Sono un vostro abbonato da anni. Da tempo, quando ricevevo Popoli, davo un'occhiata, leggevo alcuni articoli che mi potevano interessare, alcune rare volte ritagliavo qualche pagina per arricchire il mio archivio, e poi via, nel cesto della carta da riciclare. Poi mi arriva il numero di gennaio 2007. Subito mi attirano il formato, la copertina, i colori. Tolgo il cellophane con attenzione. Noto subito la divisione della rivista in macro sezioni, ben distinguibili già dai colori. Inizio a leggere le rubriche «La sete di Ismaele» e «L'ultima Parola». L'interesse cresce. Siccome mi interessa molto il tema, mi immergo negli articoli della sezione «Dialogo e annuncio». Meravigliosi. Se tanto mi dà tanto, vado a leggere articoli di altre sezioni. Ora sto leggendo tutta la rivista. Dico la verità: stavo per scrivervi di sospendere l'abbonamento, in quanto mi vergognavo di non leggerla con grande attenzione. Ora attendo con curiosità il numero successivo e cercherò di diffondere la rivista in quanto merita, soprattutto per l'apertura nei confronti dell'«altro». Ad esempio, avendo uno studio (commercialista), l'ho già posta in primo piano all'ingresso dell'ufficio.
Piero Boldini
Omegna (No)
Mi congratulo con voi per l'impegno costante che mettete nel migliorare Popoli. Tuttavia, devo dire che mi manca la rivista com'era cinquant'anni fa, quando si chiamava ancora Popoli e Missioni e quando sottoscrissi un abbonamento vitalizio. Non ci sono più gli articoli scritti sul campo da parte dei missionari stessi che ci raccontavano la loro vita e la vita della gente tra cui vivevano, le loro fatiche, aspirazioni e successi. Questi articoli, per la loro immediatezza e vicinanza alla realtà, oltre ad aiutare i lettori a rinfrescare la propria conoscenza della geografia, li confermavano nella loro fede e ispiravano in loro una maggiore partecipazione nella condivisione della Buona novella con altre persone. Popoli oggi sembra invece l'opera di accademici che teorizzano dalle loro scrivanie tra le nuvole e di corrispondenti che generalizzano e commentano sugli eventi politici. Popoli ha perso Missioni e si è unita alla schiera delle riviste come Time o Newsweek, anche se con una verniciata di religione.
Juan A. Ona
Makati City (Filippine)
Nelle ultime settimane ci sono arrivati numerosi commenti sulle novità che hanno riguardato Popoli da gennaio. Volendo rispettare una sorta di par condicio, abbiamo scelto di pubblicare due lettere dai toni decisamente diversi, anche se è giusto dirlo - ci conforta notare che le reazioni positive sono numericamente assai superiori a quelle negative. Al primo interlocutore non possiamo che esprimere il nostro ringraziamento per quanto scrive: ci sembra che egli abbia colto in pieno il senso del rinnovamento intrapreso, che è certamente grafico ma anche, soprattutto, di stile e di contenuti. Rinnovamento che, però, ci pare non abbia affatto sconfessato la quasi secolare tradizione della rivista (e qui ci rivolgiamo al secondo amico): resta intatto il desiderio di raccontare le vie, le esperienze, i linguaggi attraverso cui il Vangelo è annunciato nel mondo, così come la volontà di denunciare i molti modi in cui esso viene continuamente tradito o dimenticato. Il punto è che, mentre il Vangelo rimane lo stesso sempre, il mondo, l'umanità, la Chiesa sono in continuo mutamento. E parallelamente cambia il modo in cui una rivista missionaria interpreta il proprio ruolo. Per questo Popoli non è, e non può essere, la stessa di cinquant'anni fa. Con tutto questo, non ci ritroviamo affatto nella descrizione che il nostro abbonato fa dell'attuale rivista (peraltro, ci sia consentita la battuta, non ci dispiacerebbe avere la stessa tiratura e gli stessi mezzi dei magazine citati...). Non desideriamo però entrare qui in una sorta di «difesa d'ufficio». Preferiamo lasciar parlare i fatti, invitando il nostro abbonato a continuare a seguirci, sperando che magari abbia modo di ricredersi.
Dopo il 1° gennaio - data di ingresso della Romania nell'Unione europea - si è creata nell'opinione pubblica la paura di un prossimo arrivo in massa di cittadini romeni in Italia, in particolare in metropoli come Milano. Leggendo con attenzione quanto riportava la stampa, si comprendeva però che in realtà il problema era costituito dai nomadi di etnia rom. Il che tradisce una confusione tra cittadini romeni e nomadi rom con passaporto romeno; spesso si dimentica che i rom possono essere anche cittadini italiani, serbi, bulgari, sloveni o apolidi.
Mi domando se tutto questo «polverone» sia dovuto a semplice mancanza di conoscenza della storia del popolo romeno, nato dalla felice unione del sangue latino con quello delle popolazioni della antica Dacia, oppure sia solo una mossa politica. In entrambi i casi trovo il fatto grave, in quanto mette in cattiva luce una comunità e specula sulle spalle di lavoratori laboriosi. Ricordo, ad esempio, che la nuova fiera milanese è stata costruita con il contributo di molti manovali romeni e che vi sono ricercatori romeni nei principali centri di ricerca della nostra amata città. Penso, ancora, a quanto può insegnarci la religiosità di molte famiglie romene. Frequentando la Chiesa ortodossa romena, ho trovato bello il fatto che le famiglie partecipino tutte assieme alla liturgia, dimostrando pubblicamente che cosa significa essere famiglia cristiana; nella maggior parte delle loro case, poi, non manca mai un'icona e prima di prendere i pasti si recita insieme il Padre nostro.
In ogni caso, nonostante le dichiarazioni apocalittiche di alcuni opinionisti, la prevista «invasione» da parte di cittadini romeni non sembra esserci stata. La vera «invasione» è stata quella dei neonati, due bambini romeni che sono risultati tra i primi nati del 2007 sia a Roma sia a Torino.
Marco Baratto
Mulazzano (Lo)
Ringraziamo il nostro lettore per questa che è una piccola lezione di umanità (e forse anche di giornalismo...). Concordiamo con quanto scrive, con un solo piccolo appunto: ci auguriamo arrivi presto un giorno in cui, nella nostra società, essere confusi con i rom non sarà più considerato un'offesa.
Dopo 25 anni di convivenza Francesco e Valdelice hanno scelto di rafforzare la loro relazione con la celebrazione nella chiesa della comunità. Le loro nozze hanno ricordato quelle di Cana nella Galilea: vi era infatti un clima di grande allegria, un pranzo preparato con tanto affetto. Chi potrebbe dire che il giorno prima avevamo vissuto l'ennesima giornata di terrore, con la dimostrazione di forza dei trafficanti di droga? La povertà, associata alla mancanza di relazioni umane dentro la famiglia, nella scuola, al lavoro, ha creato un terreno fertile per il narcotraffico: manodopera a basso costo sostituibile in qualsiasi momento. Gli stessi trafficanti hanno peggiorato il loro modo di relazionarsi con la comunità e questo ha generato una situazione di maggiore instabilità. La polizia locale vive ancora una forte simbiosi con i trafficanti nonostante l'intervento della polizia federale che ha portato all'arresto di autorità e agenti corrotti.
Credo che l'essere umano non nasca irrimediabilmente strutturato, e mai lo sarà. Si modella lungo tutta la vita. Noi ci modelliamo secondo la qualità delle nostre relazioni. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per divenire persone, per conoscerci meglio e per essere felici, nonostante tutti i problemi che via via dobbiamo affrontare. Nel volto dei ragazzi del narcotraffico è possibile identificare il marchio di un processo contrario, che disumanizza, e ci pone in una situazione inferiore a quella animale, capace di mettere a rischio la vita di persone innocenti. Che essere umano è questo che sta perdendo il senso della vita per il consumismo esagerato, per l'ostentazione di ricchezza superflua e in nome di una vita frenetica che non ci consente di riflettere sul nostro cammino?
La Cidade de Deus continua il cammino conservando le sue perle, come tanti bambini che ci emozionano per la loro capacità di resistere con amore. Il Dio che si è fatto come noi per amore gratuito ci indica il cammino. Ci mostra la bellezza dell'essere umano che, come lui, può diventare co-creatore di questa vita fantastica che sboccia ogni millesimo di secondo in noi e in tutta la creazione. Questa vita ci interroga, chiede la nostra tenerezza e il nostro affetto. Insieme siamo qualcosa di più!
Anderson
Cidade de Deus (Brasile)
Nei giorni di Natale le favelas di Rio de Janeiro sono state colpite da un'ondata di violenza senza precedenti scatenata dai narcotrafficanti. Ma testimonianze come quella di Anderson, un religioso che vive e opera nella favela Cidade de Deus («Città di Dio»), proprio a Rio de Janeiro, aprono spazi di speranza.
Edson è un ragazzo di 14 anni. Purtroppo sta morendo per una grave forma di tumore che, partito dal gomito, si è diffuso in tutto il corpo. Un anno fa, Edson era stato ammesso all'ospedale centrale di Harare (Zimbabwe), dove i medici gli hanno amputato il braccio sopra il gomito. Le sue condizioni, ovviamente, non sono migliorate. Anzi, il tumore ha continuato a espandersi. In queste condizioni è arrivato al nostro ospedale sei mesi fa. Lo abbiamo curato con i pochi mezzi che abbiamo e lo abbiamo rimandato a casa. Poco tempo dopo però è tornato. Il tumore era sempre più grande. Le sue condizioni erano inoltre aggravate dall'anemia. Purtroppo non abbiamo mai potuto fargli fare quel ciclo completo di radiocobaltoterapia del quale avrebbe avuto estremo bisogno perché l'unico apparecchio del Paese è fermo da tempo in un ospedale di Harare per mancanza di pezzi di ricambio. In realtà i pezzi potrebbero arrivare anche a breve, se solo il governo passasse all'ospedale la valuta estera necessaria per comprarli.
Ma lo Zimbabwe è ormai un Paese alla deriva: mancano i pezzi per i macchinari medici, ma si continuano a spendere enormi somme per importare auto lussuose per i membri dell'élite al potere. E a Edson ormai non rimangono che poche settimane di vita.
Lettera firmata