Dialogo e annuncio - marzo 2007

Figli di Abramo
Parola e pane

Il contributo delle religioni alle grandi sfide odierne: intorno a questo tema si sviluppa l'intervista ad Adel Jabbar, sociologo di origini irachene, docente in diverse università italiane. Le conoscenze dello studioso si fondono con il profilo culturale di un uomo nato nella terra di Abramo

Sara Regina

«Mia nonna, camminando per le vie della città, se vedeva per terra un pezzetto di pane o un frammento di carta scritta si fermava a raccoglierli e li infilava nelle fessure dei muri, perchè la gente non li calpestasse». Adel Jabbar vive e insegna in Italia da molti anni, ma sono nitidi nella sua memoria i ricordi dell'infanzia a Baghdad, dove ha assorbito profondamente, anche nelle abitudini quotidiane, la cultura e la tradizione islamiche.

Da dove deriva questa attenzione per il pane e per la parola?
Nell'arabo che si parla in Egitto il verbo «aish», che vuol dire «vivere», è la stessa parola che si usa per indicare il «pane»: rispettare il pane significa rispettare la vita. Allo stesso modo, rispettare la carta scritta significa rispettare la parola, e per un musulmano la Parola per eccellenza è quella di Dio, che è «giusta». Alla base di tutto c'era il principio dell'attenzione al proprio stile di vita, rispettoso, sobrio, senza eccessi. Credo che sarebbe importante riscoprire quest'attenzione oggi, nell'era dell'homo oeconomicus, che deve lavorare e realizzare, consumare e produrre rifiuti. Senza retorica, dovremmo recuperare il senso vero della parola e del pane come diritto alla vita, ad avere una vita giusta.
Anche nel cristianesimo si dice che Gesù è il Verbo di Dio e si parla del «pane di vita»: questo mi porta a pensare alla nostra comune matrice, ancor più se si pensa che nell'Iraq di oggi vi sono i luoghi dove visse Abramo, in cui si riconoscono ebrei, cristiani e musulmani.

In quali grandi temi potrebbe essere ricercato un patrimonio comune tra ebraismo, cristianesimo e islam?
La figura, l'esperienza e la ricerca di Abramo, a mio parere, hanno molto da insegnare al mondo di oggi, che è globalizzato soltanto in senso economico. Abramo è un uomo che cammina alla ricerca della verità, abbandonando le origini, le certezze, rompendo con certe consuetudini e tradizioni. Si mette in viaggio, sceglie di vivere l'ignoto, l'estraneità, di mettersi in discussione. Per me oggi questo è fondamentale, anche perché viviamo in un mondo in cui spesso molti rivendicano verità assolute che sfociano in integralismi, chiusura, e sappiamo quali terribili effetti ciò possa produrre. Invece sarebbe importante recepire l'idea che la verità è una ricerca cui siamo chiamati, un andare continuamente verso qualcosa che sta dall'altra parte, verso orizzonti che si fanno sempre più ampi.

Le grandi sfide di oggi non possono essere risolte che a livello globale. È possibile attingere alla sapienza delle religioni per creare una sorta di «linguaggio condiviso»?
Credo che oggi le religioni siano chiamate a contribuire nel dare una risposta alle sfide che stanno dinanzi all'umanità. Parliamo per esempio del cibo: la dimensione di giustizia è spesso minacciata dall'uso improprio del territorio. L'uso di armi sempre più sofisticate danneggia fortemente l'ambiente, come anche le scorie industriali che vengono depositate nei Paesi poveri; questo poi si ritorce anche contro il Nord del mondo, dove vengono esportati i prodotti coltivati su quei terreni contaminati. Le connessioni tra diversi luoghi, terreni, tradizioni sono sempre più forti e ci avvicinano in ogni caso, perché c'è interdipendenza, vi sono necessità e bisogni che accomunano la popolazione delle diverse aree geografiche.
Ancora oggi è drammatico il problema della fame nel mondo, nonostante le eccedenze alimentari in molti Paesi: questo avviene anche a causa dello sradicamento culturale. È vero che bisogna garantire a tutti la possibilità di accesso al cibo, ma non basta. Calcolare una certa quantità di calorie pro capite non è sufficiente, perché cibo significa anche tradizione, cultura. Se si sfama una popolazione distribuendo un cibo qualunque, si rischia di considerare le persone in modo astratto, semplicemente come «affamati», fuori dalla loro tradizione, dal loro rapporto con il cibo. La gente diventa incapace di procurarsi i mezzi di sussistenza, non soltanto perché è povera, ma perché perde la sua prospettiva. La religione insegna invece che il cibo è vita, ha legami con la storia e la cultura di un popolo.

E per quanto riguarda le disuguaglianze, i conflitti per le risorse?
Un'altra tradizione popolare musulmana, che ho appreso nell'infanzia da mia madre, è l'inventario annuale dei propri averi. Tutto ciò che non era stato usato nell'ultimo anno - tovaglie, abiti, stoviglie, ecc. - era da considerare in eccedenza, e veniva regalato ad altri. Spero che alcune famiglie lo facciano ancora. Era una forma embrionale di ridistribuzione del reddito, serviva a garantire la giustizia tra i membri della comunità. Oggi potremmo parlare, ad esempio, di consumo critico e di bilanci di giustizia. Queste nuove denominazioni trovano riferimenti nella tradizione religiosa, in molte religioni. Nell'ebraismo c'era il giubileo, con la ridistribuzione delle terre ogni cinquant'anni. In moltissimi Paesi musulmani la proprietà privata, per quanto riguarda le aree agricole, addirittura non è mai esistita: i campi erano coltivati a turno, il terreno era di chi lo coltivava per un periodo. In Italia ho scoperto esperienze analoghe, ad esempio l'Istituto della partecipanza agraria nel modenese, o le «regole» nella zona di Rovigo. Da culture e tradizioni diverse si è arrivati allo stesso principio: la terra è un dono di Dio per potersi garantire la sopravvivenza, la si deve usare, ma non si può abusarne.

Che cosa può insegnare l'islam a proposito dell'accoglienza dello straniero, del diverso?
Nel 622 il profeta Mohammad, perseguitato alla Mecca, si trasferì a Medina dove fondò la prima comunità musulmana, che fu poi sempre considerata come modello ideale di riferimento. Nel 623 stipulò il cosiddetto «Patto di Medina», prototipo di una costituzione moderna: individui di diversa appartenenza geografica, culturale e religiosa si accordarono sulle norme per regolare i rapporti tra le nuove comunità. La prima società musulmana nasce plurale, aperta e accogliente rispetto alle diversità linguistiche, religiose o tribali. Questo è un dato storico molto importante. Per secoli le città musulmane sono state, anche dal punto di vista del tessuto urbano, città cosmopolite: pensiamo a Istanbul, Alessandria, Tunisi, Casablanca, Algeri, Sarajevo. Sarebbe importante che i musulmani di oggi sapessero rendere attuale questa esperienza nel mondo globalizzato. La società di oggi è basata sulla mobilità, sugli intrecci, sull'intensificarsi delle relazioni, se vogliamo anche sulla riduzione della sovranità da parte degli Stati, perché i nuovi meccanismi economici sfuggono al loro controllo. Credo che oggi serva un nuovo concetto di democrazia, non più limitato a una singola nazione, ma capace di interpretare le nuove relazioni in un contesto pieno di intrecci e di insidie, ma anche di opportunità.

L'islam che descrive è molto diverso dall'immagine oggi più diffusa, anche in base a certa propaganda: che cosa si può fare per comprendersi meglio?
Può sembrare anacronistico parlare di un leader pacifista islamico come Badshah Khan. Eppure egli si radicava nella tradizione più antica dell'islam. Troviamo anche altri esempi, antichi e moderni, che dimostrano come questa religione possa dare importanti contributi per un mondo più pacifico e unito. Che senso ha oggi continuare a pensare al mondo diviso? È necessaria una consapevolezza diversa. Abbiamo davanti sfide comuni sui temi della giustizia, della libertà, dell'ambiente, del cibo, della soluzione dei conflitti. Sono temi trasversali a tutte le religioni, perciò è importante che ciascuno, nella sua tradizione, trovi gli agganci per elaborare un linguaggio comune con cui affrontare queste sfide. Giorgio La Pira, grande esponente della cultura pacifista in Italia, diceva che è importante chiederci non solo «da dove veniamo», ma anche «dove vogliamo andare». Perché i nostri obiettivi sono comuni.
 

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