Produttori, tecnici e concorrenti dell'ultima edizione de L'isola dei famosi, approdati per due mesi e mezzo in terra honduregna, rappresentano solo un caso in una vicenda più ampia che riguarda lo sviluppo della costa, oltre 600 chilometri affacciati sul Mar delle Antille e ancora poco frequentati dal turismo internazionale. Un ambiente che può incentivare progetti ambiziosi, ma dove bisogna fare i conti con chi - come i garífuna - abita la zona da oltre due secoli. Gli interessi in gioco sembrano grandi per un Paese povero come l'Honduras, tradizionalmente condizionato nelle sue scelte politiche dalle società straniere del settore delle banane. La Banca interamericana per lo sviluppo, ad esempio, è in prima linea nel progetto del mega complesso alberghiero di Baia di Tela. Il solo Schmidheiny, che per primo ha acquistato una parte dei Cayos Cochinos dove è stata girata la trasmissione, secondo la rivista Forbes ha un patrimonio di 3,1 miliardi di dollari (il Pil di tutto l'Honduras non arriva a 8 miliardi). La recente ratifica del Cafta, l'accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi centroamericani, rafforza i processi di globalizzazione economica con forti rischi per l'enorme squilibrio tra gli Usa e gli altri partner: il territorio nazionale può trovarsi ancora più esposto agli investimenti nel mercato immobiliare da parte di stranieri che cercano terreni costieri a basso costo e in zone naturali protette. Nel dicembre 2006 è stata annunciata la creazione, entro sei mesi, di una zona duty-free nelle isole della Baia (compresi i Cayos Cochinos) per favorire gli investimenti. Per i sostenitori del progetto la pesca dei crostacei è in declino e le popolazioni locali saranno le prime a ottenere i vantaggi dello sviluppo turistico derivante da questo cambio di rotta nelle attività della regione. Ma chi raccoglierà realmente i frutti dello sviluppo economico?
LA QUESTIONE DELLE PROPRIETÀ
Il riconoscimento dei diritti sulle terre resta, al momento, un problema chiave per capire chi beneficerà dei cambiamenti. Solo un terzo delle terre in Honduras è ufficialmente registrato. La presenza di comunità indigene e afrodiscendenti che utilizzano in maniera collettiva le risorse ostacola i progetti di sviluppo turistico di chi vorrebbe acquistare le proprietà. Ma le terre e le zone di pesca non sono solo una merce. Abbandonare la pesca e trovare nuovi mezzi di sostentamento può comportare cambiamenti radicali nella cultura di una popolazione. Per questo le organizzazioni indigene chiedono che il processo di assegnazione delle proprietà avvenga secondo standard che salvaguardino i loro diritti e hanno sollevato obiezioni rispetto all'attuazione del Path, vale a dire il Programa de Administración de Tierra en Honduras, finanziato dal 2004 dalla Banca Mondiale. Si tratta di un progetto controverso perché segmenta quel che resta delle proprietà collettive, promuovendo una suddivisione in proprietà individuali che in molti casi ha dimostrato di frammentare le comunità e aumentare la miseria. In popolazioni abituate a sfruttare le risorse con sistemi comunitari esso finirebbe con il favorire la vendita dei possedimenti e l'emigrazione verso i centri urbani. Inoltre il Path è contestato perché non tiene conto di tutti i problemi sorti con l'occupazione delle terre avvenuta in questi anni da parte di impresari, politici o militari, anzi in molti casi le legittima. Ofraneh, una delle principali organizzazioni degli afrodiscendenti, ritiene che le popolazioni non siano adeguatamente coinvolte nelle decisioni e per questo, come federazione di rappresentanti eletti dai garífuna, attraverso i propri legali ha chiesto alla Banca Mondiale di effettuare un'ispezione sulle procedure di attuazione del programma. In questa, come in altre iniziative, i garífuna sono sostenuti dal Clai (Centro legale pro afrodiscendenti e indigeni), una Onlus italiana che offre assistenza legale in una complessa azione di advocacy, attraverso il lavoro di due avvocati napoletani, Gianluca Gaia e Maurizio De Martino. Il primo è scomparso recentemente, dopo avere dedicato tre anni alla causa di queste popolazioni, viaggiando per i villaggi e raccogliendo documentazione.
BUSINESS CONTRO DIRITTI
Secondo la leader di Ofraneh, Miriam Miranda, si tenta di creare divisioni tra le comunità indigene e nei movimenti popolari, comprando il favore di alcuni leader o compiendo intimidazioni. Nel marzo 2005 Miranda ha subito un'irruzione in casa da parte di agenti dell'anticrimine alla ricerca di armi e refurtiva. Due mesi dopo, Gregoria Flores, un'altra attivista dell'organizzazione, è rimasta ferita da un colpo di arma da fuoco mentre raccoglieva testimonianze da presentare alla Commissione interamericana dei diritti umani. In novembre è stata incendiata la casa di Wilfredo Guerrero, presidente di un comitato per la difesa della terra che aveva denunciato tentativi di politici e uomini d'affari di effettuare espropri.
Già due volte la Commissione interamericana dei diritti umani ha chiesto al governo dell'Honduras di garantire la protezione dei leader garífuna che subiscono minacce, ma non è stata presa alcuna misura. I garífuna sembrano essere coscienti di dover conservare le risorse della barriera corallina per il futuro, anche perché metà delle loro comunità oggi si ritrova all'interno o nei pressi di aree protette, ma non accettano piani ecologisti calati dall'alto che violano il diritto all'alimentazione, come accade nel paradiso semiprivatizzato e militarizzato dei Cayos Cochinos. Ma se tutti si proclamano difensori della natura, chi ha concesso i permessi per girare un programma Tv durato due mesi e costato milioni di euro? Popoli lo ha chiesto alla Magnolia S.p.A., la società di produzione televisiva che per conto di Rai Due ha realizzato il programma, ma non abbiamo avuto risposta. Secondo Miranda, i responsabili sono in primo luogo le autorità del Monumento nazionale marittimo, probabilmente in collegamento con funzionari governativi. Francesco Pucci, uno dei realizzatori del programma, ha dichiarato al quotidiano locale La Prensa che, se avranno gli appoggi del governo e della Fondazione Cayos Cochinos, sono disposti a realizzare altre due edizioni del programma. La Fondazione, che intende promuovere lo sviluppo turistico, vuole impiegare la popolazione in questo settore, ma nei cayo restano convinti che il turismo favorirà gli stranieri più che i locali. Intanto il lavoro di questi mesi delle organizzazioni ha consentito di ottenere, alla fine del 2006, l'assegnazione definitiva delle proprietà per le due comunità garífuna dei cayo. Una buona notizia per chi è impegnato ad attuare modelli partecipativi di sviluppo.
Chi sono i garífuna?
Storia movimentata, quella dei garífuna, segnata da spostamenti forzati. Sono afro-caribici perché nati da incroci tra africani e indigeni caraibici. Alcuni schiavi, trasportati dagli europei nel Seicento dall'Africa alle Antille e sopravvissuti ai naufragi, trovarono riparo sull'isola di St. Vincent per circa un secolo e mezzo. Quando gli inglesi, alla fine del Settecento, ottennero il controllo dell'isola, la popolazione di colore considerata nemica e vicina ai rivali francesi fu cacciata e spinta verso Giamaica e poi nell'isola di Roatán, di fronte all'Honduras. Nel 1797 la corona spagnola consentì alle poche migliaia di sopravvissuti a questa deportazione di trasferirsi verso le coste continentali.
Oggi i garífuna sono in tutto 200mila, stanziati lungo il Mare delle Antille, tra Belize e Nicaragua, e circa la metà di loro si trova in Honduras. Qui costituiscono una componente importante dell'identità del Paese (che ha6,2 milioni di abitanti). I garífuna hanno conservato una lingua propria e tradizioni musicali e di danza, come il punta, riconosciute dall'Unesco come patrimonio culturale dell'umanità.
Le terre occupate alla fine del Settecento erano disabitate. I garífuna hanno continuato a vivere di pesca e secondo la tradizionale gestione comunitaria delle proprietà che risaliva al periodo di St. Vincent. Nel 1885 ottennero i primi titoli di proprietà di tipo comunitario, ma nel Novecento si sono spesso trovati ad affrontare le pressioni delle multinazionali delle banane sulle loro terre. Nel 1992 è iniziato un nuovo processo di assegnazione delle proprietà ancora in corso. Malgrado le registrazioni esistenti dei titoli ancestrali delle terre, i garífuna vedono restringersi i propri spazi, in parte nazionalizzati o trasformati in aree protette.