A mezzogiorno suonano le campane che annunciano la messa nella piccola chiesa di Bose. Attorno ai monaci e alle monache della comunità in preghiera, si raccolgono gli ospiti. Tra questi un gruppo di pastori e diaconi calvinisti provenienti da Ginevra, con incarichi di rilievo in una delle città simbolo della Riforma protestante. Il gruppo ha trascorso alcuni giorni di preghiera e di riflessione sulla Parola nella pace di questo luogo tra le colline del biellese.
Fin dalle origini, la comunità monastica fondata da Enzo Bianchi ha posto l'impegno per l'unità dei cristiani al centro del proprio cammino. In oltre trent'anni di vita, nella sua dimensione interconfessionale, ha cercato di essere segno profetico sulla scia del Concilio Vaticano II. La comunità è costituita da uomini e donne, per lo più laici: cattolici, in maggioranza, ma anche riformati e (con uno statuto particolare) ortodossi, riuniti intorno alla Parola di Dio per vivere il Vangelo in maniera radicale: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, che anch'essi siano una sola cosa» (Gv 17, 21-22).
UNA COMUNITÀ CROCEVIA
Sono passati esattamente dieci anni dalla prima visita a Bose di Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli e figura chiave del mondo ortodosso. «Fu una sorpresa anche per noi - ricorda Guido Dotti, vicepriore della comunità -. Lo conoscevamo da prima che diventasse patriarca. Aveva studiato a lungo a Roma e vissuto in prima persona lo slancio ecumenico seguito al Concilio. Come collaboratore del patriarca Dimitrios, aveva partecipato agli incontri con Giovanni Paolo II». Una volta eletto patriarca, la comunità lo aveva invitato, sapendo però che non sarebbe stato facile, perché il capo di una Chiesa deve spesso muoversi con prudenza: «ma pur rivestendo un ruolo ufficiale di altissimo livello, Bartolomeo è rimasto marcato dai segni del tempo conciliare - aggiunge Dotti -. Ha conservato quell'afflato che consente di relativizzare i passi falsi o gli errori di percorso, perché, anche senza estraniarsi dalla sua posizione ufficiale, non agisce per strategia, per calcolo o per dovere personale». Seguirono altri incontri, a Bose come al Fanar, la residenza di Costantinopoli. Inattesa fu anche la prima visita dell'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, capo della Comunione anglicana, che poi è tornato regolarmente. «Non è un fatto del tutto scontato che il capo degli anglicani venga qui osserva Dotti -. Ospitiamo i gruppi di lavori bilaterali tra Vaticano e altre Chiese, come luterani e metodisti. Vengono volentieri perché non siamo soltanto una casa di esercizi, e ancora meno un hotel; percepiscono questo come un luogo di preghiera, di condivisione di vita, anche se non facciamo parte di queste commissioni». È accaduto che delegazioni ufficiali della Chiesa cattolica e di una denominazione protestante si ritrovassero ogni due anni, stabilendo ciascuna, a turno, il Paese e il luogo in cui invitare l'altra e che entrambe scegliessero Bose. Queste visite hanno rappresentato il riconoscimento di quello spirito con cui i monaci e le monache si sono mossi nell'ecumenismo. «Non lo consideriamo una nostra specialità, un dovere o lo scopo stesso della nostra vita. L'ecumenismo fa parte della nostra vita perché è nel Vangelo: l'unità dell'amore dei discepoli di Cristo è un dato costitutivo, non secondario».
Bose rappresenta, forse, una «audacia evangelica un po' folle», come l'ha definita Bianchi, ma non è certo un caso isolato. Nel Novecento il monachesimo ha dimostrato spesso di potere essere un «luogo ecumenico». L'esperienza monastica, comune alle diverse tradizioni cristiane, si è fatta un «ponte di fraternità» anche in famiglie religiose ben più antiche di quella di Bose, al punto che oggi monachesimo ed ecumenismo non possono essere letti uno senza l'altro.
CONOSCERE L'ALTRO
«Dai tempi del Concilio sono stati compiuti percorsi siderali - nota Valerio Cattana, benedettino di Monte Oliveto e abate del monastero di Seregno, in Brianza -. I giovani hanno una consapevolezza ecumenica che non esisteva sessant'anni fa quando sono entrato in monastero. La via dell'ecumenismo può trovare nel monachesimo un cammino facilitato, perché è un campo di incontro non ostacolato da muri che ci sono altrove».
Visite e incontri fraterni, convegni e pubblicazioni, un continuo scambio con realtà monastiche protestanti, con i monaci del Monte Athos, della tradizione russa, mediorientale o copta, sono esperienze che aiutano a far emergere le affinità e ad approfondire la conoscenza reciproca. Ne è convinta anche Maria Ignazia Angelini, benedettina e badessa di Viboldone (Mi): «Questa fitta rete di rapporti ecumenici è segno dell'accoglienza del diverso. Se anche il suo modo di vivere la fede non collima con il mio, mi apro alla differenza che è capace anche di cambiarmi. I grandi avvenimenti di Chiesa avvengono nella conversione del cuore». La riscoperta dell'eredità spirituale comune è uno snodo centrale. A Bose, da un quindicennio, la comunità organizza convegni internazionali ecumenici sulla spiritualità della Riforma (l'ultimo convegno è stato dedicato al battesimo, sorgente comune della vita cristiana) e sulla spiritualità ortodossa. Questi ultimi prevedevano sessioni distinte tra mondo russo e greco-bizantino. Il prossimo incontro, invece, a settembre, vede un'unica sessione comune a greci, russi antiocheni dedicata a Cristo trasfigurato nella tradizione spirituale ortodossa, organizzata con i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli. Un segnale di unità per nulla scontato, a dimostrazione del fatto che, su esperienze ripetute e consolidate, è più facile sperimentare nuove aperture. «Capita che greci o libanesi dicano di riuscire a dialogare tra loro più a Bose che nei rispettivi Paesi - osserva Dotti -. Perché là ci sono molti condizionamenti e qui si sentono più liberi».
UNITÀ E DIFFERENZE
Eppure a Bose la forma di vita monastica è abbastanza diversa dal monachesimo ortodosso tradizionale: i monaci non hanno abito, sono una comunità mista di uomini e donne, con una presenza protestante. Inoltre sono per lo più laici, come nel monachesimo delle origini, mentre oggi, a Oriente come a Occidente, in prevalenza i monaci sono sacerdoti. «I segnali di amicizia che vengono da Costantinopoli, ma anche dalla Chiesa russa e da quella copta - osserva Dotti -, significano che si è capito che la nostra vita comunitaria fa parte dell'unica ricerca di vita evangelica. Oltre che nelle attività pubbliche, l'ecumenismo viene vissuto anche in tanti aspetti meno evidenti della quotidianità, al punto che un visitatore difficilmente può indovinare chi sono i non-cattolici. «È diventato un fatto normale che da quasi quarant'anni viviamo insieme cattolici e riformati, in un'unica comunità, con la stessa regola di vita, preghiera e lavoro, con la stessa fatica di essere fedeli al Vangelo, le stesse inadempienze di ciascuno e di tutti come corpo. Perciò non ci si pone la domanda: "loro come sono, che cosa fanno?", perché fanno come noi, hanno le stesse difficoltà. Non siamo diventati una comunità che non è cattolica né protestante né ortodossa, non siamo una nuova forma particolare di cristiani: ciascuno di noi rimane cattolico, riformato o ortodosso. Esiste una Chiesa in cui sei stato battezzato, in cui hai ricevuto la fede e sei cresciuto, hai imparato a conoscere Cristo, anche se forse non in pienezza. A questa Chiesa resti fedele, però in un cammino che ti porta a confrontarti e ad arricchirti dei tesori degli altri». Le differenze, che rimangono, sono differenze riconciliate e che diventano ricchezze reciproche. Questo tesoro che ha fatto vivere la fede di molti, ha molto da dire anche ad altri. «È l'esperienza di chi esce dalla propria dimensione per vivere in un'altra: può mettere le proprie radici accanto a quelle di un altro e allora ci può essere una betulla accanto a una quercia. È un arricchimento prezioso».
LE FATICHE DELL'INCONTRO
Ma il monachesimo, considerato, a torto o a ragione, come una sorta di avanguardia, portavoce dell'«autenticità», è capace di essere anche un elemento di freno. Se una Chiesa si ripiega su un piano identitario, il monachesimo può giocare un ruolo rilevante. In questi anni le incomprensioni non sono mancate. Da una parte il monachesimo vive il disagio della modernità, la secolarizzazione dell'Occidente «postmoderno», mentre nelle Chiese orientali ritornate alla libertà si è talvolta insistito sul senso di appartenenza a una confessione per consolidare un'identità culturale o perfino ideologica legata all'etnia o alla nazione. Il rischio di soffiare sul fuoco della difesa dell'identità è sempre presente.
Dall'osservatorio di Bose sul cammino ecumenico «istituzionale» non si nascondono le difficoltà. Che cosa indica l'espressione «inverno dell'ecumenismo», spesso richiamata? Le Chiese cristiane non stanno forse camminando verso l'appuntamento di settembre della grande Assemblea ecumenica di Sibiu, in Romania? Secondo Dotti, è un processo che, a livello istituzionale, avanza, ma è un procedere un po' automatico. La «macchina» messa in moto va avanti, ma c'è comunque un certo ripiegamento rispetto agli entusiasmi seguiti all'intuizione di papa Giovanni XXIII di invitare gli osservatori al Concilio, o anche solo rispetto alla spinta ecumenica di una quindicina di anni fa. Emergono contenziosi, i dialoghi teologici ristagnano, si manifesta una certa burocratizzazione. «Accade quindi che quando si presenta un ostacolo, un punto controverso, tutto si blocchi perché è indebolita quella spinta di fondo che faceva guardare oltre, tenendo bene in mente l'obiettivo alto».
Vi sono poi i rischi di banalizzare il dialogo ecumenico, o di prendere scorciatoie. O, ancora, si fa strada la sensazione che ci siano problemi più urgenti per il mondo di oggi. «Ma è una soluzione di comodo - continua Dotti -: si negano le difficoltà e ci si accontenta di un minimo comune denominatore, che però è, appunto, minimo». Così ci si limita alle buone maniere, soprattutto tra cattolici e protestanti. Capaci di collaborare in alcune iniziative, non ci si intralcia, ma si fanno percorsi senza tenere conto dell'altro, se non addirittura contro l'altro. «Questo è avvenuto all'interno del mondo anglicano creando difficoltà laddove alcune comunità hanno preso decisioni importanti (ad esempio, sul sacerdozio delle donne) senza tenere conto delle comunità sorelle. In questo modo, l'altro non è più una parte delle tue riflessioni, delle tue preoccupazioni, del tuo discernimento. Si pensa di non dovere rendere conto all'altro, dimenticandosi che poi tutti dobbiamo rendere conto a Dio. Non basta che tutto sia in regola con le nostre strutture e le nostre norme giuridiche».
Innocenzo Gargano, benedettino camaldolese e priore del monastero di San Gregorio Magno a Roma, indica un'altra grande difficoltà nell'instaurare un dialogo con le comunità senza una tradizione storica, soprattutto in area protestante: avventisti, gruppi pentecostali, non molto aperti al dialogo e privi di leader e istituzioni.
«Quando il terreno che circonda il monastero non è fertile, è più difficile gettare il seme, secondo il benedettino padre Cattana -. Manca a volte la consapevolezza che occorre aiutare i monasteri fedeli in questa visione della Chiesa del Concilio. Ciononostante, lo Spirito si fa strada, resta l'ottimismo». «L'ecumenismo non si misura sui risultati, ma sul fondamento evangelico - conclude Dotti - e per questo vanno ridimensionati sia i picchi positivi sia i picchi negativi. Occorre andare avanti perché è il Signore che lo chiede. Le difficoltà mettono di fronte a un esame di coscienza, a un discernimento. Se poi ci sono riscontri, fa piacere, come in qualunque vicenda umana. Ma la motivazione di fondo non è data dal complimento o dall'insulto che ricevi.
«Non rassegnarti mai allo scandalo della separazione tra cristiani - scriveva Frère Roger, fondatore della comunità ecumenica di Taizé -. Abbi la passione dell'unità del corpo di Cristo».