Io vengo da Kandahar, una provincia dell'Afghanistan dove, da quello che ricordo, è molto difficile vivere. Tra il 1992 e il 1994 nel mio Paese sono arrivati i taliban e nel 1996, appoggiati dal Pakistan nella presa del potere, hanno conquistato Kandahar. Allora ero un ragazzo di quattordici anni e vivevo con la mia famiglia. Mio padre venne ammazzato, perché accusato di essere un comunista. Durante l'occupazione sovietica, infatti, lavorava per i russi e questo è stato un motivo sufficiente per ucciderlo. In quel periodo hanno ammazzato moltissime persone e assistere o apprendere della morte di qualcuno per mano dei taliban era diventato «normale». Sì, la gente non si stupiva affatto, eravamo assuefatti al dolore, alla morte, agli omicidi.
A sedici anni sono partito e ho fatto un lungo viaggio, un percorso difficile che mi ha portato fino a qui in Italia. Ho vissuto un anno in Pakistan, poi cinque in Iran e, infine, quasi due anni in Turchia. Ho fatto diversi lavori: il manovale, il muratore, il calzolaio. In Turchia ho lavorato in una conceria e ho sofferto di gravi problemi di salute. La colla e le sostanze che si utilizzavano per il lavoro mi hanno fatto ammalare; sono dimagrito fino a pesare 40 chili e ho iniziato a sentire forti dolori ai piedi e alle gambe. Non capivo proprio cosa mi stesse succedendo, ero ancora giovane, ma mi sentivo debole e stanco.
Appena ho potuto, sono partito unendomi ad alcuni amici afgani che intendevano dirigersi verso la Grecia. Abbiamo comprato una barca molto piccola e in quattro abbiamo intrapreso un viaggio di dodici ore. All'arrivo le mie gambe, già malate, non rispondevano agli stimoli, non le sentivo più, avvertivo solo una sensazione di freddo. Sono stato subito ricoverato in ospedale e, dopo venti giorni di degenza, ho ricominciato a camminare. Appena si è presentata l'occasione sono partito per l'Italia. Questa volta ho viaggiato su un camion per trenta ore ma, alla fine, ce l'ho fatta.
Sono arrivato ad Ancona e lì ho deciso di proseguire per Roma. Non so bene perché ho scelto Roma, ma ora è diventata la mia città. In quattro anni ho fatto moltissimo, ho raggiunto diversi insperati traguardi. Io che in Afghanistan non ho mai potuto studiare, ho preso la licenza di terza media e ho partecipato a un corso di formazione per operatori socio-assistenziali. Ora lavoro come mediatore culturale in un centro di accoglienza per stranieri e aiuto le persone che, come me, hanno dovuto fuggire. Sono molto orgoglioso della strada che ho fatto fin qui.