I gesuiti non sono mai stati estranei alle opere in favore delle vittime di ingiustizie e di altre sventure, dei poveri, dei piccoli. È vero: hanno fondato collegi e università associandoli però, nella maggior parte dei casi, a servizi ai più poveri ed emarginati, come l'assistenza ai carcerati, la difesa di popolazioni aborigene oppresse, la creazione di lebbrosari e altri compiti simili. Non c'è nulla di strano, perciò, nel fatto che questa dimensione della vita dei gesuiti sia tornata in primo piano con la rinascita evangelica che si è manifestata nella Chiesa al tempo del Concilio Vaticano II. I gesuiti riuniti nella 32ª Congregazione generale, che si svolse tra il 1974 e il 1975, si resero conto di dover favorire un risveglio. Affermarono, infatti, che la trasformazione delle strutture sociali è necessaria per la liberazione sia spirituale sia materiale dell'uomo ed è legata strettamente all'opera di evangelizzazione. «Giustizia» fu il termine pronunciato in quella occasione, perché non ci si accontentasse di belle parole. Innanzitutto è di carità che si tratta, ma la giustizia è sempre il primo passo della carità, la sua prima esigenza. Non si può dire che ciò sia avvenuto ovunque con successo, tuttavia questo fatto ha cambiato abbastanza il volto della Compagnia di Gesù. Oggi essa è all'opera nei quartieri peroferici di Marsiglia segnati dalla violenza, come nei collegi dei quartieri nobili; si batte per la giustizia a favore dei campesinos del Chiapas in Messico, come per la difesa dei diritti fondamentali delle persone nelle regioni più interne del Congo e ha creato un importante servizio per i rifugiati che opera in quasi tutto il mondo.
Come conseguenza di tali scelte i gesuiti si sono sempre più spesso scontrati con i problemi derivanti dalle dimensioni politiche del loro impegno.
Occorre notare che il gesuita è votato alla riconciliazione, all'avvicinamento, ben più che alla lotta. I sei padri che furono massacrati in El Salvador nel 1989 lavoravano in favore della mediazione, non della divisione, nel periodo di una guerra civile implacabile. Tuttavia, è vero che quando si lavora per la giustizia si prendono spesso delle bastonate. Occorre forse ricordare Gesù?
Guardando al domani, ci si potrebbe chiedere se sia ancora necessario insistere tanto sulla giustizia. Nulla fa supporre che ci sia meno bisogno di intervenire perché sia fatta giustizia, perché ci sia una sufficiente uguaglianza delle opportunità, ad esempio, nelle nostre periferie, come pure tra i diversi popoli. Qualcuno sostiene che Benedetto XVI, nell'enciclica Deus caritas est, ha frenato questo impegno quando scrive che «la formazione di strutture giuste non è immediatamente compito della Chiesa» e che «in questo, il compito della Chiesa è mediato» (n. 29). Ora, sappiamo che cosa sta dietro a una corretta distinzione tra le azioni della Chiesa e quelle dello Stato: se si fa confusione, si rischia di violare la libertà di fede che deve restare al riparo da ogni costrizione dello Stato. Ma bisogna rilevare che, anche secondo il papa, i laici stessi hanno «il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società» (ivi) e i responsabili della Chiesa, i suoi ministri, devono ricordare loro continuamente questo dovere, insegnarlo e accompagnarli lungo il percorso di questa ricerca.
Bisogna infine sottolineare che sono ancora e sempre valide le parole dei vescovi che furono gli autori della Gaudium et spes: «Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno» (n. 43). Al giorno d'oggi esiste una minore separazione tra la fede e l'azione che giustifichi un nostro disimpegno?