Sono stato molto contento della visita del papa in Turchia. In quei giorni di fine novembre mi trovavo ad Ankara per visitare la locale comunità dei gesuiti e ho potuto quindi seguire l'evento insieme a loro alla televisione turca. Abbiamo visto il saluto cordiale rivolto a Benedetto XVI dal primo ministro Recep Erdogan. Abbiamo ascoltato i discorsi molto positivi di Ali Bardakoglu, direttore del dipartimento per gli Affari religiosi. Abbiamo osservato il papa fermarsi per un momento di preghiera silenziosa nella famosa Moschea Blu di Istanbul.
Il clima in cui si è svolta la visita è stato nettamente migliore rispetto a quanto molti avevano previsto. Ma ritengo che il successo della visita papale vada ben oltre il fatto che nessuno abbia insultato l'altro o che non vi siano stati episodi di violenza. Essa ha mostrato i frutti di almeno vent'anni di dialogo tra Vaticano e Turchia. Io e i miei confratelli siamo stati lieti di scoprire che conoscevamo personalmente molti dei commentatori televisivi turchi. Alcuni sono docenti presso facoltà teologiche dove, in passato, siamo stati invitati a tenere conferenze, altri erano venuti a Roma con delegazioni ufficiali o per partecipare a seminari di studio, altri ancora sono giornalisti che ci hanno intervistato in varie occasioni. Ed eccoli in televisione, a condividere la loro conoscenza del cristianesimo e della Chiesa cattolica con milioni di turchi, e a farlo in modo competente e scrupoloso.
Come docente di studi islamici, trascorro circa metà dell'anno a introdurre i cristiani nello studio dell'islam, l'altra metà a insegnare teologia cristiana presso istituzioni islamiche: l'ho fatto spesso in Turchia, Iran e Indonesia. Osservando quei commentatori sulla televisione turca, li ho visti impegnati nel mio stesso lavoro: stavano aiutando un pubblico prevalentemente musulmano a conoscere e comprendere la fede, le consuetudini e i valori cristiani. Conosco uno dei commentatori, Emre Öktem, ora professore universitario a Istanbul, da quando aveva nove anni, poiché per diversi anni ho partecipato con suo padre ad attività di dialogo interreligioso e provavo quindi una sorta di orgoglio paterno nel vedere Emre portare avanti così bene il compito di aiutare i suoi connazionali a capire e apprezzare la mia religione.
Sono stato anche fiero di Benedetto XVI. Le parole finali rivolte ad Ali Bardakoglu sono state un richiamo programmatico a ciò di cui musulmani e cristiani hanno bisogno per vivere insieme. Ha auspicato che si «arrivi a conoscerci meglio, si rafforzino i legami di affetto tra noi e si maturi un comune desiderio di vivere insieme in armonia, pace e fiducia reciproca». Ha infine concluso con una forte affermazione di mutuo riconoscimento: «Come credenti, noi traiamo dalla nostra preghiera ciò che è necessario per superare ogni traccia di pregiudizio e per portare comune testimonianza della nostra ferma fede in Dio». Qui il dialogo va oltre la speranza di una «convivenza», persino oltre la cooperazione per il bene comune, per muoversi verso un'unità spirituale, una missione comune per rendere insieme testimonianza della fede in Dio nel nostro mondo moderno e secolarizzato. E dove i musulmani e i cristiani possono trovare la forza e la convinzione per dare questa comune testimonianza? Nella preghiera.
Queste parole del papa hanno trovato una conferma concreta nella Moschea Blu. Sorprendendo tutti - il «padrone di casa», il muftí di Istanbul, e probabilmente anche il suo stesso staff -, Benedetto XVI si è posto di fronte al mihrab (la nicchia per la preghiera rivolta a sud, in direzione della Mecca), ha piegato le braccia secondo l'uso islamico, ha chinato il capo e in silenzio ha mosso le labbra in preghiera. Il momento della preghiera, durato circa un minuto, è diventato notizia di primo piano sulla televisione turca e anche i giornali principali avevano le foto in prima pagina.
Infine, sono stato orgoglioso dei turchi. In un'epoca laica come questa, non è cosa indifferente vedere un popolo per il quale una preghiera a Dio fa notizia, diventa un evento nazionale. È bello che Benedetto XVI abbia trovato spazio nei loro cuori non presentandosi come un teologo o come il leader di una comunità religiosa, ma come un uomo di Dio. Con quel singolo gesto, il papa non ha solo dato il buon esempio ai cristiani, ma ha confermato il suo sincero desiderio di solidarietà spirituale e ha aperto le porte a nuove e più profonde possibilità di dialogo interreligioso.