Dialogo e annuncio - maggio 2007

Idee
Cristiani ed ebrei: raccontarsi per dialogare

Piero Stefani
Docente di dialogo ebraico-cristiano presso l'Istituto Studi Ecumenici «S. Bernardino» di Venezia

Vi è una domanda che, sulle prime, appare solo terminologica e che, invece, non lo è: è meglio parlare di dialogo ebraico-cristiano o, invertendo i termini, è preferibile usare la dizione cristiano-ebraico? La scelta della seconda formulazione ha, dalla sua, alcuni motivi dirimenti. Il primo sta nella cosiddetta «asimmetria del dialogo», in base alla quale i cristiani sono fortemente interessati a questioni teologiche e alla ricerca della propria «radice», mentre da parte ebraica prevalgono o temi pratici di carattere generale (giustizia, pace, salvaguardia del creato e così via) o argomenti più specificatamente connessi al popolo d'Israele (lotta contro l'antisemitismo, la giudeofobia, l'antisionismo, tutela delle memorie ebraiche, ecc.).
In realtà, i multiformi intrecci della storia non consentono di sottoscrivere appieno la posizione radicale secondo cui il cristianesimo non può in alcun modo prescindere dall'ebraismo, mentre è vero il contrario. In effetti, fin dal primo secolo i rapporti tra il piccolo gruppo di ebrei credenti in Gesù Cristo e la «massa» che non vi credeva hanno avuto ripercussioni sul modo in cui si è costituito l'ebraismo post-biblico. Il fatto che i primi annunciatori della buona novella fossero ebrei ha il suo peso. Resta comunque vero che, oggi, le modalità dell'incontro si manifestano in maniera diversa se si parte dal lato cristiano o da quello ebraico.
Esemplare in proposito l'esistenza della giornata dedicata «all'approfondimento delle relazioni della Chiesa cattolica con il popolo ebraico e allo sviluppo del dialogo ebraico-cristiano» indetta dalla Cei, a partire dal 1990, per il 17 gennaio di ogni anno. L'iniziativa cattolica indica bene l'urgenza di una relazione che incide su se stessi: «Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo» (incipit della dichiarazione Nostra aetate, n. 4, del Concilio Vaticano II). Da ciò consegue la componente dialogica. In definitiva, occorre riscoprire una tradizione troppo prossima per venir ignorata e troppo ricca per essere schematicamente incasellata.
Accanto a temi di fondo, vi è la necessità di incontrarsi. Una storia ebraica parla di due amici. Il primo chiede al secondo: «Mi vuoi bene?». Quest'ultimo lo rassicura, ma le sue parole ottengono questa replica: «Perché allora non conosci la mia pena?». Più volte lo scambio di battute è stato evocato in relazione al dialogo cristiano-ebraico. Occorre narrare all'altro il proprio dolore. Il secondo amico avrebbe avuto infatti a disposizione una replica: «Non conosco il tuo dolore perché non me l'hai narrato». L'appunto non può essere mosso agli ebrei. Anche da questa angolatura, l'evento oscuro posto nel cuore del XX secolo, la Shoah, segna una svolta. Da lì è iniziata una grande narrazione che esige di essere ascoltata.
Acquisire capacità di ascolto è particolarmente importante quando si narra la specifica pena che si prova di fronte a quel determinato interlocutore. Nel caso del rapporto tra cristiani ed ebrei la situazione è legata alla memoria di quanto subìto da parte ebraica e al pentimento per quanto si è compiuto da parte cristiana. L'annotazione, da sola, indica l'esistenza di una profonda asimmetria nel dialogo cristiano-ebraico. Non tutto però è riconducibile a questo, pur realissimo, nodo. Vi è un altro tema fondamentale, reso evidente da un nome: Gesù. I cristiani sanno che quel nome li lega e li distingue dagli ebrei in maniera unica. Solo nel rapporto cristiano-ebraico quel nome è a un tempo centrale, carico di tensioni e «asimmetrico».
La pena da raccontare da parte cristiana diviene più forte perché legata alla persona di Gesù, figlio del popolo ebraico e, nel contempo, nome storicamente usato in un contesto di avversione nei confronti dei suoi fratelli ebrei. Quanto i cristiani devono imparare a raccontare a loro stessi e agli ebrei è una vicenda in cui il riferimento più prezioso è stato impiegato come segno di violenta contrapposizione. Questa narrazione penitente va, però, sorretta da un'altra storia, ancora in gran parte da scrivere, in base alla quale il cristiano può, pronunciando il nome di Gesù, riscoprire un legame sempre più stretto e positivo con il popolo d'Israele.
 

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