Incontro con l'autore - febbraio 2007

Un Pavone contro i generali

«Questi ragazzi erano giovani uomini scioccati e traumatizzati. Semplici, umili lavoratori o contadini, non erano terroristi né insorgenti, ma semplici persone, fuggite dalla Birmania». Cecilia Brighi ne Il Pavone e i generali (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, pp. 306, euro 16,50, i diritti d'autore saranno devoluti alle organizzazioni democratiche e al sindacato clandestino birmano) ha raccolto le storie di questi comuni cittadini schiacciati da una feroce dittatura militare. Ne abbiamo parlato con lei.

Anzitutto, ci spieghi il titolo.
Il pavone è stato il simbolo dei nazionalisti birmani nella lotta contro i colonizzatori inglesi. Poi, recentemente, è stato assunto come simbolo dall'opposizione birmana. I generali invece sono l'anima della giunta militare che, dal 1962, guida con pugno di ferro il Paese.

La Birmania è leader nella produzione di droga. A questo business non sono estranei i militari. Chi li sostiene a livello internazionale?
In Birmania c'è il cosiddetto «triangolo d'oro» nel quale, da sempre, è concentrata la produzione di oppio (e dove da anni si producono le metanfetamine). La produzione negli anni è cresciuta e buona parte dei proventi della droga finiscono nelle tasche dei militari che li utilizzano per acquistare armi e rinforzare l'esercito. I trafficanti di droga, loro complici, con il tempo si sono riciclati. Oggi vivono a Rangoon, dove hanno investito il denaro sporco in settori puliti. Cina e India sono interessati al mantenimento di questo sistema. La Cina perché ha forti interessi in Birmania, alla quale vende armi e dalla quale acquista gas. Anche l'India acquista il gas ma mantiene buoni rapporti soprattutto con Rangoon per non lasciare alla Cina troppo spazio in quell'area. Nelle sedi internazionali Cina e India sostengono sempre la giunta militare.

È vero che il lavoro forzato e quello minorile sono sempre più diffusi?
Sì, centinaia di migliaia di persone (tra le quali molti bambini) vengono sradicate dai loro villaggi per essere impiegate in fabbriche, cantieri, oppure al servizio dei reparti dell'esercito come portatori o sminatori. A fine agosto è stato presentato all'Organizzazione internazionale del lavoro un dossier che denuncia il lavoro forzato in Birmania.

Da chi è composta l'opposizione?
Dopo i moti repressi nel sangue nel 1988, l'opposizione si è compattata intorno ad Aung San Suu Kyi, la figlia di Aung San, il padre della patria. Nel 1990 si sono tenute elezioni (vinte dall'opposizione), ma il risultato non è stato riconosciuto dai militari. Aung San Suu Kyi, insignita del Nobel per la Pace nel 1991, è agli arresti domiciliari. La resistenza tuttavia continua, anche se tra mille difficoltà.


Enrico Casale

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