Identità - Differenza - gennaio 2007

A velo spiegato

Suscita dibattiti politici e aspre polemiche, soprattutto in Europa. È preso per simbolo di tutte le difficoltà dell'integrazione fra culture. Ma le mille forme e le origini antiche del «velo islamico» nascondono una storia tutta da raccontare

Savina Zanardo

Qual è l'origine del velo nell'islam? Il mondo musulmano è un crogiolo di culture, etnie e tradizioni diverse ed è quasi impossibile fornire una classificazione completa del velo, così come oggi è indossato nei tanti mondi dell'islam. Ma si può tracciare un rapido (e incompleto) quadro dei termini, per aiutare a leggere una realtà che spesso viene travisata o, quantomeno, descritta sbrigativamente dai media e che genera confusione.
Il termine arabo hijab, che traduciamo con «velo» e che oggi è il fazzoletto portato sul capo dalle donne musulmane in modo da coprire i capelli e il collo, indicava in origine una qualsiasi forma di «separazione». Questa parola, infatti, vuol dire in prima luogo «tenda», cioè il riparo usato dai nomadi, così come la parola del persiano moderno chador, che oggi indica il velo tradizionale portato dalle donne sciite per coprire la testa e l'intero corpo, lasciando scoperti il volto e le mani. «Tenda» per separare la vita privata dalla vita pubblica, «tenda» per nascondere quello che, in quanto sacro o privato, non deve essere mostrato agli occhi di tutti.
Contrariamente a quanto siamo abituati a pensare, nella storia islamica non sono state solo le donne nascondersi dietro a una tenda. Fu, infatti, proprio il profeta Maometto a essere rappresentato in miniature con il viso coperto da un velo, al pari di altri profeti, mistici e capi di rivolte. Questo non era dovuto alla presunta fobia islamica per le immagini, quanto al fatto che, nella storia del mondo musulmano, le alte personalità sono velate. Il velo isola la guida della comunità dalla massa. Entrambe queste manifestazioni dell'islam - l'hijab che nascondeva il detentore del potere e quello che nascondeva le donne - risalgono a culture sedentarie, come quella bizantina o, comunque, del mondo cristiano-orientale. Nelle chiese orientali, ad esempio, il tendaggio divideva la zona absidale dall'altare, e fu sostituito più tardi da strutture rigide come l'iconostasi.
Quanto alla prescrizione del velo per la donna musulmana, è importante risalire alle origini dell'islam e alla rivelazione coranica. La parola hjijab compare sette volte nel testo sacro, e per sei volte nell'accezione specifica di «tenda». In origine, il permesso di avvicinarsi alle mogli del Profeta unicamente da dietro un hijab aveva motivazioni di protocollo e di etichetta (come si comprende, ad esempio, nella sura 33).

NEL CORANO
Solo in un passo della sura 19 le si dà un senso specifico di capo di abbigliamento e forse il termine hijab è inteso come velo: «E nel Libro ricorda Maria [la Madre di Gesù], quando s'appartò dalla sua gente lungi in un luogo d'oriente ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo. E Noi le inviammo il Nostro Spirito che apparve a lei sotto forma di uomo perfetto».
Dell'hijab come preciso capo di vestiario che deve obbligatoriamente coprire le donne musulmane non c'è, dunque, traccia esplicita nel Corano. Il vero «nodo» sta in due versetti. Il primo, nella sura 24, è un ammonimento a tutela di quello che chiamiamo «comune senso del pudore» e in cui compare il termine khumur (plurale di khimar), che oggi indica un copricapo che circonda l'ovale del viso nascondendo i capelli.
Il secondo versetto (sura 33) presenta un'ammonizione più precisa per le moglie di Maometto: «O Profeta! Di' alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre, e a che non vengano offese».
Il termine qui usato è jilbab, in arabo «mantello», che, ancora oggi, indica un'ampia tunica che serve a coprire tutto il corpo, destinato - e in alcuni contesti contemporanei lo è ancora - a distinguere gli appartenenti alla comunità musulmana, che all'epoca era minoritaria, e per marcare la propria identità. In particolare, erano le donne appartenenti alle classi sociali elevate che scelsero di coprirsi per differenziarsi dalle schiave, scoperte e - secondo i codici vigenti all'epoca - pubblicamente disponibili. Il mantello, nell'area mediterranea, era usato dalle donne altolocate e non costituiva uno strumento di oppressione nei confronti di alcune, come molti oggi credono. Ma, certamente, da strumento di distinzione, il velo poteva divenire mezzo di emarginazione o di repressione, cosa che puntualmente avvenne.
Anche san Paolo, scrivendo ai Corinzi, indicava nel velo delle donne un segno di sottomissione e Tertulliano, apologeta del II secolo, nel De virginibus velandi propugnò per tutte le donne cristiane sia il velo, sia una stretta segregazione fisica, perché il solo vedere una donna rappresentava per i fedeli maschi un pericolo. Le posizioni di cui Tertulliano si faceva promotore, erano dominanti sulle rive del Mediterraneo cristiano nel VII secolo, quando vi si affacciò l'islam.
A distanza di secoli, il velo divenne in ambito islamico argomento di discussione, sotto l'influenza riformatrice del khedivé Ismail, vicerè ottomano in Egitto, il quale, intorno al 1873, fondò la prima scuola femminile nella quale alcune ragazze abbandonarono il velo. Ma il vero protagonista della svolta femminista fu Qassim Amin il quale, nel suo trattato sulla liberazione della donna (1899), denunciò il suo stato di sottomissione e promosse un'interpretazione storicizzata del testo coranico. Pur non domandando la soppressione del velo, propone il suo utilizzo in ambito esclusivamente religioso. In seguito alla decolonizzazione, diversi Stati scoraggiarono l'uso del velo in nome della modernizzazione, in particolare la Turchia di Mustafa Kemal Atatürk.

IRAN, UN NUOVO SIGNIFICATO
Con la rivoluzione del 1979 e l'avvento del regime khomeinista, in cui le donne ebbero un ruolo chiave, il velo assunse in Iran nuovi significati e fu visto come strumento di liberazione e di valorizzazione dell'identità femminile, che rendeva possibile il ruolo attivo delle donne nella repubblica islamica senza minacciare la purezza della società che la rivoluzione aspirava a costruire. Il significato ideologico del velo come rifiuto della modernità occidentale è in alcuni contesti una chiave di letture di alcune scelte, che tuttavia rimangono sempre personali di donne musulmane contemporanee, attive e impegnate, che non si sentono limitate dal velo, anzi lo ritengono un modo per non rinunciare a un ruolo pubblico nella società.
In questo Paese, è obbligatorio per le donne indossare il rusarì (fazzoletto da testa) e il manteau (una spolverino che viene portato sopra i pantaloni); per lavorare negli uffici pubblici e seguire corsi a scuola o all'università, è necessario indossare il maknaé, una sorta di foulard a forma di manto che lascia scoperto solo il volto e copre le spalle e il busto.
All'Università di Esfahan, una studentessa yemenita ci confessò il suo disagio perché, abituata a coprirsi il volto nel suo Paese di origine, non era autorizzata a seguire le lezioni o a camminare per strada con il volto coperto nell'Iran di oggi...
Come appare chiaro, questa interpretazione iraniana è ben lungi dalle aberrazioni di cui furono, e sono, ancora vittime le donne dell'Afghanistan, tutte costrette dal regime dei taliban a indossare il burqa. Tradizionalmente le contadine afgane non lo indossavano, ma portavano solo un fazzoletto in testa. Il burqa infatti era molto caro, oltre che scomodo, e potevano acquistarlo solo le donne più ricche. Negli anni Sessanta, quando diminuirono i costi di produzione di questo indumento, anche le donne più povere poterono iniziare a permetterselo e corsero a comprarlo per essere à la page. Così diventò un abito di moda. Ma a metà degli anni Novanta arrivarono i taliban con le loro folli imposizioni.
Oggi l'Arabia Saudita è il solo Paese arabo in cui è obbligatorio per le donne coprirsi il volto con il velo e indossare il jilbab, mentre nei Paesi del Golfo, è tradizione delle donne indossare il niqab, maschera che copre il volto della donna, lasciando scoperti solo gli occhi. In Siria, alcune donne scelgono di velarsi il volto completamente, seguendo una moda in voga a Damasco negli anni Venti. Ma non esiste a tutt'oggi una disamina completa a livello iconografico e lessicale del velo nei mondi dell'islam. Resta la curiosità di scoprire un universo variegato, che non è solo sinonimo di repressione.
 

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