Quando avevamo da poco ultimato questo articolo è arrivata - raggelante - la confessione degli autori dell'orrenda strage di Erba. Il modo in cui questa vicenda si è chiusa (chiusa dal punto di vista investigativo, certo non nelle sue dolorose conseguenze), ovvero con l'arresto di due tranquilli coniugi italiani, rei di una violenza cieca e incomprensibile, non fa che rafforzare quanto avevamo già provato a mettere in rilievo, a indagini ancora aperte.
La nostra riflessione nasceva dal sollievo provato quando il principale sospettato - Azouz Marzouk, tunisino, marito di una delle quattro vittime (italiana) - era stato scagionato. Già si iniziavano a leggere denunce sul livello di immigrazione ormai insostenibile nel nostro Paese. Già si levavano i cori di chi vedeva nell'episodio l'ennesima prova dell'impossibile convivenza tra islam e occidente.
Di fronte a tali reazioni (e di fronte alla nostra stessa sensazione di sollievo) ci chiediamo: è matura una società che non possa permettersi, diciamo così, un tasso «fisiologico» di criminalità straniera senza ogni volta gridare allo scontro di civiltà o mettere in discussione la propria politica migratoria? La nostra capacità di gestione delle inevitabili difficoltà che l'immigrazione porta con sé è così ridotta da dover assurdamente sperare che solo noi italiani ci si «conceda» raptus di follia? Esiste ancora uno spazio di consapevolezza per dire che la violenza, il conflitto, la criminalità il più delle volte hanno cause che non sono scritte sul passaporto e non dipendono dal Dio che si prega, ma piuttosto dalla marginalità (sociale, economica o, come nel caso di Erba, culturale e morale) in cui ci si trova sprofondati? E, a proposito della subitanea «caccia all'arabo» scatenatasi dopo la strage, dobbiamo proprio rassegnarci a vedere riprodotto anche in Italia il calvario di tanti nostri connazionali emigrati che erano automaticamente i sospettati numero uno in qualunque episodio di criminalità?
Benché da anni l'Italia sia mèta di imponenti flussi migratori, benché tutti (chi fermamente convinto, chi con infastidita rassegnazione) convengano che la convivenza tra culture diverse sia il nostro destino inevitabile, sopravvive ostinatamente nei nostri media - per non parlare dei messaggi lanciati da alcune forze politiche - una «eccezionalità» dello straniero, beninteso dello straniero extracomunitario: per il modo in cui viene rappresentato (spesso criminale, solitamente ai margini della società, a volte eroicamente buono o fascinosamente esotico, comunque sempre al di sopra delle righe), per le schematizzazioni in cui è costretto («i marocchini», «gli albanesi», «le filippine»), per le «parole chiave» che ne determinano l'accesso in prima pagina (criminalità, clandestinità, terrorismo e poco altro).
La realtà sta cambiando molto in fretta e le nostre rappresentazioni, il nostro «discorso pubblico» sull'immigrazione non riescono a stare al passo. Un solo esempio: da poche settimane romeni e bulgari sono entrati nell'Unione Europea, e ci accorgiamo di non sapere nulla di questi popoli, abituati a identificarli con nomadi e lavavetri. Quando verrà l'ora di parlare di stranieri normali?