Lettere e commenti - febbraio 2007

ISAYAS, PRODI E L'ODORE DEI SOLDI

Nel dossier di gennaio dello scorso anno avevate coraggiosamente denunciato la pericolosa e scandalosa amicizia tra il governo Berlusconi e il presidente eritreo Isayas Afwerki, vero e proprio dittatore. Soprattutto avevate messo in rilievo gli interessi economici che continuano a legare l'Italia a quello sfortunato Paese africano.
Nel frattempo è cambiato il colore del nostro governo, ma poco sembra essere cambiato da questo punto di vista. Infatti mi risulta (anche se i giornali non ne hanno parlato molto) che il premier Romano Prodi abbia ricevuto Isayas lo scorso 4 dicembre e che non si sia fatto cenno al problema dei diritti umani. Che cosa ne dite? Ancora una volta dobbiamo considerare confermato il famoso detto: pecunia non olet?

Fabio Bergamini
Varese

Naturalmente la domanda andrebbe girata anzitutto al nostro presidente del consiglio. Per quanto ci riguarda, sappiamo che il presidente eritreo Isayas Afeworki viene spesso in Italia in visita personale per curare i propri affari (si dice sia socio di alcune aziende italiane) e per curare le relazioni con enti locali e alcune associazioni a lui molto vicine. Nell'ambito di uno di questi viaggi si è incontrato con Romano Prodi. Il fatto che non si trattasse di una visita ufficiale ne ha ridotto l'impatto mediatico, ma non ne diminuisce la gravità. Isayas è un dittatore e Prodi è stato ingenuo a riceverlo e a non sollevare la questione dei diritti umani (stando almeno a quanto riferiscono le fonti da noi consultate). Un'ingenuità che si è rivelata ancora più grave alla luce delle strumentalizzazioni che Isayas ha fatto della visita. Infatti, tornato in patria, egli ha vantato il sostegno (mai dato né offerto) del premier italiano alla sua politica nel Corno d'Africa e in Eritrea. Non solo, Isayas ha sostenuto che Prodi lo avrebbe invitato per una futura visita ufficiale. Ci auguriamo si tratti solo di millanterie. (e.c.)


ANCORA SULLE MUTILAZIONI GENITALI

Ho letto più volte il vostro dossier sull'infibulazione uscito sul numero di ottobre di Popoli: un dossier ricco di articoli, completo, preciso, scientificamente valido. Però bisognerebbe fare di più per combattere questa ignominia. È impressionante che il civilissimo Egitto e le nostre ex colonie del Corno d'Africa siano al vertice di queste intollerabili inciviltà. Non sono un politico ma, secondo me, l'Occidente dovrebbe dire: «Volete i nostri aiuti? Bene, combattete le mutilazioni!»

Domenico Ettorre
Roma

La ringraziamo per il suo apprezzamento nei confronti del nostro dossier, che - ce ne accorgiamo dal numero di lettere arrivate in redazione - ha suscitato un vivace interesse.
L'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili sono, prima che un problema sanitario, una questione culturale. La lotta a queste pratiche va quindi condotta con le armi dell'informazione e della formazione. Va promossa, con pazienza e intelligenza, una cultura che renda le mutilazioni genitali inaccettabili. È un processo lungo e difficile. In questa direzione però si stanno muovendo molti operatori socio-sanitari che lavorano sul territorio e i primi risultati stanno arrivando (come è testimoniato nel nostro dossier). Temiamo invece che imposizioni di qualsiasi tipo alle donne e agli uomini che convivono con le mutilazioni genitali possano essere prese come un'indebita ingerenza esterna e quindi rifiutate in toto, con scarsi risultati pratici sia di breve sia di lungo periodo. Tanto meno ci parrebbe efficace una sorta di ricatto, come quello che Lei propone, che rischierebbe di colpire doppiamente coloro che sono già vittime di questo fenomeno.


L'INCULTURAZIONE VISTA DALLA BOLIVIA

Rispettando il consueto intervallo di cinque anni, anche la scorsa estate sono tornato in Italia, dalla Bolivia, per salutare familiari e amici. Il ricordo è andato ai giorni della mia partenza, 19 anni fa, al mio desiderio di affiancarmi a un popolo, di condividerne la vita, alla promessa fatta a me stesso di non giudicare, non disprezzare, né osannare.
Ricordo, tra l'altro, il titolo che il giornalino parrocchiale mi aveva dedicato: «Padre Fabio parte per annunciare l'amore del Padre fra la gente della Bolivia». Un titolo un po' altisonante per un pretino appena ordinato... Eppure è vero che sono stati questi i sentimenti che mi hanno mosso, pur fra errori e contraddizioni, nel mio camminare nella pampa.
Lentamente ho scoperto che annunciare l'amore di Dio significa anzitutto scoprire l'amore di Dio presente fra la gente. Presente in una vita vissuta nella sobrietà povera di chi inizia ogni giornata senza sapere se potrà sbarcare il lunario, in gesti di solidarietà compiuti con una normalità che potrebbe ad altri sembrare eroica, in una disciplina sociale che permette a una comunità di farsi guidare dall'autorità che a turno è preposta per questo (autorità che tornerà «soldato semplice» al termine dell'anno di servizio), in tanti riti ed espressioni religiose, che, a volte, la sicumera di alcuni giudica come espressioni pagane e idolatriche, in una cultura solidale con la natura.
Presente, insomma, in tante piccole cose che scopro giorno dopo giorno. E avvertire questa presenza mi ha fatto accorgere che non si tratta di «portare» l'amore del Padre (come diceva il titolo di quell'intervista), ma di «scoprire» l'amore che il Padre ha già seminato a piene mani quando fin dalla creazione ci ha preceduti in ogni dove.
In particolare, ho capito che il mio ruolo di missionario è forse quello dello specchio: la mia presenza aiuta a riscoprire quell'amore che è già presente, ma che a volte risulta anonimo e passa inosservato. La presenza del diverso è qualcosa che aiuta a riscoprire un'identità; è l'accoglienza reciproca nel cuore dell'altro ciò che fa scoprire la presenza amorosa del Padre. Vedo dalla mia esperienza che chiave dell'inculturazione non sono cose e azioni concrete, non sono limiti e confini tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Chiave dell'inculturazione è l'amore, la simpatia, la stima, l'apertura che si nutre verso l'altro. È un atteggiamento che pervade tutto e che permette di riconoscere l'amore del Padre anche lì dove l'evidenza direbbe che non c'è. È scoprire la presenza dell'unico amore di Dio anche in altre espressioni religiose, in altri linguaggi, in altre tradizioni. È accettare di entrare in quelle porte che l'altro, il differente, l'appartenente a un'altra cultura, lascia aperte perché l'amore possa uscirne ed entrarvi. Se tanti anni fa sono partito per dare amore, ho scoperto poi che l'amore è qualcosa da vivere e condividere. Che l'inculturazione non può essere una semplice «traduzione», ma è qualcosa di molto più complesso e affascinante. Quei processi che lungo i secoli hanno permesso alla Chiesa di inculturarsi in mondi differenti, sono stati essenzialmente processi di amore e quindi di stima, rispetto e apertura reciproci.

Fabio Garbari S.I.
Qorpa (Bolivia)

A costo di sacrificare un po' le altre lettere, abbiamo deciso di pubblicare in modo pressoché integrale questa illuminante riflessione. Missione, inculturazione, dialogo con il diverso da noi: temi certo non nuovi ma che oggi sembrano particolarmente pregnanti. Ci pare che le semplici ma efficaci parole di padre Fabio possano costituire un'utile ispirazione per chi, al di là della diversità di ruoli e condizioni, desideri impegnare la propria vita nell'annuncio dell'amore del Padre.


LA PRINCIPESSA ETIOPE E GLI ITALIANI

Da anni rinnovo puntualmente il mio abbonamento a Popoli. È una bella rivista, ma il numero di agosto-settembre non mi è piaciuto. Avete pubblicato un'intervista, a firma di Enrico Casale, a una «principessa» etiopica riguardante un suo libro in cui, naturalmente, parla male di noi italiani. Io diffido sempre dei giudizi di coloro che stanno lontani dalla propria patria (la signora vive da 40 anni in Francia) e sono veramente stanca delle menzogne che si dicono sulla nostra colonizzazione.
Quest'anno mi abbonerò nuovamente a Popoli, ma senza molta gioia.

Anna Fazi
Lariano (Roma)

Ci scusiamo per aver dovuto ridurre, per motivi di spazio, la sua lunga lettera. Abbiamo però salvaguardato il punto centrale: non le è piaciuta l'intervista a Martha Nassibou perché avrebbe parlato male degli italiani.
In realtà, l'autrice del libro citato non se la prende con gli italiani, ma con il fascismo e con i fascisti che invasero il suo Paese e lo privarono dell'indipendenza. Martha Nassibou ha ribadito in più occasioni di amare l'Italia (non a caso ha sposato un italiano e ha preso, lei stessa, la cittadinanza italiana) e ha espresso il suo apprezzamento per il nostro (e suo) Paese e per molte delle cose che i nostri connazionali hanno fatto in Etiopia. Il suo risentimento e il suo giudizio critico sono tutti verso il fascismo. E in questo come darle torto? (e.c.)


LETTERA DAL CENTRAFRICA

Vi scrivo dalla Repubblica Centrafricana, dove la situazione resta piuttosto agitata. Alla fine dell'anno alcuni ribelli, arrivati dal Darfur (Sudan), hanno cercato di marciare su Bangui, ma sono stati respinti dall'esercito nazionale sostenuto dal Cemac (Communauté économique et monétaire de l'Afrique centrale) e dai francesi.
Ora sembra che tutto sia tornato tranquillo. Nulla però è venuto a migliorare le condizioni di vita della popolazione. Le cose continuano ad andare male, la gente soffre e il governo sembra paralizzato.
Per due mesi e mezzo i professori universitari hanno fatto sciopero per reclamare i salari in ritardo. Una volta ancora l'anno accademico, che sembrava potesse svolgersi quest'anno in condizioni più decenti, è stato mandato a rotoli. Ora si sta riavviando. Speriamo che si vada fino in fondo.
Gli studenti impegnati nella lotta all'Aids continuano a restare mobilitati. Hanno partecipato, per varie serate, a una kermesse con canti, piccoli spettacoli e scenette in un vecchio stadio della città, in occasione della Giornata mondiale di lotta all'Aids, il 1° dicembre. Si stanno organizzando in «club» diversi, ciascuno specializzato in un tipo preciso di intervento (giornale, teatro, musica, spettacoli, fumetti, ecc.).

Dorino Livraghi S.I.
Bangui (Rep. Centrafricana)

La speranza è che l'operazione di pace che verrà dispiegata al confine fra Ciad, Sudan e Rep. Centrafricana riesca a bloccare gli scontri favorendo il dialogo fra i ribelli e il governo di Bangui. Anche perché la situazione dei 150mila profughi è già precaria e può peggiorare.

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