Cammini di giustizia - maggio 2007

India
Solidarietà selettiva

Un'alluvione devastante nel deserto dell'India nord-occidentale. Ma nei villaggi distrutti i pochi mezzi per fare fronte all'emergenza non sono per tutti. Un giovane gesuita denuncia le discriminazioni religiose e di casta, anche nella distribuzione degli aiuti

Johnson Padiyara S.I.
Delhi (India)

C'è un detto popolare nel Rajasthan occidentale che, tradotto, più o meno vuol dire: una buona pioggia segue sempre la tempesta di sabbia. L'estate scorsa, mentre i distretti di Jaisalmer e Barmer, nel Rajasthan, venivano colpiti da tempeste di sabbia, la gente ha pensato che fosse un buon auspicio per i villaggi inariditi da sei anni di siccità. Le piogge sono arrivate e la gente ha danzato e festeggiato. Non sapevano che ben presto questa preghiera si sarebbe trasformata in una condanna. Barmer e Jaisalmer fanno parte del deserto di Thar, che è stato colpito dalle devastanti inondazioni nell'agosto 2006, seguite a cento ore di incessanti piogge torrenziali. Secondo uno scienziato di Jodhpur, non si era mai registrata una tale quantità di precipitazioni nello Stato negli ultimi due secoli.

ADDIO BESTIAME
Chi è stato più colpito dall'alluvione sono soprattutto i poveri e gli emarginati, per lo più dalit (i cosiddetti «fuori casta») e musulmani, che non hanno ricevuto aiuti dal governo o dalle Ong nemmeno a distanza di mesi. Per rispondere ai loro bisogni immediati, una Ong di Delhi, insieme al Collegio di teologia Vidyajyoti dei gesuiti di Delhi, ha mandato nella regione un gruppo di studio per valutare le dimensioni dei danni e le perdite subite dalla popolazione.
Obiettivo dello studio era soprattutto prendere in esame la situazione socio-economica in quattro villaggi del distretto di Barmer, che sono socialmente emarginati dato che la maggior parte della popolazione è costituita da musulmani e dalit. Il governo dello Stato del Rajasthan, guidato dal Bjp (il maggior partito indiano, nazionalista e di ispirazione hindu), ha deliberatamente negato loro ogni assistenza. Questi villaggi si trovano a 80 chilometri dal capoluogo del distretto di Barmer e non ci sono collegamenti adeguati con la città più vicina, Gargiya, che si trova a 15 chilometri di distanza.
In seguito all'alluvione, la gente vive nella più totale miseria: «L'acqua si è portata via tutto quello che abbiamo guadagnato in anni di lavoro», dice un'anziana donna. L'allevamento del bestiame è l'occupazione principale per la gente del deserto, da cui ricava circa l'80% del proprio reddito. Nove animali su dieci sono morti nell'inondazione. Secondo le stime ufficiali, nell'intero distretto di Barmer sono morti 75mila capi e tutte le coltivazioni sono andate perdute. Anche l'80% delle tradizionali case di fango sono danneggiate e 15-20 case in ogni villaggio sono andate completamente distrutte.
Dei due milioni di abitanti del distretto di Barmer, 800mila sono rimasti senza casa. Molti hanno perso tutto e hanno avuto bisogno di beni di prima necessità come vestiti, coperte, alloggio, cibo e anche acqua potabile, visto che sono andate distrutte tutte le strutture di raccolta idrica, come le riserve sotterranee. Paradossalmente, nonostante le piogge abbondanti, la zona di Barmer è assetata e resterà così per parecchio tempo.

ACQUA INFETTA
In mancanza di aiuti, la popolazione non ha avuto altra scelta che attingere acqua dai tre grandi laghi che le inondazioni hanno formato in mezzo al deserto. Queste acque, stagnanti e piene di carcasse in putrefazione, sono un paradiso per la proliferazione delle zanzare, con il conseguente dilagare di malaria, febbre tifoide e altre malattie. Il tasso di mortalità nel vicino centro di prima assistenza era in continuo aumento ancora due mesi dopo l'alluvione, soprattutto per la mancanza di diagnosi adeguate e di strutture di laboratorio per eseguire test medici, e ben poco è stato fatto da parte del governo. Ci sono soltanto un medico e due infermiere per i 350 pazienti che ogni giorno si rivolgono al centro di prima assistenza di Gargiya. A volte i pazienti muoiono mentre sono in coda per essere visitati. I medici hanno a disposizione strumenti scarsi e inadeguati e, a volte, somministrano farmaci anti-malarici e antitifoidi per ogni tipo di malattia. Secondo il governo, non ci sono le risorse necessarie per fornire farmaci costosi. Un'iniezione contro la malaria costa 100 rupie (meno di due euro), e ne occorrono cinque per un intero trattamento. Il centro di Gargiya ha soltanto sei letti per fare fronte a oltre cinquanta richieste di ricovero al giorno.
Il governo non ha trovato nemmeno soluzioni temporanee all'emergenza. Molte persone non hanno potuto arrivare dai villaggi più lontani per mancanza di collegamenti, il che ha significato la loro condanna a morte, e questi decessi non sono rientrati neppure nei conteggi ufficiali.
Ciò che colpisce in questa calamità sono l'odio diffuso e la discriminazione di casta mostrati nei confronti di musulmani e dalit negli interventi di soccorso e ricostruzione. L'alluvione non solo ha causato la morte dei loro cari e la perdita dei loro beni, ma li ha messi di fronte alla dura realtà della «disumanità», per essere nati in questa presunta «casta inferiore» o «religione sbagliata». Per il cosiddetto «Stato laico e democratico» dell'India essi non esistono. Qualunque vero indiano proverebbe disgusto nel vedere come questi poveri vengono emarginati dalle classi superiori e dall'amministrazione statale del Rajasthan. Vidyajyoti, in collaborazione con alcune Ong, si sta impegnando in ogni modo perché la voce di chi non ha voce si faccia sentire nei corridoi del potere. Il rapporto del gruppo di studio sulle conseguenze dell'alluvione è stato mandato al primo ministro, al capo del governo del Rajasthan e alla Commissione di pianificazione dell'India perché sia prestata assistenza anche a queste persone.

      © Jivan
 

Torna al sommario