Dialogo e annuncio - aprile 2007

Riflessioni
Il crocifisso incontra le religioni

Il Dio che si coinvolge totalmente nella vicenda umana attraverso l'incarnazione, la morte e la risurrezione del Figlio, mostra ai cristiani la via da percorrere nell'incontro con i credenti delle altre religioni: dalla simpatia alla «interpatia»

Davide Magni S.I.

Nei Paesi di lingua inglese è da tempo in uso la parola interpathy (interpatia). Si tratta di un ulteriore sviluppo del significato di «sentire con», un terzo livello rispetto alle parole «simpatia» ed «empatia». Il dialogo interreligioso è un ambito in cui questi termini trovano ampia applicazione. Da sempre i cristiani cercano e percorrono vie per annunciare il Vangelo, modalità adeguate a trasmettere il messaggio della Buona notizia ai propri contemporanei, nelle diverse epoche e nelle differenti culture.
Con la parola greca kérygma (annuncio) si è soliti indicare la proclamazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo, fatta sotto l'azione dello Spirito Santo, da chi ne è stato testimone. L'annuncio dei primi apostoli non consisteva in una serie di catechesi, con le quali far conoscere ai pagani concetti teologici o dimostrare la verità storica di Gesù, ma nella trasmissione di un'esperienza. Questa esperienza è ciò che accomuna tutti i cristiani, ciò che li rende tutti appartenenti alla medesima, comune storia. Una storia che inizia nella nascita, si realizza pienamente nella vita storica di Gesù Cristo, fino al massimo della dedizione di sé: l'evento della croce. Esiste, però, un kérygma originario: quello di Gesù. È l'annuncio della venuta del regno di Dio in mezzo agli uomini, la venuta del Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe, di Mosè e dei profeti. È il Dio dell'onnipotenza e della misericordia, che opera la salvezza e la liberazione dell'umanità, secondo la sua stessa promessa.

«ABBÀ, PADRE»
Conosciamo quale rapporto c'è tra Gesù e Dio stesso. Il Dio che viene è, prima di tutto, il Padre di Gesù di Nazareth. Il cuore dell'esperienza di Gesù è il suo rapporto con il Padre: l'intimità di una comunicazione piena e durevole con lui. Gesù spiega il suo ministero messianico come trasmissione e partecipazione agli altri di questo rapporto. Il motivo per il quale Gesù ha iniziato a predicare, la forza interiore del suo messaggio, è il suo rapporto con il Padre. Gesù chiama il Padre «Abbà», in aramaico, indicando profonda familiarità, gratitudine totale e un fiducioso abbandono al suo volere. Allo stesso tempo, esprime la libertà e la responsabilità di un rapporto di comunione intima.
Dio, attraverso Gesù, si rivela come il Padre che accoglie tutti, a cominciare dagli ultimi e dai lontani: tocca ogni singola persona nella sua concreta condizione. L'intera esistenza di Gesù testimonia la qualità speciale della paternità di Dio. Tuttavia, nell'episodio del Getsemani (Mt 26, 36-46 e paralleli), il preludio della passione e morte, Gesù sperimenta la solitudine, l'angoscia, la durezza di dover adeguare la propria volontà alla volontà del Padre. Abbà, dunque, è una parola che risuona vana, vuota di ogni significato? È forse inutile di fronte al dolore del mondo e di ogni essere umano?

L'UMANITÀ DI GESÙ
Ma c'è di più. Per penetrare il significato autentico dell'evento della croce dobbiamo mettere la parola Abbà in rapporto con un'altra parola di Gesù: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?» (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?). Non è un caso che entrambe siano riportate in aramaico nel vangelo di Marco. La prima al Getsemani, la seconda al culmine della prova della croce. In questo spazio drammatico sono contenute ed espresse nella loro massima intensità due esperienze umane universali: quella del Padre affettuoso e quella della sofferenza. Sorge inevitabile una domanda: che ne è dell'annuncio e dell'esperienza di Dio come Abbà di fronte al grido e alla morte in croce di Gesù, suo Figlio? Una paternità che può sembrare addirittura contraddittoria.
L'evangelista Marco risponde a questa domanda con l'affermazione del centurione che vede spirare il condannato sulla croce: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15, 39). Un riconoscimento di identità paradossale, che mostra in Gesù il Figlio di Dio fatto carne.
Gesù, nel momento in cui non avverte la presenza di Dio Padre accanto a sé, ma persevera nella sua obbedienza di Figlio, racchiude in sé ogni esperienza umana di smarrimento e di abbandono: le più diverse, e anche le più distanti e lontane. Paolo, nella lettera ai Filippesi, parla di una ricapitolazione in Cristo. Non è una ricapitolazione solo dall'alto, che raccoglie attorno a sé tutti gli uomini, ma anche dal basso, di chi si mette all'ultimo posto e si svuota di sé. Sulla croce si raggiunge la massima identificazione di Gesù con l'umanità: un'identificazione dal di dentro, come incontro.
Questa buona notizia, contenuta nel kérygma dei primi cristiani, dice che la croce è il luogo di incontro tra tutti gli uomini. L'uomo è solo con la sua morte, ma Dio, proprio in essa, si unisce a lui. Gesù, rispondendo all'apostolo Filippo che voleva vedere il Padre dice: «chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9). Questo vale anche sulla croce, anche per il grido dell'abbandono. Dio-Abbà lo fa suo. Infatti, nel «perché?» gridato dal crocifisso risuona ed è accolto il «perché?» dell'umanità e della sofferenza umana. Egli è il Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). La risurrezione è l'esito di questo affidarsi incondizionato all'amore del Dio conosciuto come Abbà.

INTORNO ALLA CROCE
Risulta allora evidente che, per i cristiani, il crocifisso risorto è anche il punto d'incontro di tutte le religioni e le culture. Infatti, coloro che proclamano il kérygma non si limitano a raccontare degli eventi, ma agiscono alla stessa maniera del Gesù che annunciano.
Proprio questa modalità è racchiusa nel termine «interpatia», lo sforzo di entrare in sintonia con il pensare e il sentire profondo di un'altra persona, immedesimandosi nella sua cultura, nella sua visione del mondo, nel suo modo di avere pensieri ed emozioni. Nell'interpatia, il processo del conoscere, del «sentire con», richiede la disponibilità a credere quello che l'altro crede, sentire quello che l'altro sente, avere gli stessi valori dell'altro. Si compie lo sforzo di apprendere quello che l'altro crede, mettendosi nella sua prospettiva. In questa nuova condizione, quali sensazioni e considerazioni scaturiscono? L'esperienza altrui diventa la propria esperienza: si vive quello che l'altro vive. Abbracciandone l'autenticità e attraversandone le contraddizioni.
La fecondità di questo modo di incontrare l'altro dovrebbe essere evidente per il discepolo del crocifisso risorto. Tuttavia, vale la pena sottolinearne un aspetto forse non sempre evidente: la gratuità. Annunciare il Vangelo significa esporsi all'inesorabilità del rifiuto e dell'incomprensione; essere gratuiti significa donarsi totalmente, senza riserve, latitanze, reticenze. La croce di Cristo non è, allora, un argomento persuasivo, ma è la via che Dio sceglie per farci sperimentare il suo essere con noi, dentro la nostra storia e la nostra fragilità. È la gratuità di una proposta che si espone al nostro rifiuto, ma non viene meno all'amore che la genera.
 

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