Dialogo e annuncio - gennaio 2007

Nel nome di Abramo l'amico di Dio

Sono arrivati da tutto il mondo in Siria, ospiti nella suggestiva cornice di un monastero che ha fatto del dialogo la propria ragione di vita: un gruppo di gesuiti esperti di islam si è riunito per condividere riflessioni ed esperienze. E per realizzare un sogno

Arrigo Sironi
DEIR MAR MUSA (SIRIA)

All'inizio degli anni Ottanta, a Roma, sotto l'auspicio dell'allora Padre generale dei gesuiti, Pedro Arrupe, hanno preso il via alcuni incontri periodici tra gesuiti che si occupano di ricerca e di dialogo nel mondo islamico. Si è creata così una sorta di «comunità dispersa» nelle varie parti del mondo, che saltuariamente torna a riunirsi. Lo scorso settembre il ritrovo si è svolto a Deir Mar Musa, in Siria, dove sorge un monastero di rito siro-cattolico, rifondato dal gesuita Paolo Dall'Oglio nei primi anni Ottanta per divenire un centro di preghiera, di lavoro manuale in semplicità evangelica e di ospitalità, un luogo al servizio dell'armonia islamo-cristiana. La comunità monastica - le cui costituzioni sono state recentemente approvate dalla Congregazione per la dottrina della fede - porta il nome di Al-Khalil, che significa Abramo, l'amico di Dio.

«ANDARE PRESSO I TURCHI»
Per padre Paolo l'incontro è stato la realizzazione di un sogno: «Ho visto riuniti sotto lo stesso tetto, da un lato il gruppo di gesuiti con i quali ho collaborato fin dall'alba della mia vocazione-missione al dialogo islamo-cristiano, dall'altro i monaci e le monache di Deir Mar Musa, consacrati all'amore di Gesù di Nazareth per i musulmani e per l'islam. Tutto ciò si inscrive perfettamente nel desiderio di sant'Ignazio e dei primi compagni "d'andare presso i turchi"».
A causa della guerra israelo-libanese dell'estate e di difficoltà di visti, hanno potuto ritrovarsi solo una quindicina di gesuiti islamologi (o forse sarebbe più corretto dire islamofili). Fortunatamente, però, al gruppo si sono aggregati alcuni gesuiti della Siria, che hanno aggiunto la ricchezza dell'esperienza diretta sul campo alla vastità delle conoscenze dei confratelli venuti da Indonesia, India, Pakistan, Russia, Turchia, Libano e dall'Occidente (c'è ormai un islam occidentale).
I gesuiti si sono ritrovati per una prima concelebrazione eucaristica a Damasco, nella Casa Nova della Custodia di Terra Santa, non lontano dalla Porta Orientale che san Paolo, accecato dalla visione del Risorto, varcò barcollante provenendo da Gerusalemme. Per i musulmani Damasco sarà il luogo della discesa di Gesù Cristo al suo ritorno escatologico.
L'indomani si sono susseguiti incontri con eminenti personalità del mondo religioso e culturale della capitale, amici del monastero di Deir Mar Musa. Dopo la visita all'antichissimo santuario mariano di Saydnaya, i partecipanti sono giunti a Nabek, il paese dove si trova Deir Mar Musa e sono stati ricevuti dal muftì (capo religioso) della regione, con il sindaco e alcuni notabili. «La conversazione è stata amabile - racconta padre Dall'Oglio -, l'ospitalità esemplare. Tutti hanno avuto l'impressione che il nostro incontro si iscriveva in un profondo radicamento nella società islamo-cristiana siriana, che da tanti secoli dimostra la possibilità concreta di una convivenza pacifica e benevola delle due religioni sullo stesso territorio, anzi nei medesimi villaggi e quartieri. C'è una saggezza pratica del vivere insieme, del buon vicinato, addirittura della fratellanza, e questo individua un luogo teologico, un fatto provvidenziale, una speranza concreta, che guarda fiduciosa al traguardo escatologico».
Sono seguiti due giorni molto intensi di scambio di informazioni e opinioni che hanno offerto un vasto panorama del mondo musulmano e dell'approccio della Compagnia di Gesù. Tra gli altri sono intervenuti Paul Jackson, che da molti anni vive in India, profondo conoscitore della mistica indiana musulmana e uno dei pochi animatori del dialogo islamo-cristiano nel subcontinente; Christian Troll, tedesco, insegnante alla Gregoriana, che ha illustrato le correnti più innovative della teologia musulmana; Tom Michel, delegato del Padre generale della Compagnia per il dialogo interreligioso e già membro dell'omonimo Pontificio consiglio, che ha aggiornato sulle attività della Compagnia nel dialogo con l'islam.
Padre Paolo Dall'Oglio ci aiuta a fare sintesi di quanto emerso nelle varie relazioni: «C'è una duplicità nell'approccio all'islam: ci possono essere approcci locali, che non devono dimenticare le dimensioni unitarie della fede e della comunità musulmana, e ci possono essere approcci teologici che partono dall'universale e che non devono mai dimenticare le diversificazioni locali. Questo è un atteggiamento corretto nel quale un musulmano si può riconoscere. Egli non può riconoscersi in un approccio folclorico o puramente antropologico alla sua realtà, e non può riconoscersi neppure in una teorizzazione statica, come alcuni fanno, che è indipendente dalla concretizzazione storico-locale».

PRIORITÀ DELLA COMPAGNIA
Uno dei momenti più arricchenti e originali è stato il cosiddetto open day («giornata aperta»). Amici cristiani e musulmani del monastero hanno partecipato insieme ai gesuiti a una giornata di dialogo all'insegna dell'apertura e della franchezza. Alla fine di un pranzo fraterno, tutti si sono seduti sui tappeti in chiesa. Un musulmano ha proposto un breve dhikr (la ripetizione cantilenante del nome di Dio o di suoi attributi o di brevi invocazioni). È seguita la lettura cantata di una pagina del Vangelo di Luca: «Amate i vostri nemici». È stato chiarito che non si intendeva affatto proporsi gli uni verso gli altri come nemici da amare, ma invece si trattava di impegnarsi a rompere la rigidità delle appartenenze e aprire prospettive sempre nuove per livelli di comunione diversificati e vasti. L'attitudine di Gesù, è stato detto, può divenire tesoro di tutti.
L'ultimo giorno è stato dedicato a elaborare un documento comune da offrire alla riflessione della Congregazione generale dei gesuiti che si terrà nel gennaio 2008. È stato ribadito che oggi l'islam è una priorità universale che si propone alle scelte apostoliche della Compagnia di Gesù e quindi occorre fare un grande lavoro di riflessione teologica e di prossimità culturale.
Il gesuita «padrone di casa» - pur entusiasta per i frutti di questo incontro - non sottovaluta il lungo cammino che ancora occorre compiere nel dialogo islamo-cristiano, nella Compagnia di Gesù e nella Chiesa: «Come mai il nostro discernimento fa così fatica a valutare i segni che la pietà e la fedeltà dei musulmani ci offrono? Perché non troviamo l'accesso all'anima del Profeta dell'islam che la profondità d'animo dei musulmani ci indica? Come mai la nostra capacità di "tutto scusare, tutto comprendere, tutto portare", parafrasando san Paolo, si paralizza tanto facilmente di fronte all'islam?».
 

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