Afghanistan, Iraq, Cecenia, Libano, Sri Lanka, India, Palestina e... Giappone. Li definiamo tutti kamikaze, mentre questo termine designa, in origine, realtà tipicamente giapponesi. E li associamo alla religione musulmana - o meglio a una sua distorta interpretazione - mentre gli attentatori suicidi compaiono a latitudini e longitudini molto diverse per cultura, mentalità, religione, tradizioni. Comuni denominatori, la volontà di testimoniare l'assolutezza dei propri principi e la determinazione che il sacrificio del proprio corpo sia l'unico mezzo per colpire il nemico.
La loro storia comincia nel 1944 all'aeroporto di Clark (Filippine), quando il Giappone è sull'orlo della catastrofe. Ai comandi di un bombardiere, l'ammiraglio Masabumi Arima si lancia contro la portaerei statunitense «Franklin». Così il mondo impara a conoscere i kamikaze. Kami significa Dio, così come i giapponesi lo intendono, cioè non un'entità trascendente (qual è nelle religioni abramitiche), bensì qualcosa di superiore alla normale dimensione umana (può essere anche una cascata, una montagna, un albero). Kaze significa vento e rieccheggia, nell'immaginario collettivo nazionale, quegli sconvolgenti tifoni che, negli ultimi decenni del XIII secolo, distrussero, per ben due volte, le navi con cui la flotta mongola si apprestava a invadere il Giappone.
I «VENTI DIVINI»
Ben presto, durante la seconda guerra mondiale, il numero di aspiranti «Venti Divini» crebbe fino al doppio degli aerei disponibili. Le selezioni privilegiavano i figli della nobiltà militare, fior fiore della società, per la stragrande maggioranza studenti, l'età sui 16-17 anni. Sui rotoli di carta di riso custoditi nel tempio Kannonji, a Tokyo, si susseguono 4.600 nomi. Franco Mazzei, yamatologo (studioso di Giappone) di fama internazionale e ordinario di Storia e civiltà dell'Estremo Oriente all'Istituto Orientale di Napoli, ricorda che lo scintoismo - religione originaria giapponese, che segna tuttora la sensibilità collettiva, e nella quale si riconoscevano la maggioranza dei kamikaze - valuta la morte volontaria in modo sostanzialmente non negativo. «Per i "Venti Divini" - spiega - non erano previsti né il paradiso né altre ricompense post-mortem. Lo scintoismo non ha escatologia; non esiste l'aldilà, morire rappresenta il momento culmine dell'essenza della vita. E, secondo il Codice dei Samurai, "come i fiori dei ciliegi cadono nel fulgore della loro bellezza", così la morte deve sopravvenire nel pieno della gioventù. Lungi dall'essere inteso dal punto di vista etico, il concetto del male richiama la "bruttezza", coincide con qualcosa di deteriorato, malato, vecchio. Pertanto la morte è bella se è tale esteticamente. Quella del kamikaze è gloriosa, splendente».
Si riconosceva (e si riconosce) invece nella religione hindu la maggioranza di quei guerriglieri tamil che negli anni Ottanta iniziarono a combattere per l'indipendenza dallo Sri Lanka (Paese a forte presenza buddhista). «Ma il vero problema era, semmai, l'estremismo nazionalistico, non il fattore religioso», osserva Michelgugliemo Torri, docente di Storia moderna e contemporanea dell'Asia alla facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino, nonché presidente di ItalIndia (associazione di studiosi specialisti dell'India di oggi): «Rispetto all'esercito regolare, molto ben organizzato e armato, lo squilibrio di forze era enorme. Gli indipendentisti usavano il suicidio in battaglia, in attentati all'interno delle linee nemiche e nella capitale».
Una «strategia» che trova il suo momento culminante nel 1991: in India, a Sriperumbur, in piena campagna elettorale, una deflagrazione uccide l'ex primo ministro Rajiv Gandhi. Per vendicarsi del mutato atteggiamento indiano verso di loro, i tamil mandano a rendergli omaggio una giovane donna con una carica di esplosivo nascosta sotto il sari.
Sempre negli anni Ottanta, in Medio Oriente, Khomeini mandava frotte di adolescenti, più o meno volontari, a farsi saltare in aria sulle mine dei campi iracheni, per spianare la strada ai carri armati iraniani che avrebbero dovuto rovesciare il regime empio di Saddam Hussein. In Libano, i primi attentatori suicidi comparvero a Tiro, contro il comando israeliano, e a Beirut contro soldati francesi e marines statunitensi.
Il celebre islamista Olivier Roy vi ipotizza echi dello sciismo, caratterizzato dal martirio quale testimonianza massima di fede. Il riferimento è Kerbala, nel 680 d.C., quando l'imam Hossein, figlio di Alì, genero di Maometto, e quindi nipote del profeta, fu massacrato, con i suoi seguaci, durante una battaglia segnata dall'enorme disparità con le forze nemiche in campo. Il tempo ha tuttavia segnalato che fra i sunniti - stragrande maggioranza nel mondo musulmano - l'insorgere di deliri può essere addirittura favorito dal rapporto totalmente esclusivo, assoluto, che ciascun singolo fedele intrattiene con Allah, mentre nella comunità sciita, l'imam svolge comunque una qualche sorta di mediazione.
LA SCELTA PALESTINESE
In Palestina, durante tutto il lungo periodo della prima intifada (1987-1993), non si segnalano attentati suicidi. La cultura di questo popolo si riconosceva infatti in una tradizione sostanzialmente laica e multiconfessionale (come dimostra anche il significativo apporto di cristiani e notabili musulmani occidentalizzati al movimento nazionalista degli anni Trenta).
Negli anni 2000, seconda intifada in Palestina: uomini e donne imbottiti di esplosivo sventrano persone, edifici, strade. «Sono nati e cresciuti all'interno di una società che sostanzialmente non vede più vie d'uscita, ha perso tutte le speranze», osserva Justo Lacuna-Balda, della congregazione dei Padri bianchi, islamista tra i maggiori in Europa, già rettore del Pontificio istituto di studi arabi e di islamistica (Pisai). «Il fattore religioso - prosegue - incide solo in maniera marginale e indiretta. Poiché le pietre sono inutili e le armi del tutto inadeguate, non rimane, nella loro mentalità, che combattere uccidendosi, in questo modo dando testimonianza della volontà assoluta di difendere qualcosa che è essenziale per la vita umana, anzi più importante di essa: la propria dignità. Da un lato, il diritto sacrosanto del popolo ebreo alla libertà, alla democrazia, al territorio; dall'altro lato, il medesimo sacrosanto diritto del popolo palestinese. E qui la questione diventa davvero molto complessa, perché intreccia religione, cultura, politica, il diritto di ricavare uno spazio, il diritto a una carta d'identità, il diritto di camminare e poter dire: "questo pezzo di terra è mio, nostro"».
Sempre nel nuovo secolo, attentatori suicidi compaiono per la prima volta nel Caucaso, storicamente area di combattenti accaniti, grandi guerrieri, lottatori. Per uccidere il nemico, quando non ci sono alternative, ci si uccide, con azioni a volte anche strampalate, sempre tragiche, preferibilmente in luoghi simbolo e affollati. Nella lunga rivolta della Cecenia contro la presenza russa - oltre 100mila morti tra i guerriglieri, almeno 200mila i profughi, economia azzerata - si verifica anche un fatto abbastanza insolito: l'islam (sunnita) finisce con l'introiettare il concetto di nazione quale elemento caratterizzante (ben più sovente accade l'inverso).
E siamo a New York, 11 settembre 2001. A pilotare quegli aerei che impattano contro le Torri gemelle, sono giovani di nazionalità araba e di cittadinanza perlopiù saudita, vissuti per qualche tempo in Occidente ma fautori di una teocrazia analfabeta e feroce come quella dei taliban. Sono affiliati ad Al Qaeda, la «rete» che afferma di lottare per instaurare un califfato mondiale.