Un documentario nelle sale italiane: un evento non da poco, anche per il fatto che l'autore, Vittorio Moroni, è un giovane regista italiano e il film parla di immigrazione. Le ferie di Licu - in programmazione da maggio - arriva dopo la prima esperienza di Moroni con il lungometraggio, Tu devi essere il lupo (2005). Entrambe le pellicole sono distribuite dall'associazione culturale Myself, che ha lanciato un interessante sistema per fare arrivare i film nelle sale, senza dover sottostare ai diktat delle grandi case di distribuzione. Dal regista agli attori, per arrivare agli stessi spettatori «potenziali», tutti sono stati coinvolti in un progetto di auto-finanziamento. «Agli spettatori interessati - raccontano i fondatori di Myself - abbiamo chiesto di acquistare in anticipo i biglietti del film, in modo da poter dimostrare agli esercenti che non solo esisteva un pubblico disposto a vedere il film, ma che quel pubblico aveva già pagato il biglietto» (per saperne di più si può consultare il sito www.leferiedilicu.it).
Tornando al film, Le ferie di Licu ci scaraventa da subito, da vicino, nel mondo di un ragazzo bengalese immigrato in Italia, che grazie a due lavori - uno diurno in un magazzino tessile e uno notturno in un negozio alimentare -, è riuscito a stringere legami non solo con suoi connazionali, ma anche con giovani italiani: un esempio di integrazione conquistata al prezzo di grandi sacrifici. A un certo punto, però, Licu riceve alcune fotografie della futura sposa, scelta dalla famiglia. Decide allora di tornare in Bangladesh per stringere accordi per le nozze. Una volta siglato il contratto, la giovane Fancy lo segue in Italia e inizia la sua esperienza di giovane moglie e immigrata.
Moroni segue con affetto, ma anche prendendo la giusta distanza, questa storia e i suoi protagonisti, ponendo lo spettatore nella posizione di interrogarsi, da una parte sull'essenza della vicenda - i costi umani di un progetto migratorio - e sul futuro di due persone che da perfetti sconosciuti si apprestano a condividere una storia insieme in un altro Paese; dall'altra sul senso della visione, dello sguardo che indaga la vicenda.
Se lo sguardo dell'autore resta il più possibile neutrale, inevitabilmente giudichiamo. Ma è giusto giudicare, prendere una posizione su scelte, tradizioni culturali che non ci appartengono e che non riusciamo a fare nostre fino in fondo? In questo sta l'interesse antropologico del film, che racconta una storia che potrebbe essere quella di tanti altri bengalesi e, forse, africani e altri ancora, e che stimola la nostra capacità di relativizzare, di abbandonare schemi mentali e preconcetti, per aprirci alla comprensione, primo passo della condivisione e della convivenza.
Iniziative
Travelling Africa L'ultima edizione del Festival di Cannes non ha avuto film africani in competizione nelle sezioni principali. Nella sezione «Tous les Cinémas du Monde» gli organizzatori hanno dedicato un omaggio ad alcune nazioni: accanto a India, Polonia, Slovenia e Colombia è stata inserita anche l'Africa, come un tutt'uno, senza differenziazioni da nazione a nazione. Da un lato un segno di attenzione, dall'altro una leggerezza significativa di come il cinema africano continua a essere visto. Un contributo per superare questi cliché viene dall'Ong Focsiv, che per il secondo anno, ma questa volta in modo più articolato, dedica un progetto al cinema africano. Travelling Africa - inaugurata il 23 maggio a Roma - è una manifestazione itinerante in alcune città italiane: tra le altre, oltre alla capitale, Torino, Como, Brescia, Bergamo, Catania, Reggio Emilia, Trieste, Milano, Cuneo, Reggio Calabria e Pescara. È prevista la proiezione di alcuni film che hanno partecipato al 17° Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina di Milano, e i cui diritti di distribuzione non commerciale sono stati acquisiti dal Coe (Centro rientamento educativo), che organizza il Festival stesso: i lungometraggi Making off, di Nouri Bouzid, e Daratt, di Mahamat-Saleh Haroun, e i cortometraggi Ruse par ruse, di Mongi Sancho, Djay Diap, di Ismael Thiam, La pelote de laine, di Fatma Zohra Zamoun. Un segno di continuità con il Festival di Milano e di apertura ad altri possibili percorsi interculturali (per ulteriori info: www.focsiv.it). c.q. |
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