Su un manifesto affisso lungo le strade del centro di Milano mi è capitato di leggere questa frase: «Dalle radici cristiane dell'Europa è maturato il frutto del buddhismo». Anche se priva di ogni intento provocatorio, l'affermazione stimola il credente a riflettere sulla realtà del contesto multireligioso nel quale viviamo.
La tesi del contributo del cristianesimo alla costruzione dell'attuale identità culturale europea non necessita certo di una dimostrazione. Tuttavia, è altrettanto inconfutabile il mutamento che la medesima identità sta vivendo negli ultimi decenni. Il termine più in voga è: «multiculturalismo». La sua comparsa risale al 1982, nella Carta dei diritti e delle libertà del Canada. Di fatto, ha rimpiazzato un altro concetto, risultato utopistico e fallimentare: quello del melting pot (o «crogiuolo») elaborato un po' più a sud, negli Stati Uniti. La società veniva intesa come un grande pentolone nel quale tutte le differenze e le origini culturali venivano «con-fuse», e assimilate. Multiculturalismo, invece, indica la condizione di chi partecipa a più culture, una situazione in cui diverse culture, estranee l'una all'altra, convivono all'interno dello stesso Paese, nazione, ambito. Il multiculturalismo non è solo un dato di fatto, una conseguenza del fenomeno migratorio. Esso è anche una strategia politica: una via per la gestione delle relazioni interetniche, che punta alla valorizzazione e al rispetto di tutte le differenze di costume, cultura, religione o etnia.
Su questo tema si registrano posizioni differenti e, talvolta, contrastanti. Ad esempio, c'è il dibattito sulla relatività delle culture e il relativismo culturale. Occorre sottolineare che i due concetti non sono affatto identici. La tesi della relatività culturale dice: ciò che è relativo è la modalità che ogni cultura particolare ha di tradurre valori e principi che mantengono un'importanza oggettiva. Invece, il relativismo culturale nega, in nome della pluralità delle culture, l'esistenza di valori oggettivi che attraversano o che stanno alla base delle varie culture. Il relativismo afferma così, paradossalmente, l'impossibilità del dialogo culturale. Infatti, se nessuno crede al progresso morale - ovvero alla possibilità che si possa giungere a migliorare i rispettivi punti di partenza, attraverso il confronto leale e rispettoso delle posizioni in gioco -, soggetti appartenenti a culture diverse non possono entrare in dialogo tra loro. In altre parole, un conto è il relativo rispetto all'assoluto, altro è l'affermazione secondo cui nulla è assoluto, come vuole il relativismo.
L'esperienza dell'inculturazione del Vangelo mostra come la fede cristiana sia propriamente «transculturale». Infatti, pur non identificandosi esclusivamente con nessuna cultura, così da convalidarla e legittimarla contro le altre, sa incarnarsi e tradursi in tutte le culture, come forza critica e profetica. Quello che il Vangelo propone non è una «con-fusione» che appiattisce e annulla le differenze specifiche, ma la disponibilità a far interagire le culture tra loro. Nel reciproco riconoscimento del diritto a esistere risiede la possibilità del reciproco arricchimento.
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