzare la sintesi tra «cultura della mediazione» e «cultura della presenza», cosicché i vescovi si aprano alle esigenze di un laicato maturo e i laici sappiano riconoscere nella guida dei pastori la strada per un comune rinnovamento insieme istituzionale e profetico? Non essendo stato invitato a partecipare al Convegno di Verona, non mi resta che affidare a Dio nella preghiera queste preoccupazioni e questi auspici che porto nel cuore alla vigilia dell'importante evento ecclesiale. |