Cammini di giustizia - aprile 2007

Idee
La vitalità delle Afriche oltre gli stereotipi

Giulio Albanese
Giornalista, missionario comboniano

Non v'è dubbio che nell'enciclopedia dei saperi nostrani, certi pregiudizi sulle Afriche (è meglio usare il plurale, parlando di un continente grande tre volte l'Europa), retaggio dell'epoca coloniale, sono duri a morire e condizionano non poco l'immaginario collettivo. Sta di fatto che, nel nostro Paese, affetto da cronico provincialismo, il continente viene sempre e comunque percepito come realtà a sé stante, lontano anni luce dal resto del mondo. Una terra di conquista fatta di savane, deserti e foreste pluviali, i cui popoli, per misteriose ragioni ancestrali, sarebbero istintivamente avversi alla mente razionale e al pensiero scientifico. Ecco che allora tutto si riduce ai soliti stereotipi di atrocità, guerre, carestie, pandemie e permanente instabilità.
Basta dare un'occhiata a certi reportage infarciti di carità pelosa o seguire le disquisizioni nei salotti dell'etere sulle disavventure di qualche improvvido connazionale nelle savane tropicali, per comprendere come le Afriche rimangano sempre e comunque primitive. Nella migliore delle ipotesi vengono presentate come paradisi esotici all'eccesso e dunque meta di tutti i turismi possibili e inimmaginabili. Occorre dunque sfatare certi luoghi comuni che soffocano ogni serio ragionamento nella consapevolezza che viviamo in un mondo che è un villaggio globale. Le Afriche, contrariamente alle indicazioni fornite da certa comunicazione strappalacrime, non sono povere, semmai risultano impoverite. Non siamo al capezzale di un paziente in terapia intensiva. Per chi le ama davvero, le Afriche non solo sono ricche di immense risorse naturali, ma appaiono costellate di popoli ed etnie più che mai vitali. Malgrado le sciagure causate dai signori della guerra, da certe oligarchie locali e dalla bramosia di poteri soprannazionali che hanno fortemente penalizzato la vita di intere nazioni, la gente comune è riuscita, sorprendentemente, a «ottimizzare il caos», come scrive il giornalista congolese Jean Léonard Touadi, attraverso ingegno, istinto di sopravvivenza e buona volontà. Cosa dire, ad esempio, dell'economia informale, che ha sorpreso addirittura gli economisti delle grandi istituzioni finanziarie internazionali?
Non dimentichiamo che negli anni Settanta e Ottanta erano in molti a pensare che il continente sarebbe collassato, con il suo fardello di miserie, prima del 2000. Il mondo «afro» è un poliedrico contenitore di sapienza multisecolare, luogo di passioni, ricchezza culturale e artistica, mare magnum di etnie fatte di volti con le loro storie da scoprire, distanti da quelle di noi ricchi Epuloni. Un continente, dunque, che non mendica la nostra carità.
La via di un possibile riscatto è già tracciata dalle forze vive di un continente istintivamente aperto alla vita. I giovani africani rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione, mentre le donne producono il 62% del reddito. E, proprio grazie ai giovani e alle donne, sta maturando una società civile composta di comunità cristiane, associazioni ambientaliste, movimenti impegnati nella difesa dei diritti umani con l'intento dichiarato di promuovere l'affezione alla res publica (bene comune).
Insomma, le Afriche non possono essere concepite come metafora delle disgrazie umane. In effetti, in questo vasto continente vi è una classe intellettuale che sta crescendo di spessore, in grado di disegnare nuovi scenari in un pianeta caratterizzato da una forte mondializzazione. D'altronde dobbiamo prendere atto che la dialettica tra povertà e ricchezza si gioca anche su altri piani. Laddove per le culture occidentali appare scontato (nella generale mercificazione imposta dal pensiero economico liberale) il primato degli affari sulle persone, le Afriche ci rammentano la lezione impartita da Thomas Sankara, padre del Burkina Faso: «Per ottenere un cambiamento radicale, bisogna avere il coraggio d'inventare l'avvenire. Tutto quello che viene dalla sana immaginazione dell'uomo è per l'uomo realizzabile». Ecco perché noi e loro, parafrasando Léopold Sédar Senghor, presidente del Senegal e poeta, «dobbiamo incontrarci all'appuntamento del dare e del ricevere».
 

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