Dialogo e annuncio - febbraio 2007

Malattia, luogo di incontro

Tutte le grandi religioni propongono risposte al problema della malattia. Questo patrimonio di valori, immagini e simboli diventa il luogo della più radicale esperienza di dialogo interreligioso

Davide Magni S.I.

Per i cattolici, il mese di febbraio, con la celebrazione della Giornata mondiale del malato, è tradizionalmente dedicato alla riflessione sull'esperienza della sofferenza e della guarigione. Sofferenza, dolore, malattia, sono i momenti nella vita di un uomo in cui la domanda di senso e la ricerca spirituale diventano improrogabili. Non solo il cristianesimo, ma tutte le grandi religioni si interrogano di fronte al problema della malattia. Ciò crea le premesse affinché, in questo ambito, si sviluppino interessanti prospettive di dialogo tra le fedi.
Le riflessioni sulla sofferenza in ambito religioso costituiscono inoltre uno stimolo prezioso per la medicina; una ricchezza alla quale essa deve attingere al fine di ricercare una guarigione più ampia di quella puramente biofisica. Infatti, le persone non sono ostaggio del pensiero medico e del proprio quadro clinico: prima di tutto contano i valori personali e culturali.

BIOETICA E DISCERNIMENTO
Tali istanze sono l'ambito di una disciplina che acquisisce importanza sempre maggiore nella nostra quotidianità: la bioetica. Il termine, costituito dalle parole greche bios (vita) ed ethos (morale), è stato coniato dallo statunitense Van Renssenlaer Potter nel 1970, che lo ha così spiegato: «Bio indica il sapere biologico, la scienza dei sistemi viventi; etica indica il sapere circa i sistemi di valori umani».
Nel 1978 l'Enciclopedia di Bioetica - pubblicata dalla Georgetown University di Washington con la collaborazione di 285 specialisti di 15 Paesi coordinati da W. T. Reich - ha formulato l'ormai classica definizione del termine: «Lo studio sistematico della condotta umana nelle scienze e nella cura della vita, esaminata alla luce di valori e principi morali». Si noti come lo studio della condotta umana deve essere sistematico e non saltuario e deve comprendere non solo i comportamenti della persona nell'ambito medico, ma anche nell'ambito delle scienze della vita, ovvero tutti i comportamenti umani che influenzano lo sviluppo umano. Tali comportamenti devono essere valutati sulla base di valori e principi morali. Tuttavia, nella seconda edizione (1995), il riferimento ai valori e ai principi morali è scomparso, perché non si è riusciti a individuare una visione morale che portasse a posizioni univoche.
La bioetica si applica ai problemi etici posti dagli straordinari progressi della medicina e delle altre scienze della vita, progressi che chiedono all'umanità di decidere quali pratiche, tra quelle oggi tecnicamente possibili, siano anche eticamente lecite. Capita spesso di incorrere nella schematizzazione secondo la quale, nella bioetica contemporanea, si possono individuare due grandi modelli che si ispirano ad altrettante concezioni generali del mondo: il primo modello è rappresentato dalla bioetica cattolica della «sacralità della vita», il secondo dalla bioetica laica della «qualità della vita». In realtà, la bioetica cattolica è chiamata al confronto anche con le riflessioni delle altre tradizioni religiose. In altri termini, la bioetica stessa costituisce uno dei luoghi inevitabili del dialogo ecumenico e interreligioso.
Ciò che accomuna ogni religione è l'attenzione per la salvezza dell'uomo e il suo incontro con il trascendente, Dio o il divino. Come afferma il Concilio Vaticano II: «Le religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra Aetate, 2).
Un primo punto in cui le religioni sono chiamate a confrontarsi è la nozione stessa di vita. Per il cristianesimo la vita umana ha preminenza assoluta rispetto a ogni altra vita. Occorre ribadire questo antropocentrismo cristiano, poiché un certo atteggiamento «panvitalistico», secondo cui «tutto è vita» e non ha senso discriminare tra la vita umana e quella di un insetto o di un albero, è alquanto diffuso nella cultura contemporanea. Questa visione cosmica della vita («biocentrismo»), secondo cui essa è presente in ogni cosa e in tutto l'universo, appartiene prevalentemente alle religioni e filosofie orientali. Esse concepiscono la realtà come permeata da un grande spirito vitale, variamente presente nei vari esseri. All'interno di questo grande universo si differenziano poi specifiche religioni o filosofie con contenuti concettuali diversi. A causa degli influssi che oggi il pensiero orientale esercita sulla nostra cultura (in gran parte riciclati attraverso la New Age), tale visione attrae e, al tempo stesso, mette in crisi il pensiero di matrice cristiana.

IN CERCA DI VERITÀ
La domanda che ci poniamo è dunque: quali sono gli atteggiamenti che, come cattolici, siamo tenuti ad avere nel confronto con gli appartenenti ad altre fedi sulle tematiche bioetiche? Infatti, solo con questa comprensione previa potremo, successivamente, avviare un dialogo con chi ha prospettive differenti dalla nostra.
Per rispondere è forse opportuno partire dall'esperienza personale che ognuno di noi, nel corso della propria vita, si è trovato o si troverà inevitabilmente ad affrontare. Chi è a contatto con il malato si deve confrontare con le sue angosce e lacerazioni, ma anche con una complessa realtà spirituale che è impossibile ignorare. Per questo, uno dei luoghi privilegiati di incontro tra persone appartenenti a diverse culture e tradizioni religiose è l'esperienza della malattia, dove l'uomo vive il mistero della propria vulnerabilità e mortalità. L'ospedale è l'esempio del crocevia dell'umanità: un punto d'incontro delle diverse storie personali, culturali, geografiche, religiose. Nella stessa stanza di un ospedale si possono trovare persone delle più svariate fedi, come pure chi si dice ateo o indifferente.
Le diverse religioni mettono a disposizione risorse di senso per «attraversare» la malattia e la sofferenza. Questo è un enorme patrimonio di valori, immagini e simboli. Se la prospettiva bioetica suggerisce alla medicina di attingervi, a maggior ragione ciò deve essere fatto dai cristiani, guidati dal Crocefisso che condivide il male di ogni uomo.
Elemento fondamentale di un atteggiamento che voglia essere dialogico è l'agape, cioè il criterio di giudizio etico del cristianesimo, secondo cui il «bene» è ciò da cui meglio o maggiormente consegue l'amore. La Costituzione del Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, ci suggerisce la prospettiva interreligiosa: «Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale» (n. 16b). Sottolineiamo tre elementi. Innanzitutto la fedeltà alla coscienza come norma, certamente non infallibile, che orienta in maniera responsabile l'agire morale. Poi il vincolo di responsabilità con gli altri uomini. Esso è la «comunione», ovvero la condivisione di un impegno (cum munis), più che la semplice «unione» (cum unio). Infine, la ricerca onesta della verità e delle risposte ai problemi morali individuali e sociali. Lo stile indicativo, piuttosto che imperativo, del documento conciliare indica il cammino del dialogo interreligioso. È un cammino già esistente, che deve solo essere percorso fino in fondo, con la totale e incondizionata gratuità che il discepolo di Gesù Cristo deve avere.
 

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