Cinema - aprile 2007

(a cura del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina)
Daratt o della riconciliazione

Dopo 19 anni un film africano ritorna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e vince il Gran premio speciale della giuria: è successo lo scorso anno a Daratt («Stagione secca»), del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun. Il film - in uscita nelle sale italiane ad aprile - è ambientato in Ciad, al momento della proclamazione dell'amnistia per i crimini di guerra compiuti durante i quarant'anni di guerra civile. Un anziano non intende rinunciare alla vendetta e incarica il nipote Atim, orfano di guerra, di recarsi in città per uccidere l'impunito assassino del padre. Il ragazzo trova l'ex militare, ora panettiere, che lo accoglie, gli insegna il mestiere e lo vorrebbe adottare. Atim è combattuto tra il desiderio di portare a termine la vendetta e il progressivo attaccamento all'uomo.

Un autore musulmano affronta il tema universale della riconciliazione, del perdono, guardando alle nuove generazioni e lanciando un non scontato messaggio di speranza. Il giovane compie un metaforico viaggio verso l'età adulta, un percorso circolare come nella migliore tradizione del racconto africano. Parte dal suo villaggio e dopo l'esperienza in città, in cui tra mille dubbi matura la sua scelta, ritornerà nel deserto d'origine. Facendo credere al nonno di avere ucciso l'assassino di suo figlio gli dà finalmente pace, ma non uccidendolo prende decisamente le distanze da un passato di violenza.

Nel film il giovane attore che interpreta Atim rende con grande maturità e intensità di sguardi il dilemma interiore di questo giovane cresciuto senza padre, combattuto tra il desiderio di normalità, cioè di un genitore e di un lavoro che lo nobiliti, e il dovere di applicare una giustizia che a poco a poco sente non appartenergli.

Daratt è un film in cui si respira un senso dell'attesa carico di tensione, grazie a un ritmo cadenzato, a una struttura narrativa semplice, lineare, ma di grande forza nello spostare l'attenzione dal giovane solo con il suo lavoro al giovane nel tormentato rapporto con questo padre putativo. Il tutto è illuminato da una luce cristallina, abbagliante che sembra non permettere altro che sguardi e gesti veri. Siamo nella stagione secca, appunto, una stagione in cui tutto si ferma in attesa delle piogge, ma, in questo caso, sembra germogliare un segno di cambiamento che non può non portare anche sofferenza, la sofferenza della rinuncia.

Il film è portatore di un forte umanesimo, che tocca nel profondo, indistintamente, le persone di tutte le culture, di tutte le fedi. Quindi, un film da vedere, al cinema, visto che, caso raro per i film africani, dopo il passaggio al Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, uscirà regolarmente in sala.



Registi
A Scorsese anche l'Oscar dei gesuiti

Forse Martin Scorsese non l'avrà nemmeno saputo, impegnato a festeggiare l'Oscar conferitogli il 25 febbraio per The departed, ma nel numero stampato pochi giorni prima della kermesse hollywoodiana, America, prestigioso settimanale dei gesuiti statunitensi, ha promosso a pieni voti il regista italo-americano, anche dal punto di vista del contenuto cristiano dei suoi film.

Dopo aver ricordato l'«impressionante elenco dei premi mancati» - cinque le nomination andate a vuoto: Toro scatenato (1980), L'ultima tentazione di Cristo (1988) Quei bravi ragazzi (1990), Gangs of New York (2002) The Aviator (2004) -, la rivista afferma che, «qualunque possa essere attualmente il suo credo religioso, Scorsese è uno degli artisti più profondamente cristiani, poiché la sua opera dipinge un convincente ritratto delle conseguenze del peccato, della grazia e della redenzione». Ricordando alcuni memorabili personaggi dei suoi film, come Henry Hill di Quei bravi ragazzi e Travis Bickle di Taxi Driver, America rileva come essi siano «lacerati dal loro senso del peccato, alla disperata ricerca di una via di grazia».

L'omaggio al regista - che, secondo le riviste specializzate starebbe pensando a un film ispirato al grande romanzo di Shusaku Endo, Silenzio, sulla persecuzione e il martirio di cattolici nel Giappone del diciassettesimo secolo - si conclude sottolineando che «la sensibilità di Martin Scorsese continuerà a rendere più profonda la nostra comprensione della sacralità della vita delle persone, da quella dei criminali a quella degli apostoli».
 
 

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