La cooperazione italiana allo sviluppo sarà rivoluzionata. Il primo passo è stato compiuto il 12 gennaio con l'approvazione da parte del governo Prodi di un disegno di legge delega che riordina la materia affidando al ministero degli Esteri i compiti di indirizzo politico (ora divisi fra più dicasteri), e dando vita a un'Agenzia che disporrà di un fondo unico nel quale confluiranno tutti i fondi destinati all'aiuto pubblico allo sviluppo. Abbiamo parlato di queste novità e delle prospettive della cooperazione italiana con Patrizia Sentinelli, deputato e sottosegretario agli Esteri con delega alla cooperazione internazionale.
Onorevole Sentinelli, quali compiti ha oggi la cooperazione internazionale?
La cooperazione è uno strumento essenziale della politica estera di ciascun Paese. Prendiamo per esempio il problema delle migrazioni. Molte persone lasciano i Paesi del Sud del mondo per sfuggire a guerre, violenze, fame. I fenomeni migratori non possono essere visti solo come piaghe da combattere considerando prioritario l'aspetto della sicurezza. Le migrazioni ci saranno sempre. Ed è giusto che ciascuno scelga dove poter vivere. Il problema però non è la libertà di venir via, ma l'impossibilità di restare. È necessario allora creare le condizioni affinché questa gente non sia obbligata a emigrare. Ciò che mi interessa, come delegato del governo alla cooperazione, è favorire, in un quadro d'insieme, l'uscita dal tunnel della mancanza di democrazia, di diritti, di lavoro, dell'emarginazione, dalla guerra e dalla fame. Non possiamo farcela da soli. Nessun Paese può farcela da solo. Ogni Paese però deve fare la sua parte. Certo, l'aiuto pubblico allo sviluppo ha fallito e, spesso, le montagne di soldi inviate non sono state ben investite. Bisogna però operare secondo modalità nuove per rendere efficace l'intervento non pensando solo al dare, ma contribuendo anche a rafforzare le economie locali.
Quanti fondi ha stanziato l'Italia per il 2007?
Il governo precedente, a livello di progetti e di stanziamenti, ha fatto poco e male. I fondi a disposizione della cooperazione sono stati via via tagliati subendo sforbiciate del 40, 50 e, addirittura, 60% l'anno. L'esecutivo guidato da Berlusconi aveva fatto una previsione per la Legge finanziaria 2007 di 382 milioni di euro per la cooperazione legata al ministero degli Esteri. Inoltre, sempre il governo Berlusconi, due anni fa, aveva prodotto una legge che rendeva non più utilizzabili i fondi non impiegati dal ministero. Questo si traduceva in un taglio aggiuntivo di 40-50 milioni. Ho scoperto infine che il primo progetto di Legge finanziaria del governo Prodi tagliava ulteriormente i fondi della cooperazione, portandole via 48 milioni. Abbiamo lavorato molto per aumentare i fondi e ci siamo riusciti. Nella Legge finanziaria approvata per il 2007 c'è stato un incremento del 57%: siamo arrivati a 600 milioni di euro. A questi fondi vanno poi aggiunti i residui che saranno nuovamente utilizzabili. Per arrivare all'obiettivo dello 0,7% del Pil che ci siamo impegnati a raggiungere entro il 2015, c'è ancora molta strada da fare: però abbiamo dato un'inversione di tendenza.
Quali aree del mondo sono prioritarie per l'Italia?
Il governo Prodi ha deciso di fare una programmazione degli interventi definendo priorità di settore e geografiche. Una programmazione indispensabile, altrimenti si rischia di dare i soldi al canale multilaterale (Onu, Unicef, ecc.) senza sapere dove poi vanno a finire realmente. Oppure si rischia di moltiplicare i progetti magari dando vita a iniziative che si sovrappongono. È ora che si metta fine al «progettificio» da parte del governo e della società civile. Dobbiamo invece dar vita a una programmazione credibile sapendo che partiamo da fondi limitati che dobbiamo utilizzare bene. L'Africa è il continente al quale dobbiamo destinare i maggiori contributi. È giusto che si concentri il nostro aiuto laddove ci sono maggiori bisogni. È chiaro che ci dovranno essere anche programmi di intervento per altre regioni: penso all'Asia, ai Balcani, al Medio Oriente.
Su quali settori è opportuno investire?
Il rischio è di individuare alcune aree geografiche, destinare loro i soldi e poi dimenticarsene. Non spetta a noi politici il compito di giudicare la qualità dei progetti, anche perché le organizzazioni hanno le competenze per progettare e realizzare iniziative nel Sud del mondo. A noi spetta invece definire le priorità di intervento. Per esempio possiamo aiutare alcuni Paesi facendo leva sulla società civile locale. Pensate al ruolo delle donne in Africa. Sono loro a portare avanti il continente e a loro possiamo rivolgerci aiutandole attraverso il microcredito e un sistema di scambi equi e solidali.
Gli strumenti legislativi a disposizione sono adeguati?
La legge che abbiamo oggi e che regola la cooperazione (n. 49 del 1987) va riformata. Bisogna approvare un'altra legge perché quella in vigore ha fatto il suo tempo e non risponde più alle nuove esigenze di un mondo globalizzato. Il 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di legge delega per riformare il settore. Questo progetto è importante anche perché è il frutto di un metodo di lavoro che ha coinvolto, in un confronto serrato, le Ong, il mondo dell'associazionismo, quello accademico e i protagonisti della cooperazione decentrata (enti locali, regioni, ecc.). La rapidità dei tempi con cui abbiamo saputo definire insieme i contenuti e le forme del disegno di legge delega dimostra che la partecipazione responsabile può arricchire anche un processo complesso e delicato, addirittura velocizzandone i tempi effettivi.
Su quali principi si fonderà la riforma?
Il disegno di legge delega che abbiamo presentato riconosce la cooperazione come parte integrante della politica estera nazionale e non solo come strumento di geopolitica. Il ministero degli Esteri assume la responsabilità dell'indirizzo politico sull'intera materia, oggi frammentata. Verrà infatti istituita un'Agenzia della cooperazione, in grado di operare con tempestività e nella massima trasparenza, che disporrà di un fondo unico nel quale confluiranno le risorse economiche destinate dallo Stato all'aiuto pubblico allo sviluppo internazionale. Altri punti qualificanti sono: la valorizzazione della cooperazione decentrata, che ha dato prova di grande esperienza e competenza nelle relazioni con le comunità locali di tutto il mondo; la priorità di impiego per i beni e servizi prodotti nei Paesi o nelle aree in cui si realizzano gli interventi, per sollecitare le economie locali; l'individuazione di forme di consultazione dei soggetti pubblici e privati che compongono il sistema nazionale di cooperazione, per una definizione «partecipata» delle finalità e degli indirizzi politici attribuiti alla Farnesina. Gli obiettivi fondamentali della cooperazione diventeranno la pace, la solidarietà, i diritti delle donne, i diritti del lavoro, i diritti dell'ambiente, i diritti dei minori. Ora la parola passa alle istituzioni decentrate, alla società civile e al Parlamento, soggetti ai quali spetterà il compito di approfondire e arricchire con un ampio dibattito la riforma della cooperazione.