Da poco più di un anno l'ecumenismo ha conosciuto una serie di eventi che hanno immesso germi di speranza in una stagnazione, sempre più simile a una regressione, rispetto alla primavera conciliare. Dapprima la IX Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, svoltasi a Porto Alegre (Brasile) nel febbraio 2006, ha in buona parte superato lo stallo e il rischio di scissione e paralisi che si era profilato dopo il raduno di Harare nel 1998. In settembre, poi, la Commissione mista di dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse si è nuovamente riunita a Belgrado, riprendendo un confronto schietto e fraterno bruscamente interrottosi nel 2000. Nel frattempo, a livello continentale, prendeva avvio la preparazione della III Assemblea ecumenica europea che, con le sue tappe intermedie di Roma e di Wittenberg, si è fatta presente al mondo cattolico e a quello della Riforma in attesa di convergere a Sibiu, al cuore dell'ortodossia romena, nel prossimo settembre.
A livello delle realtà locali, le Chiese presenti nelle nazioni dell'Europa occidentale, da secoli abituate a una ripartizione sostanzialmente stabile dei cristiani tra cattolici e protestanti, hanno conosciuto, assieme al fenomeno delle migrazioni dai Paesi dell'Est, l'intrecciarsi nel proprio quotidiano della multiforme tradizione ortodossa con le sue differenze e ricchezze liturgiche e spirituali. Eppure, nonostante questi segnali e questi stimoli, altre vicende sembrano spegnere speranze e passioni ecumeniche: dialoghi teologici che ristagnano o che si accontentano di trovare compromessi minimalisti; contenziosi giuridico-pastorali che feriscono e dividono le comunità locali; timori identitari che si traducono in retromarce rispetto ad acquisizioni precedenti... Verrebbe allora da chiedersi se davvero valga ancora la pena continuare un impegno ecumenico. In realtà, questo interrogativo ne nasconde uno ancor più radicale: perché molti cristiani cercano ancora di vivere l'ecumenismo? In nome di chi e di che cosa perseverano risolutamente in questa strada, nonostante sia evidente che ci siano nelle varie confessioni quanti paiono invece «remare contro»? Le radici di questa passione ecumenica non affondano in un'ideologia, ma nella consapevolezza di essere chiamati a rispondere alla preghiera del Signore Gesù al Padre: «Siano [...] una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,21), una preghiera percepita come rivolta anche a se stessi. Molti di costoro hanno vissuto gli anni della primavera del dialogo, avviati dalla profetica presenza di osservatori non cattolici al Vaticano II: una stagione benedetta, che ha visto colmare in pochi decenni fossati profondi e carichi di secoli di divisione. Ma questo cammino si è progressivamente arenato in uno stallo, anche perché non si è riusciti a trarre concrete conseguenze pastorali e istituzionali a convergenze e accordi teologici, né continuità e saldezza ad anticipazioni profetiche. E, come sempre avviene, lo stallo non tarda a slittare verso l'arretramento: paure, insicurezze, avversità fanno pensare che è più semplice e meno rischioso ripiegare sul «già noto», stringere le fila, ricompattare la propria confessione attorno alle certezze acquisite nel passato e a quelle «ricchezze» confessionali non essenziali alla fede cristiana.
Umanamente questo è più che comprensibile, ma la ritrovata centralità della parola di Dio, frutto irreversibile del Concilio, porta a leggere le situazioni in altro modo: non nell'ottica mondana dell'efficienza, del rendimento, del rapporto costi-benefici, ma in quella evangelica della maggiore o minore conformità al Vangelo. Certo, per secoli le Chiese hanno creduto in perfetta buona fede che fosse possibile vivere e testimoniare il Vangelo pur restando separate, anzi magari perfino considerandosi «nemiche», ma il soffio dello Spirito che ha animato tanti nostri padri e fratelli nella fede in questi ultimi cent'anni ci ha fatto capire che oggi questo non è più possibile. Un soffio che, non a caso, ha iniziato ad alzarsi proprio nelle terre di missione, là dove lo «scandalo» della divisione impediva il dilatarsi dell'annuncio evangelico. Sì, «non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo meglio», amava ripetere papa Giovanni, e in questa migliore comprensione oggi non c'è più spazio per una Chiesa divisa che voglia testimoniare l'unicità del suo Signore nella società contemporanea.