Cammini di giustizia - giugno/luglio 2007

Cambogia
Dare un nome al futuro

Rischiano di subire abusi, essere sfruttati o venduti: sono i bambini non registrati all'anagrafe. Nella Cambogia dal recente tragico passato, un progetto di cooperazione cerca di dare un'identità alle nuove generazioni

Testo: Milena Santerini
Foto: Livio Senigalliesi
PHNOM PENH (CAMBOGIA)

Il pullmino variopinto viene fatto scivolare su assi di legno fino alla chiatta che attraverserà il fiume. Siamo nella zona di Kandal, nel sud della Cambogia. Il furgone attraversa da mesi le province del Paese per raggiungere i villaggi più lontani. Sangha, il responsabile che accompagna il pullmino, si ferma a Svay Rolom. In un'antica pagoda si radunano centinaia di bambini che assistono a filmati sulla registrazione, partecipano al dibattito animato da Sangha, ricevono materiale illustrato sulla campagna, matite, quaderni e t-shirt.
Il progetto, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con Plan Cambodia, ha un obiettivo ambizioso: convincere genitori, famiglie, operatori e amministratori locali e i bambini stessi della necessità di registrarsi all'anagrafe. La Cambogia, infatti, fino a qualche anno fa, aveva uno dei tassi più alti al mondo di persone non registrate: quasi l'80%. In pochi anni, ben 7 milioni di persone (poco più della metà) hanno avuto il loro certificato, indispensabile per «esistere», per andare a scuola, sposarsi, ottenere un lavoro regolare. Ciò è avvenuto grazie a un piano del governo in collaborazione con l'Asian Development Bank.
Ora si tratta di continuare a registrare i nuovi nati, quasi 400mila all'anno, e gli operatori del progetto della Comunità attraversano decine di villaggi, incontrando migliaia di famiglie per rendere l'iscrizione un fatto normale e abituale. Senza identità, i bambini - in Cambogia come in molti altri Paesi poveri del mondo - sono come invisibili. Possono essere comprati, venduti, esposti ad abusi, proposti per adozioni irregolari o, semplicemente, non avere diritti. D'altronde, sono molti i motivi di questo enorme ritardo, che contribuisce a frenare lo sviluppo del Paese: l'insufficienza di strutture, risorse e formazione, la scarsa informazione sull'importanza della registrazione, le procedure complicate, la lontananza dagli uffici pubblici, la corruzione. Va aggiunto che, negli anni Settanta, durante la dittatura dei khmer rossi, la maggior parte degli archivi fu distrutto. Infatti, la Cambogia è un Paese giovanissimo e, allo stesso tempo, con un lungo passato, difficile da dimenticare.
Piccolo regno di quasi 14 milioni di abitanti, il suo nome è diventato sinonimo di genocidio da quando, tra il 1975 e il 1979, 1,7 milioni di abitanti (un cambogiano su quattro) sono morti e centinaia di migliaia sono fuggiti nei campi profughi al confine settentrionale con la Thailandia, terrorizzati dal regime di ispirazione maoista instaurato dai khmer rossi, cambogiani anch'essi.

IL «POPOLO NUOVO»
Dopo il genocidio degli armeni e degli ebrei, accanto al Ruanda, la Cambogia rappresenta oggi il simbolo di uno sterminio di massa, avvenuto sotto gli occhi, anzi con l'indiretta complicità, degli occidentali. Oltre metà dei cambogiani di oggi è nata dopo l'epoca dei khmer rossi (conclusasi nel 1979 con l'invasione vietnamita), che appare un passato lontanissimo. In realtà, molti dei problemi attuali trovano le loro radici proprio in quella storia. Dalla presa del potere da parte del dittatore Pol Pot (che in realtà si chiamava Saloth Sar e si era formato in Francia e in Vietnam), inizia la deportazione di tutti i cittadini - il «popolo nuovo» - nelle campagne. Le condizioni di vita sono quasi di schiavitù; le famiglie sono separate e si vive nelle comuni, i figli sono tolti ai genitori. Tutti coloro che hanno studiato, o anche solo portano gli occhiali o conoscono una lingua straniera, sono soggetti da rieducare o da sopprimere. Le scuole vengono chiuse e si tenta di ridurre il vocabolario a duemila parole-base. Non abituati alle durissime condizioni di vita delle campagne, in migliaia muoiono di stenti. Oltre il 90% dei medici, degli insegnanti e dei monaci buddhisti scompaiono.
Oggi, la mancanza di registrazione è uno dei problemi principali di un Paese sospeso tra il passato e il futuro, in cui i diritti dei bambini vengono difficilmente rispettati. L'articolo 7 della Dichiarazione dei diritti del fanciullo delle Nazioni Unite prevede che ogni bambino sia registrato alla nascita, abbia un nome e una nazionalità. Senza documenti, i bambini non accedono ai servizi sociali e alla scuola e possono essere esposti al traffico di esseri umani. Lo sviluppo disordinato del Paese si rispecchia nella mancanza dei diritti dei più deboli, soprattutto bambini e donne, nel traffico di persone, piaga per cui il Sud-Est asiatico è ai primi posti nel mondo. Anche se il governo ha deciso di combattere la pedofilia e il turismo sessuale, in Cambogia è facile vendere e comprare esseri umani, soprattutto minori. L'Aids è in diminuzione, ma la percentuale di diffusione resta una delle più alte dell'Asia.

SFRUTTAMENTO SESSUALE
Nel quartiere di Sway Pak (la «strada dei fiori»), dove andiamo a visitare alcune famiglie sostenute dai progetti della Comunità, tra il fango e le baracche, varie ragazzine aspettano clienti dietro le saracinesche. Molte sono vietnamite, immigrate in Cambogia. Il governo sta tentando di chiudere questi quartieri «a luci rosse», ma la prostituzione, dopo le retate, non fa altro che spostarsi nelle strade accanto. Quante di loro sono state bambine senza identità? Vicino a Boeung Tompun, il quartiere dove si trova la chiesa di Gesù Bambino, con un parroco italiano, il missionario del Pime Mario Grezzi, e dove la Comunità di Sant'Egidio fornisce borse e materiale di studio per mandare i bambini a scuola, c'è un'enorme discarica. Qui, tra i fumi e i miasmi dei rifiuti, molti bambini raccolgono ferraglie per mezzo dollaro al giorno. Quanti tra loro sono registrati, vanno a scuola, avranno una prospettiva di vita diversa?
La Cambogia rimane uno dei Paesi più poveri del mondo, con il 36% della popolazione sotto la soglia di povertà, malgrado i numerosi progressi fatti negli ultimi anni di pace. In particolare, la mortalità infantile è la più alta di tutta l'Asia (Afghanistan escluso). La maggior parte della popolazione vive in campagna, in case su palafitte, con scarso accesso all'acqua potabile. Phnom Penh presenta un volto caotico e rumoroso di motorini e auto sotto un intrico di fili della luce, mentre nelle risaie i carri di legno sono ancora trainati da bufali, e la maggior parte del territorio è coperto da foreste espropriate ai contadini. Pol Pot è morto il 15 aprile 1998 e la guerriglia è ufficialmente finita; ma i capi dei khmer rossi non sono stati processati e alcuni di essi siedono nel governo. Dopo anni di trattative tra l'Onu e il governo cambogiano, dal 2006 è stato insediato e reso operativo il Tribunale, composto da giudici cambogiani e magistrati internazionali, che dovrà giudicare i responsabili dei massacri.

COLTIVARE LA MEMORIA
In realtà, i continui rinvii e gli impedimenti burocratici mostrano il timore dei cambogiani a riaprire una pagina dolorosa che può mettere a rischio la fragile pace faticosamente raggiunta. Tuttavia, le Ong incaricate di informare la popolazione sul ruolo del Tribunale, testimoniano la crescita di interesse per il processo. Se non vi sarà riconciliazione, la Cambogia potrebbe essere condannata a ripetere gli errori e le violenze del passato.
Le sue ferite non sono ancora sanate. La memoria non si coltiva però soltanto nelle prove materiali dei massacri, ma anche nella formazione delle giovani generazioni, che non hanno, nella maggior parte dei casi, rielaborato il passato, né a scuola né in famiglia. Un aumento di partecipazione e di cultura democratica è indispensabile nei giovani, cresciuti in una società per vari aspetti ancora poco rispettosa dei diritti individuali, iniziando dai più piccoli.
Un esempio di questo «passato che non passa» è offerto dalla vicenda dell'ossario di Choeung Ek, dove sono conservati i resti di coloro che sono stati uccisi nei campi della morte. Nel 2006 l'hanno visitato più di 140mila persone. L'ex re Norodom Sihanouk chiede la cremazione dei resti umani secondo il rito buddista per permettere il riposo delle anime erranti delle vittime. Il premier Hun Sen, invece, ritiene che le ossa debbano restare dove sono, per costituire una testimonianza e una prova del genocidio.

© FCSF - Popoli
 

Torna al sommario