Lettere e commenti - giugno/luglio 2007

ARMI 1/ UN'IDEA CONTRO LE MINE

Di mestiere faccio il consulente per aziende del settore boschivo. Lavoro molto nella ex Jugoslavia, in particolare nei boschi della Bosnia Erzegovina. Come noto, questa regione è stata teatro di guerre e violenze di ogni sorta. Il territorio è stato cosparso di mine antiuomo e anticarro. A tutt'oggi risulta pericoloso addentrarsi nei boschi e si rischia di saltare in aria. Per terminare l'opera di sminamento ci vorranno non meno di trent'anni. Ho spesso occasione di incontrare militari che effettuano l'opera di sminamento: mi dicono che le mine antiuomo hanno un loro naturale periodo di deterioramento dopo il quale diventano inoffensive. Questo periodo dura non più di cinquant'anni in territori con forte umidità: giungla, boschi, ecc., mentre in territori quali l'Afghanistan il tempo di decadimento è di almeno un secolo. Ciò significa che in Bosnia si potrà camminare tranquilli dopo il 2040, in Afghanistan dopo il 2100... Per molti anni continueranno a morire persone innocenti, in tempo di pace.
È un fatto che fa profondamente riflettere. Vorrei allora lanciare un'idea (se qualcuno non l'ha già fatto). Se proprio i militari e i politici vogliono giocare alla guerra seminando mine, costruiscano ordigni che hanno tempi di deterioramento di qualche mese o anno, ma non di un secolo! Così, una volta terminata la guerra (perché, prima o poi, tutte le guerre finiscono), non vi saranno più innocenti che fanno le spese di questa imbecillità. La tecnologia e le competenze per fare questo ci sono. Forse mancano l'intelligenza e la volontà.

Raffaele Serafini
shaphat@libero.it
ARMI 2/ SCUOTERE LE COSCIENZE

Con la nuova grafica, le bellissime foto e i testi che trattano argomenti così stimolanti, Popoli è diventata una rivista ancora più bella. L'altra novità, mi sembra, è che si affrontano i temi di attualità con più coraggio, senza reticenze. Una rivista così piacerà sicuramente anche ai giovani, che male sopportano la «prudenza» con cui molta stampa cattolica tratta alcune questioni.
L'editoriale del numero di aprile intitolato Utopie da non tradire è un bell'esempio di apertura ai problemi drammatici del mondo di oggi, che dovrebbe vedere soprattutto i cristiani attivi e impegnati dopo un tempo di relativo disinteresse. Mi piacerebbe che pubblicaste la lettera-comunicato del Consiglio pastorale diocesano di Vicenza, che ha affrontato la nota questione della nuova base militare americana presso l'ex-aeroporto Dal Molin. Si tratta di una lettera coraggiosa e il merito della sua pubblicazione è del Vicario generale della diocesi. Il tema della militarizzazione dei territori e dell'incredibile aumento della fabbricazione di armi dovrebbero scuotere la nostra coscienza spesso intorpidita. Ma il tempo è scaduto. Le guerre stanno incendiando il pianeta e i poveri stanno perdendo la speranza di un mondo migliore.

Lucia Muraro
Montecchio Maggiore (Vi)

Per motivi di spazio non possiamo pubblicare il testo integrale del comunicato emesso dal Consiglio pastorale diocesano di Vicenza sul caso Dal Molin. Rimandiamo chi fosse interessato alla stessa diocesi della città veneta (tel. 0444.226556). Ci limitiamo a riportare alcuni brani particolarmente significativi: «L'impegno è di vigilare, di non lasciare cadere la tensione rispetto a una questione che riguarda il futuro della città [...]. La questione Dal Molin, infatti, ha evidenziato la carenza nelle nostre comunità di un forte impegno quotidiano di attenzione e formazione sulle problematiche relative al vivere civile locale, nazionale e internazionale [...]. Dalla vicenda Dal Molin la nostra Chiesa deve uscire più matura, più capace di interrogarsi quotidianamente su tali questioni, in grado di proporre percorsi di fede in Gesù Cristo e di missionarietà, in particolare per i laici, chiamati a essere testimoni del Signore risorto nella storia, accettando le provocazioni che questa ci propone».


ISLAM, IL MALE DELL'AFRICA?

Ho letto con grande interesse l'articolo Musulmani contro (Popoli, n. 2/2007). Ne ho ricavato la conclusione che il male dell'Africa è la sua islamizzazione, portatrice di violenza, povertà, schiavitù e morte. Quello che succede in Sudan, nella Nubia e nel Ciad accadrebbe anche in Europa se fosse trasformata in Eurabia. E non servirebbe, a salvarci, nemmeno una conversione collettiva. Sono gli arabi la causa delle sofferenze degli africani e, Dio non voglia, delle sofferenze di domani degli europei. Questi ultimi una volta seppero difendersi e sconfiggere gli arabi, scacciandoli dal loro territorio. Sapranno farlo ancora?

Gian Giacomo Zucchi
Trieste

Il nostro lettore ci sembra alla ricerca di conferme per le sue teorie preconfezionate piuttosto che aperto a una lettura obiettiva della realtà. L'articolo citato raccontava una storia da cui emerge una lezione esattamente opposta a quella che lui ne ricava: benché il fondamentalismo musulmano rappresenti certamente un problema, molte violenze (dalle guerre tra nazioni alle faide locali) non sono provocate da fantomatiche invasioni islamiche, quanto dalla scarsità di risorse e dal prevalere di egoismi di parte. Lo dimostra il caso illustrato dall'articolo: nelle regioni al confine tra Ciad e Sudan si registrano da secoli scontri tra nomadi arabi (musulmani) e contadini sedentari di colore (anch'essi musulmani), aggravati oggi dalla corsa per controllare un territorio ricco di petrolio (corsa a cui, tra l'altro, non sono estranee alcune potenze straniere). Evocare epiche battaglie medievali può essere forse rassicurante, ma è (nella migliore delle ipotesi) del tutto inutile.


UN GRAZIE E UNA DOMANDA

Qualche mese fa ho chiesto di ricevere la rivista in omaggio per curiosità. Sono sempre stata convinta della straordinarietà dell'azione dei gesuiti, della loro saggezza e concretezza. Leggendo la rivista non ho potuto che confermare questa idea e ho deciso di abbonarmi. Popoli è uno strumento utile per essere aggiornata su ciò che succede nel mondo, quel mondo che i telegiornali non raccontano. Trovo nomi, informazioni, iniziative, luoghi, parole che non conoscevo e che faticherei a trovare da altre parti. Inoltre è una testimonianza di solidarietà concreta, come una cartolina mensile da tutte le realtà in difficoltà, che mi ricorda che si può fare qualcosa. Oltre che per ringraziarvi, vi scrivo per una domanda: ho letto sul numero di marzo l'articolo in ricordo dell'Abbè Pierre. Su un'altra rivista mi è capitato di leggere un articolo che raccontava aspetti della sua vita non molto edificanti, «smontando» la sua figura di benefattore. Che cosa devo pensare?

Lucia
Lettera spedita via e-mail

Ringraziamo la nostra neo-abbonata. L'Abbé Pierre è stato spesso criticato per alcune sue posizioni poco «ortodosse» in tema di sacerdozio femminile, celibato dei preti, ecc. Ma non sappiamo se siano queste le critiche che hanno disorientato la lettrice. In ogni caso crediamo che ciò non possa oscurare la grandezza di una vita spesa accanto ai poveri. Fu un uomo tutto per gli altri, privo di interessi personali, certamente con i suoi limiti (come lui stesso ha ammesso), ma capace anzitutto di vedere e amare Gesù nel povero, come dovremmo fare tutti.

© FCSF - Popoli

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