Caro Direttore, desidero che, nel primo numero di questa rivista completamente rinnovata, non manchi una mia parola di compiacimento e di augurio. Di compiacimento, anzitutto. Infatti, prendendone in mano le bozze, la prima cosa che mi ha colpito è stata la luminosità della nuova veste tipografica. Popoli è divenuta una rivista agile, ariosa e moderna, come mai era stata prima. Guardando poi i contenuti, che mi interessano di più, ho visto con quanta sapienza riuscite ad armonizzare novità e continuità. Certo, il discorso è impostato con sensibilità nuova, ma lo fate nella fedeltà agli ideali che da sempre hanno ispirato Popoli, all'inizio e poi durante tutti i suoi novantun anni di storia. Infatti, i «pilastri» su cui oggi vi proponete di costruire la rivista sono lo sviluppo coerente dell'ideale missionario che ne ispirò la nascita e poi il lungo cammino. Giustizia, cultura e dialogo non sono altro che i nomi nuovi della missione.
Esprimo perciò l'augurio di un abbondante raccolto. Sì, ho detto proprio «raccolto»! Perché il chicco di grano, gettato in terra nel lontano dicembre 1915, oggi è cresciuto ed è diventato spiga. Quale auspicio migliore che la spiga si moltiplichi, fino a diventare un campo abbondante di messe? Una rivista bella, moderna e sostanziosa come questa non può certo rimanere limitata a una piccola cerchia di amici, ma è destinata a portare molto frutto anche tra i più lontani. Continuiamo, dunque, a collaborare e a pregare per il suo successo. Diffondere Popoli è una vera e propria attività missionaria. È un modo di contribuire affinché si realizzi ciò che chiediamo al Padre, quando nel nome di Cristo lo invochiamo con insistenza: «Manda operai alla tua messe».
Bartolomeo Sorge S.I.
Milano
Ci è sembrato doveroso mostrare in anteprima a padre Sorge - direttore di Popoli dal 1999 al 2005 e tuttora direttore di Aggiornamenti Sociali - le bozze della nuova veste della rivista. L'entusiastica reazione ci riempie di soddisfazione. Pubblichiamo il suo messaggio non per uno sterile autocompiacimento, ma perché lo consideriamo una sorta di «mandato» da condividere con i lettori, un richiamo a non dimenticare la responsabilità di quanti, come noi, sono impegnati nel campo delle comunicazioni sociali, al servizio del Vangelo.
A Milano gli immigrati regolari sono circa 250mila e crescono a un ritmo che supera il 10% annuo. Non è dato sapere il numero degli irregolari, che si suppone alto. Non è difficile ipotizzare che nell'arco di una decina di anni la popolazione di Milano potrebbe essere costituita per una buona metà da giovani di origine straniera, per l'altra da italiani, in prevalenza ultracinquantenni.
Fare rilevare questo, comporta spesso l'accusa di razzismo. Ma è nelle periferie, dove abito e lavoro e dove il numero degli immigrati è più alto, che si percepisce il vero sentimento che si cela dietro ogni manifestazione di apparente intolleranza: l'angoscia. Per molti lavoratori, per le famiglie e per i giovani, il futuro appare sempre più precario, i diritti sempre più erosi: casa, lavoro, pensione.
Gli immigrati sembrano rendere ancora più incerto questo futuro, perché una società frammentata, suddivisa tra venti e più etnie, con lingue e culture differenti, si teme che sarà una società ancora meno consapevole dei propri diritti e più facilmente esposta ai rischi di una perdita definitiva degli stessi. Questa paura travalica le rispettive appartenenze politiche: le lotte per la scuola «araba», il velo, la parità tra uomo e donna, non sono lotte che dovrebbero coinvolgere chi oggi vorrebbe poter lottare solamente per una casa accessibile, un lavoro non precario, una vecchiaia con un reddito sufficiente.
Daniele Borriero
Milano
La sua lettera esprime - in modo efficace, pacato e per molti aspetti condivisibile - un disagio che non può essere minimizzato. La precarietà, l'incertezza sul futuro, la frammentazione che caratterizzano la nostra società «liquida» (per usare l'espressione di uno dei maggiori sociologi viventi, Zygmunt Bauman) comportano grandi rischi, come insegna la storia, anche recente: rendono ad esempio più frequente la degenerazione violenta e intollerante, alla caccia di un capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni (in genere, qualcuno più debole di noi, impossibilitato a difendersi); oppure spianano la strada a una compressione dei diritti e all'avvento dell'«uomo forte» di turno, bravo a promettere il ritorno all'ordine, a qualunque costo. Occorre dunque vigilare.
Il passaggio che non ci sentiamo di condividere sino in fondo è quello - che peraltro Lei presenta come un dubbio - secondo cui la presenza di immigrati di per sé mette a rischio la consapevolezza che una società ha della propria storia. Crediamo che questo sia certamente un rischio, ma non un destino ineluttabile. C'è una possibilità diversa: riscoprire e valorizzare la propria particolarità attraverso il confronto con l'altro (ad esempio il lungo cammino compiuto dall'Occidente sui diritti umani) e nel contempo arricchire la propria identità (che è sempre in divenire e mai data una volta per tutte) grazie a quanto chi è diverso da noi può insegnarci.
Ho letto la lettera del signor Raffaele Serafini e la vostra risposta sul numero di ottobre 2006. Per certi aspetti concordo con l'autore della lettera, quando afferma che le identità devono essere rispettate e tutelate. Bisogna ricordarsi però che la storia degli italiani non si svolge solo in Italia ma anche a livello internazionale. Gli europei, italiani compresi, nei secoli passati sono andati in giro per il mondo a colonizzare e a «mischiarsi» con altre culture e altri popoli. Ne sono nati figli che sono un po' italiani e un po' stranieri, e in molti casi chiedono di vivere con pienezza di diritti nella terra dei loro genitori o nonni. Che fare? Il nostro Stato non può non occuparsi di questo problema, che va al di là del discorso sulla cittadinanza o sul permesso di soggiorno. Questo non vuol dire che si mettono in pericolo le identità degli italiani (o dei veneti, come teme il signor Serafini). Semplicemente si riconoscono altre identità che hanno diritto di esistere. Non è questione di soldi e di luoghi ma di affermare le proprie origini.
G. B.
Treviso
Tornato in Italia da qualche anno dopo una vita spesa in Brasile, mi ritrovo spesso a ripensare ai miei anni in missione nello Stato del Maranhão: si accendono nella mia mente ricordi, flash, immagini di una terra e una gente mai rassegnata, nata per lottare. Pur lontano migliaia di chilometri, so per certo che adesso, a São Luis, isola incantata, terra di naviganti e di poeti, c'è una barca che salpa dal vecchio porto sfidando i venti, le correnti, le grandi maree. E che ci sarà sempre qualcuno che parte o che viene da Alcántara o Itaúna, trasportando carbone.
Triste storia quella di Alcántara, gloriosa e umiliata dall'insediamento di basi missilistiche, devastante invasione imposta dai militari. Da allora fiumane di persone, quasi tutte discendenti di schiavi arrivati secoli fa dall'Angola, hanno dovuto lasciare casa, pesca, lavoro e imbarcarsi verso la grande città. Trovare tavole, chiodi, pali, lamiere e tirar su palafitte tra le sponde del fiume o nei suoi igarapé (canali). In pochi giorni sorsero interi villaggi: e fu mutirão, cioè lavoro d'insieme, in cui persino i bambini aiutavano a fare una nuova città, cresciuta sull'acqua e sul fango. Così un intero bairro è rinato, ricostruito. Chissà, un giorno modesti cantastorie o suonatori improvvisati faranno versi, scriveranno canzoni, canteranno quest'epopea agli incroci delle strade. E i bambini sempre curiosi faranno domande, ascoltando dai loro padri la storia che hanno vissuto.
Maurizio Bozzo Costa S.I.
Sanremo (Im)
Ringraziamo il padre Bozzo Costa per il dono di questi preziosi ricordi. Le sue parole, a metà tra poesia e sogno a occhi aperti, ci trasmettono intatte la straordinaria dignità di tanti brasiliani e la capacità di affrontare insieme, in modo comunitario, le difficoltà.
Penso che a nessuno lettore o lettrice di Popoli sarà sfuggita l'importanza data dalla rivista sul numero di ottobre al tema (dolente) dell'infibulazione. E neppure sarà sfuggita, leggendo gli ottimi articoli, l'implicita ammissione della difficoltà di abbattere le tradizioni che mantengono una pratica insensata, crudele e dannosissima alla salute. Tuttavia, il metodo del confronto portato avanti con intelligenza dalla Bogaletch Gebre in Etiopia potrebbe essere additato ad esempio per altri Paesi.
Detto questo, vorrei rivolgere una piccola critica ai curatori del dossier. Quella di avere appena nominato (senza poi sviluppare l'argomento) il tema della circoncisione sui bambini maschi. Anche questa un'antica tradizione, anche questa una pratica cruenta. Avendo lavorato per molti anni in un ospedale americano ne ho avuto diretta esperienza, quando la circoncisione veniva praticata sui bambini ebrei. Qui i pericoli erano ridotti, ma mentre genitori, parenti e amici del bambino assistevano alla «cerimonia» senza battere ciglio, io avevo la sensazione di assistere a un supplizio. Ho più di una volta chiesto ragione ai medici sulla effettiva utilità della circoncisione. I medici mi rispondevano sempre adducendo ragioni di igiene e di prevenzione di alcune patologie. Credo però sia solo una tradizione antica alla quale alcune popolazioni non sanno rinunciare.
Lucia Muraro
Montecchio Maggiore (Vi)
La ringraziamo sia per i complimenti sia per le critiche al nostro dossier (spesso le seconde sono più utili dei primi). È vero, abbiamo solo sfiorato il problema della circoncisione. Ma lo abbiamo fatto volutamente, perché abbiamo preferito concentrare l'attenzione su un solo argomento, quello delle mutilazioni genitali femminili, già di per sé vasto e ricco di implicazioni. Questo non esclude che in futuro Popoli possa affrontare il tema della circoncisione maschile, che è assai più diffusa (e non solo nei Paesi del Sud del mondo), ma ha minori implicazioni medico-sanitarie.