Vuoi intervistarmi sugli ebrei etiopi? Sappi però che io sono sabra, sono nata in Israele. Quindi sono totalmente israeliana». Aviva sorride. Sa che la pelle nera non può nascondere la sua origine abissina. Per lei, avere genitori etiopi non è un disonore, anzi. Ma, come molti giovani beta israel («la casa di Israele», come loro preferiscono chiamarsi), ormai si sente un tassello fondamentale della società israeliana. Israele è il suo Paese, quel Paese che i suoi avi, per secoli, avevano sognato di raggiungere.
In Aviva è riassunta un po' tutta la storia dei beta israel. Un popolo che per millenni ha mantenuto salda la propria identità e non ha mai smesso di sognare di fare alyià (cioè di ritornare a Gerusalemme). Un popolo che ha saputo affrontare sofferenze incredibili per raggiungere la Terra promessa e che ora, nonostante un'integrazione difficile, non rimpiange il fatto di essersi trasferito in Israele.
TRADIZIONI A RISCHIO
«Certo - ricorda Aviva, 23 anni - l'integrazione è stata dura. Soprattutto per i nostri padri. Provenivano da una società nella quale l'uomo lavorava e manteneva la famiglia e le donne rimanevano a casa ad accudire i figli. Qui, invece, agli uomini venivano proposti lavori umili che molti rifiutavano perché degradanti. Le donne invece accettavano anche le mansioni più semplici. Per la prima volta potevano uscire a lavorare. Molte hanno imparato l'ebraico prima dei mariti. Così i ruoli in famiglia si sono invertiti. Per alcune famiglie è stato uno choc. Noi giovani invece siamo cresciuti qui e abbiamo assimilato i valori di Israele».
I beta israel, che si dice discendano da re Salomone, si sono trovati catapultati in un mondo con ritmi e rituali estranei. La cosa che più li ha turbati è stata la conversione rituale alla quale sono stati obbligati. Il rabbinato, infatti, ha preteso che le donne fossero sottoposte a un bagno rituale e che gli uomini donassero una goccia di sangue. Nella storia di Israele questa conversione è stata chiesta solo alla comunità etiope. I beta israel sono stati feriti anche dal mancato riconoscimento, sempre da parte del rabbinato, della funzione dei kes, i loro sacerdoti. Alcuni di essi sono stati avviati alle scuole rabbiniche ma, a più di vent'anni dai primi arrivi, solo una decina di kes sono diventati rabbini.
«Le difficoltà di integrazione ci sono state, è inutile negarlo - osserva Elisa Bianchi, professoressa di Geografia della popolazione all'Università degli Studi di Milano -, ma era quasi inevitabile. I beta israel venivano da una società arcaica. Quando si sono scontrati con la società israeliana, la loro identità (fatta di una spiritualità radicata, di un forte riconoscimento comunitario e di una struttura sociale molto rigida) è andata in frantumi. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni casi sporadici di razzismo, la società israeliana li ha accolti bene».
Con l'arrivo degli etiopi, Israele si è trovata di fronte a problemi che non aveva mai dovuto affrontare. I vari governi hanno così messo in campo una struttura articolata di servizi sociali ed educativi. Uno sforzo, anche in termini economici, senza precedenti. Ma non tutto è andato come ci si aspettava. «La radice del problema dell'integrazione - osserva Abraham Yerday, della United Ethiopian Jewish Organization - è la collocazione geografica degli etiopi in Israele. Il governo israeliano li ha insediati in piccole città. Così i ragazzi hanno a disposizione un sistema educativo meno preparato a rispondere alle loro esigenze. La conseguenza di questa politica è stata la ghettizzazione. In molte di queste città, la lingua parlata è l'amarico o il tigrino e ci sono pochi contatti con gli altri israeliani».
INTEGRAZIONE CON LA DIVISA
Molti giovani beta israel vivono ancora ai margini della società e per loro l'unica scelta possibile, dopo la scuola, è l'arruolamento nelle forze armate. «Al mio arrivo - osserva Mahlet, 24 anni, in Israele dal 1995 - ho vissuto una crisi di identità: gli israeliani mi consideravano etiope e gli etiopi, israeliana. Grazie alla scuola e alle forze armate ho superato questa condizione. L'esercito mi ha dato la possibilità di dimostrare quanto valessi. Sono entrata soldato semplice e ne sono uscita ufficiale. Mi ha dato anche un forte senso di appartenenza al Paese. Ora mi considero israeliana a tutti gli effetti e ne sono orgogliosa». Un po' diversa la storia di Michael, 21 anni, arrivato in Israele nel 1991 con l'Operazione Salomone. «Dopo il diploma - ricorda -, mi sono arruolato. Sono stato il primo etiope del mio reparto. Razzismo? Non direi. Però non è stato facile conquistare la fiducia dei miei compagni e dei miei superiori. Dovevo sempre dimostrare di essere all'altezza in ogni cosa che facevo. Ma adesso tutto va bene e sono stato accettato».
La lenta integrazione prosegue anche in campo politico, dove negli anni si sono aperti spazi per i rappresentanti della comunità. «Gli etiopi hanno rapporti con diversi partiti a livello locale e nazionale - spiega Abraham Yerday -. Negli anni Novanta, un ebreo etiope, Addisu Messele, è stato eletto alla Knesset, il parlamento israeliano. Gli etiopi hanno poi rappresentanti in molti consigli comunali tra i quali Rehovot, Yavne, Kfar Saba e Beer Sheba. Questo è un buon segno, perché significa che i beta israel stanno diventando parte viva della comunità».
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