Cammini di giustizia - aprile 2007

Inchiesta
Una vita rose e fiori

Chi vive nelle grandi città ha imparato a conoscerli: quasi tutti bengalesi, tanto simpatici quanto insistenti, vivono (piuttosto male) vendendo rose, spesso con il pensiero alle famiglie rimaste in patria. Qualcuno però riesce a mettere radici. In tutti i sensi

Carlo Giorgi

L'agguato floreale avviene alle 21.15 nella Galleria Vittorio Emanuele, in pieno centro a Milano. «Compra una rosa per il tuo amore!», ci affronta Babul, brandendo con la mano destra un mazzo di rose malandate. Temporeggiamo, cerchiamo di svicolare, ma alla fine ne prendiamo una per due euro. Lui tira un sospiro di sollievo. Siamo il primo cliente della serata.
Babul viene dal Bangladesh, ha 33 anni e da tre vive a Milano. Qui, privo di documenti, ha sempre venduto rose, macinando ogni sera una tutt'altro che romantica maratona tra cinema, teatri e locali alla moda. Soldi a fine giornata, quanti ne bastano per sopravvivere. Insufficienti però a ricongiungersi con moglie e figlia, abbandonate a 20 ore di aereo da qui. La vendita ambulante di rose nelle città italiane è un fenomeno «etnico» degli ultimi anni. Il commercio è in mano alla comunità del Bangladesh, che si è inventata e gestisce un ingegnoso «business della sopravvivenza». I venditori sono centinaia e nessuno lo fa per vocazione. Sono tutte persone in stato di precarietà, ancora prive cioè di permesso di soggiorno o appena arrivate nel nostro Paese. Ma il lavoro è su misura. Per vendere una rosa non occorre sapere l'italiano o avere in tasca un contratto di assunzione. E soprattutto, con o senza documenti, non rischi di finire in carcere. Le rose, insomma, sono la perfetta «sala d'attesa», prima di un lavoro vero e di documenti in regola. In Italia, la comunità del Bangladesh conta 41.631 persone regolarmente residenti. I gruppi più numerosi vivono a Roma, Vicenza, Milano e Venezia, e ciascuno proviene da una regione diversa della madrepatria: i bengalesi di Milano arrivano quasi tutti dal distretto agricolo del Madaripur; quelli di Vicenza dalla capitale, Dhaka; a Roma sono originari invece del Shariatpur, di Dhaka e Comilla. Quella bengalese è un'immigrazione fortemente maschile: le donne residenti sono «solo» il 30,3% del totale. Nonostante questo, la comunità sta iniziando a integrarsi: sono 4.732 i bambini che frequentano le nostre scuole nell'anno scolastico in corso; l'11,4% di tutti gli immigrati bengalesi. I venditori di rose sono la protesi «invisibile» di questa comunità ufficiale: privi di documenti, statisticamente non esistono, anche se sono i più evidenti di tutti, visto che passano gran parte della loro giornata in strada.

NOTTI MILANESI
Badanu è un signore sui 40 anni, gentile e ben pettinato. Lo incontriamo una sera di fronte allo Straf bar, un locale milanese alla moda frequentato da studenti nordamericani, una stretta via di fianco al Duomo, proprio di fronte alla facciata seicentesca della chiesa di San Raffaele. Luci soffuse, film d'epoca su schermi al plasma, cuscini adagiati sul marciapiede dove i ragazzi stanno a chiacchierare. Badanu attende fuori con pazienza; prova a vendere le rose, ma nessuno lo considera. Fa parte anche lui della coreografia della notte milanese. «A fare questo lavoro non si guadagna - si lamenta con noi -. Puoi portare a casa da 0 a 20 euro a sera. Poco il lunedì, meglio il fine settimana». I venditori comprano le rose la mattina, in enormi mazzi, ai mercati generali floricoli, al prezzo all'ingrosso: 30 centesimi a fiore. Rivendendo a uno o due euro ogni stelo, il margine di guadagno è alto. Ma non è detto che si riesca a vendere.
Per cinque euro Badanu si offre di farci una foto. Al collo ha una macchina istantanea giapponese. È lo stesso modello di tutti i venditori di rose in giro per Milano la sera. In Italia non è in vendita, ma su Internet la si trova a 50 dollari. Segno che l'organizzazione bengalese pensa a tutto, anche alla macchina fotografica per immortalare ricordi romantici. Tra i venditori, alcuni sono molto giovani. Hussein, 19 anni, ci vende una rosa bianca in piazza del Duomo verso le 23. Indossa la felpa azzurra dell'Italia campione del mondo. È venuto qui per raggiungere il padre e il fratello, già da tempo a Milano. Ogni tanto, per rinfrescare le sue rose stremate, si ferma alla fontanella pubblica dietro l'abside del Duomo e le fa passare sotto il getto d'acqua. Shahad, 21 anni, in Bangladesh era studente di medicina. Lo osservo mentre si incanta davanti alla vetrina di un negozio di moda, in corso Vittorio Emanuele. Non ha davvero nessuna voglia di vendere. È in Italia da sei mesi.
Quella di Shahad, Hussein e tanti altri come loro è una vita di sopravvivenza anche quando tornano a casa la sera. Intorno a viale Monza (a nord della città), dopo cena, si animano i phone center e i bar frequentati dai maghrebini. Hassad, bengalese, si sta fumando una sigaretta in santa pace, sul marciapiede. Lo salutiamo e fingiamo di avere bisogno di un mazzo di rose per un appuntamento galante. «Dieci rose, devono essere belle, le voglio scegliere di persona», chiarisco. Quando capisce che non siamo poliziotti, ci fa salire. Così, al terzo piano di una casa di ringhiera si apre la porta di uno dei tanti appartamenti-dormitorio degli immigrati. In 60 metri quadri vivono 8 persone. Nella grande cucina un divano malandato, odore intenso di spezie, una televisione trasmette danze e musiche del Bangladesh e, sul tavolo, un pacco di carta igienica e mazzi di mimose pronti per la vendita. Neanche una donna in giro. Nello sgabuzzino ecco le rose, a mazzi, tra le scope e i secchi per le pulizie. Alcuni inquilini ci salutano. Indossano il classico pareo bengalese, lungo fino ai piedi. Sono visibilmente stanchi, si preparano per andare a letto.
Perché si parta dal Bangladesh per venire in Europa a vivere in appartamenti dormitorio, ce lo spiega Mohamed, 31 anni, garzone a un banco dei fiori: «Sei anni fa è morto mio padre lasciando una famiglia con tre figlie e due figli - racconta -. Siamo poveri e mio zio, emigrato a Milano, ci ha sempre mandato 200300 euro al mese per vivere. Io non sono mai riuscito a sposarmi proprio perché sono povero. Allora mio zio mi ha chiamato in Italia. Sono qui da quattro anni, mi occupo del banco, mio zio mi dà vitto e alloggio. I soldi li gestisce lui e ne manda a casa per i miei fratelli. A me basta questo».
Anche Mohamed arriva dalla regione del Madaripur. Si tratta di un distretto agricolo tradizionalmente coltivato a riso. Su Internet si possono trovare alcune immagini della regione: raffigurano placide mucche e palme che si specchiano in larghi, immobili fiumi.

YUNUS NON BASTA
Nel Madaripur, oltre il 90% della popolazione è musulmana, la parte restante è hindu. Ai gravi problemi di povertà rurale si aggiungono - come hanno denunciato alcune Ong, ad esempio la Legal Aid Association -gravi episodi di discriminazione femminile. Per combattere la povertà, in queste terre è attiva anche la Grameen Bank, la banca nata su iniziativa di Mohammad Yunus (al quale è stato assegnato il Nobel per la Pace 2006) e famosa per aver introdotto il principio del microcredito come strumento di sviluppo delle comunità più povere.
Una ricerca del 2002 di Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni), tratteggia il profilo dei migranti tornati in patria, partiti per l'estero da alcune regioni del Bangladesh, tra cui la capitale Dhaka e proprio il Madaripur. Secondo il rapporto, le famiglie dei migranti del Madaripur sono più numerose di quelle del resto del Paese: in media 7,5 componenti, ma si arriva anche a famiglie di 25 persone che si sfamano tutte dalla stessa mensa. Nel Madaripur il guadagno medio di una famiglia con un immigrato di ritorno, è di 143 dollari al mese, inferiore a quello degli altri distretti presi in considerazione; e il 24% dei migranti risulta avere un parente già emigrato all'estero. Chi parte è istruito (solo il 12% degli immigrati del Madaripur interpellati dal rapporto sono analfabeti). Destinazione: per il 78% il Medio Oriente, in primo luogo l'Arabia Saudita; per il 21% i Paesi dell'Asia orientale. E solo le briciole, il restante 1%, si muove verso i Paesi occidentali come l'Italia.

IL SOGNO DEL CHIOSCO
Sono soprattutto condizioni di grave povertà, dunque, quelle che fanno partire dal Bangladesh. E qualcuno, a forza di vendere fiori, riesce anche a uscire dalla precarietà e a integrarsi stabilmente in Italia. Secondo la Confederazione nazionale dell'artigianato, nel 2006 erano 4.041 le aziende artigiane con un titolare bengalese attive in Italia: il 3% di tutte le imprese immigrate. Un numero in forte crescita, più che triplicato dal 2003. Attività preferita dai bengalesi, il «commercio al dettaglio», che definisce il 70,5% delle loro imprese. All'ufficio «chioschi» del Comune di Milano sono registrati 227 fioristi: di questi, 33 sono stranieri e 23, il 10% del totale, sono di immigrati del Bangladesh. Lentamente, dunque, i venditori ambulanti di rose «si sistemano» e prendono in gestione un parcheggio isolato o un chiosco, dove vendono i fiori, finalmente, da negozianti. Anche se, è il caso di dirlo, non sono tutte rose e fiori. Il lavoro al chiosco è faticoso; fino a 12 ore al giorno passate in strada, con il freddo e i tubi di scappamento che rovinano il profumo dei pollini e i polmoni.
Sorprendo Rahmadan, 35 anni, mentre sistema le margherite nel suo punto vendita: un parcheggio con veranda, nell'elegante via Canova, a Milano. «Ho acquistato il parcheggio a novembre 2006 - spiega - e adesso sto pagando un mutuo di 15 mesi. Vivo con mia moglie e mio figlio, che mi hanno raggiunto in Italia quattro anni fa. Adesso il bambino fa la terza elementare, parla bene l'italiano e spero che possa un giorno trovare lavoro qui in Italia. Non credo che tornerò mai in Bangladesh». Il prezzo di mercato di un chiosco dipende da molti fattori: posizione in città, passaggio pedonale, vicinanza a un semaforo. A Milano si va dai chioschi in periferia in vendita intorno ai 2025mila euro, ai chioschi vicini ai cimiteri o in pieno centro, che superano i 100mila euro. A Roma la forbice è ancora più allargata. «In periferia - spiega Nure Alam Siddique, presidente dell'Associazione nazionale del Bangladesh in Italia - il costo è intorno ai 10mila euro, mentre negli ambitissimi chioschi di piazza Venezia o piazza di Spagna si arriva ai 200, anche 300mila euro. Per ora, ovviamente, i miei concittadini acquistano i chioschi di periferia». Il pagamento avviene in contanti o con un anticipo seguito da rate successive. «Mio zio ha comprato un bel chiosco in una piazza vicino alla circonvallazione, a Milano - racconta Mohammed, garzone in un banco di fiori -: 50mila euro pagati in contanti a un italiano; 10mila li ha messi mio zio, gli altri li ha raccolti con una colletta tra compatrioti; adesso, un po' alla volta, li restituirà».
Mohammed Nasir Udir, 30 anni, risponde alle nostre domande visibilmente soddisfatto: in Italia da 10 anni, ha raggiunto l'obiettivo di un chiosco di fiori proprio sotto il naso del cavallo di Garibaldi, in piazza Cairoli. «Ho cominciato a Berlino - spiega -, dove avevo alcuni amici. Poi ho lavorato per un po' in un albergo dell'hinterland milanese, come aiuto-cuoco e facchino; poi ambulante di bigiotteria. E adesso, da settembre, ho iniziato a vendere fiori». Davanti al suo chiosco passano sciami di turisti giapponesi diretti al Castello sforzesco. Mohammed ha acquistato l'esercizio da un italiano, un venditore di libri remainder. Vanno più le rose dei libri. «I miei fratelli vivono a Rimini e lavorano in una ditta - continua -. Io voglio rimanere in Italia per sempre». Mentre lo intervistiamo, la moglie, una ragazza di 21 anni con un abito tradizionale, un golfino di lana e il velo sul capo, ci guarda timida a distanza. «Ha nostalgia di casa», dice il marito.
 

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