Quando parte uno straniero, parte solo il corpo. La sua anima arriverà solo quando si sentirà integrato». Con questa frase Ejaz Ahmad, caporedattore del mensile Azad, sintetizza lo stato d'animo dei migranti presenti in Italia. Fino a quando uno straniero dovrà pensare in modo assillante a documenti, casa, regolarizzazione del lavoro, difficilmente quest'anima migrerà nel Paese che lo ospita. Un modo che gli stranieri hanno per promuovere il processo d'integrazione e per aumentare il senso di partecipazione individuale e collettiva è sviluppare un'informazione mirata, pulita, attenta, su se stessi, sulla propria patria e sulla nazione che è divenuta la loro nuova casa.
Una recente indagine dell'Ong Cospe (Multiculturalità e media. L'offerta multiculturale nella radio, tv e stampa in Italia) ha fatto luce su questo nuovo fermento. Nel settore dei media multiculturali sono state censite 137 realtà (vedi tabella): si tratta di trasmissioni radiofoniche, televisive, giornali a cadenza mensile, settimanale, quindicinale, prodotti da stranieri e rivolti alla comunità straniera. La quale, secondo il Dossier Caritas-Migrantes 2006, conta ormai 3.035.000 immigrati regolari, con un'incidenza del 5,2% sulla popolazione italiana.
Il rapporto Cospe evidenzia come, su 137 realtà, il Sud Italia sia ancora penalizzato in quanto i media multiculturali si producono soprattutto al Nord e al Centro (122 su 137), anche se nel Sud, in particolare a Cosenza, si sta verificando una piccola rivoluzione. A confermare la forte crescita del settore è soprattutto il mercato della carta stampata: nel 2001 registrava 31 testate, nel 2006 è quasi raddoppiato, salendo a quota 59. A seguire le trasmissioni radiofoniche, che hanno visto un leggero ribasso (70 nel 2001, 57 nel 2006), e quelle televisive, in leggera crescita (16 nel 2001, 21 nel 2006). Le produzioni radiofoniche e televisive tendono a essere multilingue, quelle cartacee nella lingua straniera di riferimento. Se poi si deve scegliere una sola lingua, l'italiano è la prima scelta.
RADIO, IL PRIMO AMORE
La radio è stata storicamente il primo mezzo utilizzato dagli stranieri perché meno costoso e più duttile. Tutt'oggi continua a essere privilegiato e, pur in un panorama spesso caratterizzato da iniziative piccole e poco strutturate, ci sono programmi di qualità.
A dare una mano a leggere il panorama dei media, c'è l'analisi di Anna Meli, una delle curatrici della ricerca del Cospe. «La radio - spiega - continua a essere il mezzo più accessibile agli stranieri, anche se poi in termini strettamente numerici, è più o meno stabile. Sicuramente il più difficile da mappare perché spesso le trasmissioni esistono per periodi brevi. È un mezzo frastagliato e altalenante: in termini di "contenuti" abbiamo ritrovato poche trasmissioni uguali alle precedenti censite nel 2001. La «mortalità» è molto alta, anche perché gran parte delle trasmissioni è basata sul volontariato e alla lunga il lavoro volontario è pesante». È raro trovare nell'organico delle redazioni personale straniero, le poche eccezioni sono la Rai, il circuito di Radio Popolare (il cui caporedattore esteri di Milano è algerino), il circuito cattolico RadioInblu e Radio Vaticana.
Uno dei programmi storici, nato nel 1999 a Roma, è Radio B.leze, in onda ogni domenica dalle 13 alle 15 su Radio Città Aperta, in cui si alternano servizi a dibattiti con ospiti in studio. Radio B.leze (che utilizza tre lingue: creolo capoverdiano, portoghese e italiano) è nata per volontà dell'Associazione di donne capoverdiane. «L'obiettivo - spiega la responsabile Dulce Arujo - è quello di informare la comunità sul nostro Paese d'origine in quanto noi immigrati (i capoverdiani in Italia sono quattromila, ndr) votiamo per le legislative e per le presidenziali. Seguiamo poi le tematiche sulla migrazione in Italia e nel mondo». E i frutti positivi, secondo Arujo, non si sono fatti attendere: «La trasmissione ha creato maggiore unità e partecipazione della comunità. Anche noi in redazione siamo cresciuti professionalmente». Oltre a lei, redattrice di Radio Vaticana, partecipa anche Maria De Lourdes, giornalista Rai del programma Permesso di soggiorno, insieme a diversi collaboratori tra cui spiccano i giovani della seconda generazione capoverdiana che parlano italiano e gestiscono lo Spazio giovani. Per loro s'impone la presa di coscienza della «doppia integrazione»: «È giusto che sappiano quali sono le loro origini, ma ciò non toglie che devono inserirsi in Italia. Devono integrarsi qui e là».
EXPLOIT ROMANIA
Se radio e tv adottano più facilmente il plurilinguismo, per la carta stampata la scelta ricade sulla lingua della comunità, elemento che premia e rende la carta stampata vincente. Nonostante gli elevati costi di produzione, i periodici hanno finora avuto una buona tenuta nel mercato e alcune testate ormai si sono consolidate, come quelle edite dal gruppo Stranieri in Italia.
«Le pubblicazioni che sinora hanno funzionato meglio sono quelle in lingua perché c'è interazione con il pubblico di riferimento - puntualizza la ricercatrice Anna Meli -. Esistono anche quelle multilingue, ma non riescono a caratterizzarsi e a stare sul mercato». La ricercatrice esclude il rischio di ghettizzazione perché il consumo mediatico è multiplo, lo straniero adotta più canali e la stampa non è il mezzo esclusivo, ma un mezzo identitario. Un caso a sé è rappresentato da Metropoli, che «cerca di dialogare con tutti gli stranieri e dunque ha scelto l'italiano come lingua comprensibile da tutti».
Un caso emblematico è quello di Azad, il mensile delle comunità pakistana, edito da Stranieri in Italia: cinquemila copie distribuite soprattutto nel Nord Italia, dove risiede il grosso della comunità. Si chiama Azad, cioè libero, in nome di quella libertà di stampa negata in Pakistan, ma possibile in Italia. Pubblica in hurdu, lingua che si parla in India e in Inghilterra (dove è addirittura il secondo idioma, per la forte presenza di immigrati), ma sta morendo in Pakistan. Utilizzandola, il mensile l'aiuta a sopravvivere. Il caporedattore Ejaz Ahmad motiva la scelta: «Le prime generazioni di immigrati non parlano italiano o, meglio, parlano solo l'italiano che serve. È importante comunicare con la prima generazione perché è quella che trasmette alle successive. Con Azad spieghiamo, anzitutto, le leggi italiane: dobbiamo trasmettere quello che è differente perché capiscano come inserirsi. Poi, nel lungo periodo, inseriremo anche articoli in italiano perché le seconde generazioni non parlano hurdu, ma italiano».
Questi giornali rappresentano un laboratorio di confronto per le comunità stesse, che affrontano per la prima volta temi in cui è in gioco la transizione identitaria e culturale, come fa notare Marcello Maneri, docente di Sociologia dei media all'Università Milano-Bicocca. «È un dialogare con la cultura d'origine che non è omogenea, ma sfaccettata - aggiunge -. Sono laboratori culturali che fungono da ponte». Ne sa qualcosa Ejaz, che si sente ormai cittadino del mondo e che quando ha iniziato, tre anni fa, ha ricevuto intimidazioni dalla sua comunità per aver coinvolto cinque donne tra i collaboratori e aver messo in discussione il sistema delle caste.
Se Azad, durante l'estate scorsa, è stato costretto a chiudere per tre mesi per mancanza di pubblicità, difficilmente questo si verificherà per il settimanale Gazeta Romaneasca, il più venduto tra i giornali del gruppo, forte del fatto di rivolgersi alla più consistente comunità straniera, quella romena (circa 360mila soggiornanti, cioè il 12% della popolazione straniera). È tra l'altro il primo giornale edito da Stranieri in Italia ad avere aperto una redazione anche nel Paese di origine, redazione che conta tre redattori, a cui si aggiungono quelli della redazione romana e vari corrispondenti. Una scelta dettata anche dall'ingresso della Romania nell'Unione europea il 1° gennaio 2007. «Ci siamo resi conto che c'era bisogno di più persone e non è facile trovare qui romeni che sappiano fare un giornale - racconta Sorin Cehan, direttore di Gazeta -. Inoltre servivano corrispondenti sul posto che capissero l'importanza e il peso delle informazioni. Cosa che, stando in Italia, non sempre si coglie».
IN CERCA DI FINANZIAMENTI
Accanto a Stranieri in Italia ci sono ovviamente altre esperienze: da Mondo Brasil (dal 2000 mensile della comunità brasiliana, la cui responsabile si è fatta promotrice di una federazione tra i media) a Nue, giornale in arabo edito a Roma che ha pubblicato anche guide turistiche multilingue. Ma la testata forse più conosciuta è Bota Squiptare, quindicinale albanese nato nel 1999, due anni prima di Stranieri in Italia (che peraltro è socio di minoranza nella casa editrice del giornale albanese). «Il nostro giornale - puntualizza orgoglioso il direttore Roland Seyko - è tra l'altro uno dei pochi presenti in edicola, dove si vende il 60-70% del tirato». Il giornale, come la maggior parte dei periodici, non riceve alcun finanziamento da enti pubblici e la fonte principale di introiti è la pubblicità.
Se, infatti, svariati investitori privati, già presenti nel media mainstream (il mercato dei media principali), hanno iniziato a prestare attenzione alla nuova fetta di mercato rappresentata dallo straniero-consumatore, gli enti pubblici (dai comuni allo Stato) sono assenti o sono discontinui nell'erogazione di finanziamenti. L'Emilia Romagna, ad esempio, è sinora l'unica regione che ha creato un bando per l'editoria multiculturale. Questa situazione ha spinto il direttore di Bota Squiptare a farsi portavoce di un'iniziativa da estendere a tutti i giornali stranieri editi in Italia. «Attraverso la Consulta - spiega Seyko - abbiamo chiesto di estendere l'accesso ai contributi, stanziati dalla legge sull'editoria (n. 254/83), anche ai giornali multiculturali riconoscendo loro "l'alto valore culturale". Questi contributi vengono concessi, ogni anno, da una apposita Commissione di esperti, sulla base di un fondo, appositamente istituito, che nel 2005 era pari a 1.456.000 euro».