Dalle colline che circondano Cluj la vista abbraccia i monumenti simbolo della varietà etnica e religiosa della Transilvania. Cluj, Kolozsvár, Klausenburg: la toponomastica della città più grande della regione parla tre lingue, come gli studenti della sua più grande università, la Babes-Bolyai, dove si tengono corsi in romeno, ungherese e tedesco. Sono quasi 90mila i giovani che provengono da ogni parte della Transilvania e che danno alla città un volto vivace, animando biblioteche e caffè. Nel centro svettano le forme gotiche della chiesa di san Michele, i campanili barocchi, le cupole della cattedrale ortodossa costruita dopo l'annessione della Transilvania alla Romania, solenne affermazione dei romeni ortodossi come ultimo gruppo nazionale alla guida della città.
Cluj è ufficialmente romena solo dal 1918. I magiari - cioè gli ungheresi - e i coloni tedeschi giunti dalla valle del Reno nel Medioevo ne avevano fatto una prospera città libera del regno d'Ungheria. Nel 1440 diede i natali a Mattia Corvino, che dell'Ungheria fu uno dei monarchi più celebri. Nel Cinquecento le idee della Riforma protestante penetrarono in queste terre e la città vide formarsi anche un'importante presenza di unitariani (o antitrinitari) che rifiutavano il dogma della Trinità ed erano perseguitati come eretici dai cattolici e dai protestanti, ma che qui trovarono spazi di libertà.
La convivenza di fedi diverse ha origini antiche. A Turda, a pochi chilometri da Cluj, uno studente di teologia magiaro mostra con orgoglio una chiesa: «Qui si riunì la Dieta transilvana che, con l'appoggio del sovrano del tempo, per prima sancì la libertà di culto in una Europa dilaniata dalle lotte religiose». Era il 1568. L'editto, tuttavia, riguardava solo cattolici, protestanti e antitrinitari e lasciava ai margini gli ortodossi, romeni e servi della gleba, esclusi dai privilegi dell'ancien régime.
Gli ungheresi insediati dal IX secolo godevano di privilegi, mentre l'affermazione della maggioranza romena avvenne gradualmente e si realizzò solo nel Novecento. Per secoli sulla Transilvania, circondata dalle cime dei Carpazi che segnavano un confine fisico e di civiltà con il mondo bizantino, sventolò un vessillo della nobiltà magiara, dei székler - casta militare ungherese di antico insediamento -, e dei coloni tedeschi arrivati nel XII secolo, commercianti o liberi contadini che con le loro fortezze contribuivano a difendere l'Europa centrale dall'avanzata ottomana.
E anche il mondo rurale rivela una storia di popoli diversi che hanno convissuto per secoli, ad esempio negli stili delle case di alcuni insediamenti sassoni o magiari che si distinguono a pochi chilometri di distanza da villaggi romeni o abitati in prevalenza da rom. I gesuiti arrivarono a Cluj nel 1579, in una città ancora dominata dai protestanti. Due anni dopo fondarono un collegio, il primo dell'odierna Romania. Ma fu solo l'inizio di una storia convulsa segnata da espulsioni e ritorni. All'inizio del Settecento, in epoca asburgica favorevole ai cattolici, eressero la grande chiesa barocca presso l'università, per poi scomparire con la soppressione dell'ordine e ritornare a metà Ottocento.
CATTOLICI BIZANTINI
La storia dell'ordine di sant'Ignazio in queste terre si intreccia con quella dei greco-cattolici. Furono i gesuiti, infatti, all'inizio del Settecento, gli artefici dell'uniatismo, cioè del ricongiungimento a Roma e al papa di ampi settori del mondo ortodosso locale. Passare al cattolicesimo significava, allora, anche acquisire privilegi, mentre Roma consentì ai nuovi fedeli di preservare le proprie tradizioni. Ancora oggi, i romeni cattolici in Transilvania conservano il rito bizantino pressoché identico a quello degli ortodossi, la ricchezza della liturgia, l'iconografia dell'oriente, un clero che non ha l'obbligo del celibato.
Ma la storia di questi cattolici non fu facile. Costantemente in minoranza, prima rispetto ai cattolici ungheresi, poi rispetto ai romeni ortodossi, i romeni della Transilvania fedeli a Roma furono la fucina di una rinascita culturale, identitaria e politica. Nelle loro scuole iniziò a svilupparsi quel senso di appartenenza nazionale che fu determinante nel lento processo di unificazione della Transilvania al resto della Romania.
Le persecuzioni più dure iniziarono nel 1948, quando il nuovo regime filo-sovietico decise di sopprimere del tutto il cattolicesimo di rito orientale per inglobarlo nella Chiesa ortodossa. I vescovi furono deposti, chiese, scuole e ospedali confiscati. Molti greco- cattolici affrontarono decenni di persecuzione nella clandestinità, pagando un prezzo elevatissimo: alla fine del regime di Ceausescu, nel 1989, del milione e mezzo di fedeli di prima della guerra, ne erano rimasti meno di 300mila, prevalentemente anziani.
Sulla tomba spoglia del vescovo di Cluj di quel tempo una donna prega. Iuliu Hossu, incarcerato dalla Securitate, fu nominato segretamente cardinale da Paolo VI nel 1969, ma morì l'anno dopo. Come tanti sacerdoti e laici che subirono arresti, torture e lunghe detenzioni, soprattutto nei primi anni del regime, è venerato come un martire. «Quando hai Dio di fronte, le ombre ti stanno dietro», ricorda Tertulian Langa, 17 anni trascorsi in carcere per motivi religiosi, citando le parole di monsignor Ghika, morto prigioniero nel 1954. Con la preghiera, molti superarono le prove più dure e i lunghi isolamenti. La rinascita di questa Chiesa non è stata facile. In mezzo ai contenziosi legali ed economici per recuperare dagli ortodossi chiese ed edifici, i cattolici orientali di Transilvania stanno cercando di ricostruire un'identità e un ruolo nel contesto romeno. Lucian Lechintan, giovane gesuita romeno, è certo che questa Chiesa «ha bisogno di trarre forza dalla testimonianza dei suoi martiri, per continuare a rafforzare la propria fede e conservare la tradizione». Ma non è facile avvicinare i giovani che hanno lo sguardo altrove, o collaborare con i cattolici che parlano ungherese. Barriere linguistiche, tradizioni liturgiche e status sociali che per secoli sono stati distinti, separano i cattolici di rito bizantino e latino. I vescovi della Romania devono rappresentare entrambe le tradizioni (oltre a una piccola minoranza armena), vissute fianco a fianco, ma che dialogano con difficoltà.
Eppure, come in tutta la Romania, la gente mostra una forte sensibilità religiosa. Uno dei segni caratteristici della fede radicata sono le chiese di legno costruite per secoli nei campi e nei villaggi della contea settentrionale di Maramures. Si innalzano con pinnacoli, come a simboleggiare qualcosa di molto più grande di ciò che i sensi possono percepire, opere di un'architettura popolare che rappresenta un mondo contadino segnato ancora oggi da povertà e isolamento. «Purtroppo questa fede non è sempre sviluppata intellettualmente - osserva Olivo Bosa, gesuita italiano, oggi superiore dei gesuiti nel Paese -. Malgrado l'attenzione alla dimensione religiosa, non c'è stata una riflessione diffusa sulla fede. Molti sono influenzabili e portati a seguire sette, magari perché conquistabili da chi fa proposte attraenti, ma spesso ingannevoli». Anche la Chiesa ortodossa non ha fatto molto per aiutare a riflettere sulla fede, per una tradizione fortemente centrata su una liturgia molto ricca e simbolica, ma non sempre compresa, e risulta difficile costruire il legame tra fede e impegno sociale.
I GESUITI SOTTO IL REGIME
I gesuiti in Transilvania devono cercare di parlare ai romeni come agli ungheresi e guardare a entrambe le tradizioni, in una dimensione multi-culturale non sempre facile da sviluppare. Anche per loro la rinascita dopo gli anni del comunismo è stata un cammino impegnativo.
Nel 1948 chi non lasciò il Paese iniziò ad affrontare le persecuzioni: qualcuno in carcere, altri a domicilio coatto in un monastero a Gherla, dove per sette anni furono tenuti sotto sorveglianza. Grazie alle competenze di alcuni nelle erbe medicinali, organizzarono una piccola farmacia con cui sopravvivere economicamente e mantenere contatti con i fedeli. Padre Emil Puni, per oltre tre decenni clandestinamente alla guida dei gesuiti romeni, lavorò alcuni anni agli scavi del canale navigabile tra il Danubio e il mare. Padre Mihai Godo, inarrestabile nel suo desiderio di fare apostolato, affrontò continui arresti e anni di isolamento. In carcere alcuni padri predicavano gli Esercizi spirituali ad altri prigionieri. Quando la morsa si allentò negli anni Sessanta, proseguono nella loro missione, amministrando i sacramenti e facendo catechesi.
«Erano persone talmente libere dal punto di vista spirituale - nota padre Bosa - che non si facevano alcuno scrupolo a correre rischi personali. Sono state esperienze spirituali di grande profondità. Chi le ha vissute, una volta tornato in libertà, non si è lamentato delle sofferenze patite, anzi qualcuno ricordava con rimpianto la forza con cui sentiva la presenza di Gesù nella vita di religiosio in clandestinità». Alla caduta di Ceausescu, erano rimasti solo in sette.
In 17 anni, padre Bosa, con altri gesuiti di diversi Paesi europei, ha contribuito alla rinascita di una presenza dei gesuiti in Romania, che non poteva non avere il suo centro a Cluj, dove aveva avuto inizio quattrocento anni prima. Con i confratelli venuti da Occidente si è arricchito delle esperienze di chi raccontava come la fede si era preservata e tante persecuzioni non erano servite a niente.
Mentre i giovani gesuiti si stanno formando per lo più all'estero, chi è nel Paese ha intrapreso vari compiti, dall'insegnamento nelle facoltà di teologia, all'aggiornamento delle religiose che per decenni non avevano più avuto una formazione adeguata, agli incontri di carattere sociale, all'accompagnamento spirituale di seminaristi, religiosi e laici. La città resta un luogo privilegiato per i contatti con il mondo universitario. «Manca un lavoro più assiduo con gli studenti - si rammarica il padre provinciale -, come vorrebbero i vescovi. Occorrerebbe potere offrire una presenza più costante accanto agli studenti per rispondere alle loro esigenze e accompagnarli in questi periodi di forti cambiamenti».
GIOVANI ED EUROPA
I giovani in Transilvania rappresentano bene le nuove generazioni di romeni proiettati verso l'Europa, in un'attesa impaziente di maggiore benessere. Le transizioni della Romania democratica non sono certo finite. Con l'ingresso nella Ue il 1º gennaio 2007, «la prima preoccupazione è trovare sicurezza sociale - afferma padre Bosa. C'è un senso di grande instabilità, socio-economica e politica. La sicurezza viene cercata all'estero e la grande maggioranza studia con la prospettiva di partire, grazie alle frontiere aperte e ai contatti con i tanti che sono già emigrati. I giovani sono coscienti del fatto che devono diventare responsabili del proprio Paese, ma trovano il compito difficile. Come tutti i giovani vorrebbero tutto subito». Chi parte sente il peso dello sradicamento, la distanza dalle famiglie con cui i legami, nella mentalità romena, sono molto forti. Molti emigrano con competenze e titoli di studio elevati, ma non riconosciuti, così finiscono con l'essere facilmente sfruttati.
Gli spazi per avanzare nella politica nazionale si aprono a fatica. La nomenklatura che ha guidato il Paese post-comunista tra progressi e battute d'arresto, è figlia del vecchio regime e ha ancora forti poteri di condizionamento. Intanto la Romania rurale, che pesa per un terzo della forza lavoro, rischia di essere lasciata indietro nella corsa disordinata verso i modelli della ricchezza europea.
Fortunatamente, il quadro di convivenza pacifica ha tenuto, nel capoluogo come nel resto della Transilvania, anche se spesso politici locali hanno fatto leva sulle divisioni linguistiche e religiose. Anche se la Romania, come la Iugoslavia, si è modellata sulle ceneri di imperi multietnici, dissolti nella prima guerra mondiale, e ha attraversato decenni di centralismo comunista, la fine delle ideologie non ha significato guerra civile.
Resta l'incertezza politica dietro l'appoggio quasi unanime all'adesione alla Ue. «In generale c'è un problema di carenza di responsabilità sociale e nel lavoro. Questa inizia lentamente a diffondersi, ma non è ancora sentita come un impegno per il miglioramento collettivo - osserva padre Bosa -. Anche in Romania il comunismo aveva eliminato la responsabilità sociale e la capacità di iniziativa e ci vogliono generazioni per recuperare. L'influenza mitteleuropea sulla Transilvania potrebbe facilitare questo recupero».
In Transilvania si trova anche la città-vetrina di una Romania cosmopolita e aperta. «Come hai trovato Sibiu?», è la domanda che si sente ripetere da chi è attento alla performance della capitale europea della cultura nel 2007. «Sibiu ha investito molto per mostrare i successi di un clima di tolleranza in cui la maggioranza romena e le minoranze ungherese, tedesca e rom si influenzano e si arricchiscono», spiega Cristina, che insegna in una scuola bilingue. Sulle piazze del borgo antico fortificato si affacciano chiese protestanti, cattoliche e ortodosse, edifici restaurati, musei, nuovi locali. La domenica mattina, qualche anziana donna magiara entra alla spicciolata nella cappella che fu delle orsoline per assistere alla messa in rito latino. Oggi è celebrata in tedesco, come la funzione solenne nella chiesa luterana che conserva le radici sassoni della città. Anche se la presenza storica dei tedeschi si è ridotta al minimo negli ultimi decenni, la comunità di Sibiu esprime ancora il sindaco, che ha raccolto la sfida di rappresentare una Europa nuova che si riscopre e dialoga. In settembre si riuniranno qui i rappresentanti delle Chiese cristiane per la terza Assemblea ecumenica europea.
Nell'identità transilvana ci sono i segni dell'orgoglio della propria ricchezza storica comune e Sibiu cerca sotto tutti i punti di vista di esserne il simbolo.
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