«Mi rivolgo a voi affinché facciate finire urgentemente questo conflitto e rispettiate rigorosamente l'accordo per il cessate il fuoco». È l'accorato appello che il vescovo di Jaffna, Thomas Saundaranayagam, ha rivolto lo scorso maggio al presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapakse. Un appello «urgente» che il prelato ha rivolto sia all'esecutivo di Colombo sia all'Ltte (Liberation Tigers of Tamil Ealam), le cosiddette Tigri tamil, l'organizzazione politico-militare protagonista del sanguinoso conflitto con le truppe governative.
La situazione nell'isola è drammatica. I feroci combattimenti che dall'inizio di agosto 2006 hanno nuovamente sconvolto la penisola di Jaffna (abitata prevalentemente da tamil) e hanno costretto più di 150mila persone (su 400mila abitanti) ad abbandonare le loro case. Circa duemila tra soldati e ribelli, oltre a centinaia di civili, sono stati uccisi negli ultimi mesi nei combattimenti. «Il rumore dell'artiglieria è assordante - ha detto il vescovo -. Molti sono morti sotto i bombardamenti e i feriti non possono arrivare in ospedale a causa del prolungato coprifuoco». Il prelato ha inoltre spiegato che la gente rischia di morire di fame dato che gli operai a giornata e i pescatori non possono andare al lavoro e si registra quindi una carenza di generi alimentari.
La guerra civile, iniziata nel 1983, ha fatto 65mila vittime e quasi due milioni di profughi, finché la Norvegia non ha negoziato uno storico cessate il fuoco nel 2002. Si è così fermata per pochi anni la violenta lotta dell'Ltte per l'autonomia delle regioni settentrionali e orientali a maggioranza tamil e hindu contro il dominio della maggioranza cingalese e buddhista. Quest'ultima costituisce il 73,5% dei 19 milioni di abitanti dello Sri Lanka, mentre l'etnia tamil rappresenta il 18% della popolazione. Il resto della popolazione è cristiana o musulmana.
PESCA VIETATA
«Questa è una crisi umanitaria. Molti dei civili stanno morendo di fame», dice padre Nicolas Jacob, vicario generale della diocesi di Jaffna. Spiega che, con 18-20 ore di coprifuoco ogni giorno, la gente non può andare a lavorare. Poiché gli attacchi dei ribelli arrivano anche dal mare, la zona costiera è completamente militarizzata e costellata di accampamenti della marina militare. Più di 40mila soldati con armamenti pesanti e appartenenti alla maggioranza cingalese presidiano la penisola di Jaffna per salvaguardare la sovranità di Colombo, la capitale, sulle terre tamil. «Non sappiamo che cosa faremo in futuro», lamenta Amala Das, un pescatore del villaggio di Manalkadu, vicino a Point Pedro, sulla costa settentrionale dello Sri Lanka. Ai pescatori sono state imposte restrizioni nell'accesso alle spiagge e possono lavorare solo con il permesso della marina militare. Misure che ostacolano quella che è l'occupazione principale per migliaia di famiglie della regione. Se i pescatori possono avventurarsi in mare soltanto durante il giorno, la pesca è talmente scarsa che non possono nemmeno comprarsi il carburante per il motore. Molti pescatori hanno visto i guadagni ridursi fino a un dollaro al giorno e hanno finito per tirare in secca le proprie barche e ritirare le reti.
«Quando è arrivato lo tsunami, ha spazzato via le nostre case. Stavamo lentamente ricominciando a vivere, ma ora è tutto fermo», spiega un pescatore che ebbe la fortuna di sopravvivere allo tsunami che due anni fa nel suo villaggio uccise 72 persone. «Le condizioni della gente qui sono davvero difficili», dice padre Roy Ferdinand, parroco della chiesa di Sant'Antonio a Manalkadu. Inizialmente i pescatori rifiutavano l'idea che uscire con le barche in mare potesse rappresentare un rischio ma, dopo la morte di alcuni di loro sotto il fuoco delle pattuglie, si sono resi conto che la pesca avrebbe potuto essere letale.
In realtà, gli attivisti per i diritti umani ammettono che non è tutta colpa delle forze armate. All'inizio i militari avevano assegnato numeri identificativi alle imbarcazioni da pesca con motori più potenti, in modo da renderle riconoscibili. I ribelli tamil però hanno iniziato ad attaccarle in mare aperto e a requisirle per poi utilizzarle nei loro attacchi contro le forze governative. Di conseguenza le forze armate hanno costretto i pescatori a non utilizzare più queste imbarcazioni, le uniche adatte alla pesca in mare aperto. «La tragedia è che sono i poveri e gli emarginati a soffrire di più, quando tutto va male. Questa situazione è davvero frustrante», lamenta padre Christopher Jeyakumar, direttore della Caritas di Jaffna, ricordando che la sua organizzazione aveva distribuito ai pescatori colpiti dallo tsunami 350 barche complete di reti per la pesca. Ogni barca era costata più di 3.500 dollari.
La situazione non è diversa per i pescatori lungo le aree tamil di Batticaloa e Trincomalee, sulla costa orientale, e di Mannar su quella occidentale. Le autorità militari hanno vietato la pesca nella regione di Pesalai da metà giugno, dopo che i ribelli dell'Ltte, travestiti da pescatori, hanno attaccato un accampamento della marina. I pescatori tamil hanno avuto quindi il permesso di fare uscire le proprie barche in mare solo dopo che il vescovo di Mannar, Rayappu Joseph, ha scritto al presidente dello Sri Lanka e si è incontrato più volte con i vertici delle forze armate di Colombo.
«LA CHIESA È VITTIMA»
Nel frattempo, le sofferenze della Chiesa cattolica sono aumentate con la scomparsa di padre Thiruchelvam Nihal Jim Brown, 34 anni, parroco di san Filippo Neri ad Allaipiddy, su una piccola isola vicina allo costa settentrionale, dove una chiesa è stata colpita dal bombardamento che il 13 agosto ha ucciso quindici persone. Il sacerdote risulta disperso da quando, il 20 agosto, si era recato a verificare i danni subiti dalla chiesa. L'intera popolazione, più di trecento famiglie a predominanza cattolica, aveva già lasciato il villaggio per rifugiarsi nella chiesa di Kayts, ad alcuni chilometri da Allaipiddy. Malgrado le continue richieste di chiarimento fatte ai vertici delle forze armate e agli osservatori dell'Onu, non è stata più trovata traccia del sacerdote, che era stato pubblicamente criticato dagli ufficiali della marina per aver fatto trasferire le famiglie di Allaipiddy nella chiesa di Kayts.
«Questa misteriosa scomparsa ha creato forte allarme tra il clero e i parrocchiani», denunciano i responsabili per i diritti umani della Chiesa locale. «Padre Brown era stato assegnato alla parrocchia di Allaipiddy soltanto un mese prima, sostituendo il sacerdote precedente, padre Raj, che era stato testimone di un massacro e di conseguenza si sentiva minacciato». Il suo predecessore aveva chiesto il trasferimento dopo il massacro di una famiglia cristiana avvenuto il 13 maggio. Questi isolotti sono considerati strategici dalle forze armate cingalesi, che vi hanno impiantato diversi accampamenti. I militari hanno poco rispetto per i diritti umani. Uomini armati non identificati hanno ucciso otto persone nella casa di uno degli uomini più ricchi del villaggio (Selvaraj, un pentecostale) a meno di cento metri dalla chiesa. Tra le vittime, sua figlia con il marito e due bambini. Padre Raj è stato minacciato dagli ufficiali delle forze armate al checkpoint sull'unica via di accesso all'isola, mentre portava i feriti all'ospedale con la sua auto. Spaventato, si è rifugiato nella casa del vescovo ed è stato poi trasferito nella parrocchia di Punakari, nella regione di Vanni che è sotto il controllo dei ribelli tamil.
Nonostante le forze governative neghino di essere coinvolte nel massacro del 13 maggio, secondo gli attivisti per i diritti umani esso sarebbe legato al rifiuto dei commercianti tamil di obbedire all'ordine dei militari di riaprire i negozi dopo che i ribelli ne avevano invece ordinato la chiusura per protestare contro l'uccisione di civili.
DESAPARECIDOS E DISTRUZIONE
Allaipiddy ha registrato il maggior numero di persone scomparse in questi vent'anni di guerra civile. Nel 1990, 85 giovani tamil sono stati portati via dalle forze governative e, da allora, non si è più saputo nulla di loro. Il fatto che nella penisola di Jaffna ci siano più di 30mila vedove la dice lunga sulla morte e sulla devastazione che il conflitto etnico ha portato nella comunità tamil. Anche la Chiesa risulta coinvolta: a Jaffna sono pochi gli edifici storici sopravvissuti alle battaglie e che non portano i segni dell'artiglieria. La cattedrale di Santa Maria sembra intatta se vista di fronte, ma è devastata dai proiettili sul retro. La facciata danneggiata è stata infatti riparata, ma sono stati lasciati i segni delle bombe perché la gente ricordi i tempi difficili che la Chiesa ha dovuto attraversare.
Jaffna, un tempo fiorente, ha tutto l'aspetto di una città fantasma e molti suoi abitanti sono arrivati al punto di dover lasciare quest'area tormentata dove anche semplici civili innocenti possono scomparire. La popolazione è ormai la metà di quella all'inizio degli anni Ottanta. Questo declino si riflette anche nella vita della Chiesa: «La nostra diocesi contava più di 150mila fedeli, ora sono quasi la metà - spiega il vescovo Saundaranayagam -; da quando sono iniziati gli scontri stanno scappando tutti. Molti sono emigrati verso i Paesi occidentali, alcuni sono andati in India e altri a Colombo. Non possiamo certo biasimare la gente perché se ne va. È una continua lotta per la sopravvivenza, con ben poche prospettive». Tra l'altro i sacerdoti non hanno nemmeno accesso ad alcune parrocchie che si trovano in zone di sicurezza presidiate dall'esercito, che le utilizza come rifugi o depositi. «Onore ai morti, monito ai vivi - Tempio per la giustizia», recita l'incisione all'ingresso della chiesa di San Giacomo a Jaffna, a ricordo del bombardamento del 13 novembre 1993: l'aeronautica fece tredici vittime e molti feriti tra i fedeli che stavano celebrando la messa.