Questo articolo non pretende di essere una recensione di Apocalypto, l'ultimo film di Mel Gibson. È piuttosto un tentativo di confrontare alcuni aspetti di questa pellicola con la vera storia e la vera cultura dei popoli indigeni del Messico, con i quali vivo e lavoro. Per uno spettatore che abbia familiarità con il Messico e con la storia degli indios dell'America latina, Apocalypto è pura fantasia. E si capisce perché: il regista non ha potuto sottrarsi alle logiche delle superproduzioni hollywoodiane, che spesso adattano le realtà storiche agli obiettivi commerciali.
La trama è semplice. Gli abitanti di un villaggio maya, che cacciano, mangiano e scherzano felici in mezzo alla giungla, vengono attaccati da guerrieri del loro stesso popolo, inviati da una città in cerca di prigionieri per la celebrazione di sacrifici umani. La banda uccide varie persone e ne ferisce altre. I sopravvissuti, uomini e donne, sono catturati e maltrattati: tra loro il personaggio principale, Zampa di giaguaro. Al suo arrivo nella città, lo accoglie una moltitudine variopinta e furibonda. La scena è indubbiamente spettacolare, con piramidi che evocano quelle di Tikal, nel Petén guatemalteco.
RAMBO MAYA
La folla si raccoglie sulla spianata per assistere al sacrificio dei prigionieri. Sulla cima del tempio principale, il sacerdote maya estrae i loro cuori con un coltello di ossidiana e taglia loro il collo con un'ascia. Le teste rotolano giù per la scalinata e rimbalzano fino alle mani di una turba esaltata. Ma quando arriva il turno del protagonista, un'inaspettata eclissi di sole disorienta il sacerdote giustiziere e la cerimonia si blocca. Zampa di giaguaro e i suoi compagni vengono portati ai bordi della città e costretti a fuggire per essere inseguiti dalle frecce dei guerrieri. Ovviamente l'eroe sopravvive. Comincia allora un'ostinata persecuzione nella quale Zampa di giaguaro, trasformatosi in un perfetto Rambo maya, sopravvive a un colpo di lancia che gli attraversa il corpo, sfugge all'attacco di una pantera nera, salta da una cascata e, nelle varie scene della fuga, uccide uno a uno gli inseguitori, arrivando lui stesso al limite della morte più di una volta. Giunge finalmente nelle braccia della sua sposa, l'unica sfuggita all'assalto del villaggio, che lo accoglie con il figlio appena partorito.
La violenza, dunque, compare in scena sin dall'inizio, e le telecamere insistono nel sottolineare nei minimi dettagli la crudeltà che appare sui volti pieni di rabbia degli indios. Ma la ferocia frenetica e il piacere nel provocare sofferenza sono realtà lontane dallo spirito della civiltà indigena, che attraversa la storia per millenni, fino ai nostri giorni. I maya, in particolare, sono conosciuti come un popolo pacifico e saggio. La loro è una cultura che ha venti secoli di storia, che ha interagito e condiviso la propria ricchezza culturale con tutti i popoli dell'America centrale, da Teotihuacan fino a Chichen Itzá.
In particolare, nell'epoca contemporanea, i popoli indigeni hanno avuto modo di dimostrare all'umanità di essere coltivatori attenti della terra e della pace. I popoli originari di queste come di altre parti del mondo concepiscono se stessi come membra del corpo vivo della natura, insieme alle piante e agli animali, tutti figli della Madre Terra.
TRA STORIA E LEGGENDA
Gli scontri avvenuti fra tribù o interi popoli, qui e in altre parti del mondo, hanno spesso il comune denominatore dell'intervento degli interessi coloniali della cosiddetta «civiltà occidentale». Basta analizzare le origini dei conflitti tra i popoli africani negli ultimi cinquant'anni, anche dopo che essi hanno ottenuto l'indipendenza politica.
Quella dei sacrifici umani tra i maya è una leggenda elaborata dai conquistatori. Questi rituali venivano certamente praticati sotto l'impero azteco, ma in maniera molto più sporadica di quanto si pensi e di quanto il film lasci credere. La scena delle centinaia di cadaveri senza testa ammucchiati ai bordi della città non corrisponde ad alcuna realtà storica ed è offensiva per i popoli indigeni del Mesoamerica (zona che va dal centro del Messico fino al Nicaragua). Volendo polemizzare, si potrebbe dire che questa immagine è, invece, tipica della storia occidentale: pensiamo alle fotografie e ai filmati dei campi di concentramento nella Germania nazista, agli effetti delle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki, e, più recentemente, alle fosse comuni in Iraq, risultato della assurda guerra patrocinata da George W. Bush e dai suoi alleati. Si dimentica spesso che in Mesoamerica vivevano venti milioni di indigeni al momento dell'invasione spagnola. Un secolo più tardi, ne restava soltanto un milione. Diciannove persone su venti morirono a causa di malattie importate dai colonizzatori, ma soprattutto per i lavori forzati e le deportazioni di massa. La leggenda della crudeltà degli indigeni si diffuse per giustificare l'intervento dei conquistatori con la spada e con la croce: un frate cronista spagnolo scrisse, dopo la caduta di Tenochtitlan (capitale dell'impero azteco), che aveva potuto contare 14mila crani umani nel centro cerimoniale di Tula Xicocotlitla. In effetti, ancora oggi si possono vedere i teschi in questo sito archeologico, ma quello che il cronista non disse è che essi non sono veri, ma sono scolpiti in bassorilievo su tre file, intorno a una piramide, come rappresentazione plastica dell'inframondo.
Le decorazioni dei volti e dei corpi degli attori di Apocalypto, elaborate da esperti truccatori e acconciatori, non sono state usate per far risaltare la dignità e l'eleganza dei maya, quanto piuttosto per accentuarne la ferocia e mostrarne la spietatezza. Pur con una tecnologia avanzata, effetti speciali e scenari spettacolari, Apocalypto non fa che riproporre gli stereotipi dei film che portarono sul grande schermo il romanzo di Henry Rider Haggard, Le miniere di re Salomone, nel quale l'esploratore Alain Quatermain si salva all'ultimo minuto terrorizzando i «selvaggi» kukuani africani, sparando un colpo di fucile. In Apocalypto, i «selvaggi» maya vengono raffigurati come totalmente ignoranti in astronomia, tanto da spaventarsi per un eclissi di sole; il loro stupore permette così all'eroe Zampa di giaguaro di scampare alla morte. Sono note, invece, le avanzatissime conoscenze astronomiche che i maya avevano sviluppato.
DELUSIONE GIBSON
In Messico, le critiche alle deformazioni e agli errori di Apocalypto hanno cominciato a diffondersi subito dopo la prima proiezione del film, alla quale ha assistito il regista stesso, che ha risposto affermando di aver consultato antropologi e storici. In generale, Mel Gibson gode di buona fama tra i giovani messicani delle principali città, ma i suoi stessi fan continuano a manifestare la loro delusione, nei vari forum di discussione e blog in Internet. Questo dimostra che, a dispetto della mancanza di memoria storica e di altri «vizi» tipici della post-modernità, in questo Paese come in altri sorti da culture originarie, la popolazione sa riconoscere interpretazioni false dell'identità che hanno tutto il sapore del colonialismo.
Le comunità indigene non hanno ancora avuto la possibilità di esprimere la propria opinione sulla pellicola. Non ci sono sale cinematografiche nei villaggi indigeni. Ci sarebbero le televisioni, ma i classici dvd pirata hanno appena iniziato a circolare nei mercati all'aperto nelle aree contadine del Messico. In ogni caso abbiamo avuto la possibilità di parlare del film con qualche persona di una comunità otomí della Sierra Madre. È stato sottolineato che i personaggi di Apocalypto non sembrano veri indigeni. Impossibile identificarsi con loro: «Questa gente - ha commentato qualcuno - ha costumi che noi non conosciamo; Zampa di giaguaro somiglia piuttosto a Bruce Willis in Die Hard - Duri a morire». Che cosa concludere? Dal punto di vista dei produttori, la pellicola ha raggiunto il suo scopo: un investimento di milioni di dollari si moltiplicherà per dieci al botteghino. Quelli che una volta erano film d'autore, oggi sono film «di marca», e Mel Gibson è una marca che garantisce profitti. Ma il film, a nostro avviso, verrà presto dimenticato, come si dimenticano i ricordi poco importanti.