Come è possibile che abbandoni la scuola, che non vada più agli allenamenti della squadra di calcio, che non si faccia più vedere nemmeno nel gruppo scout? «Mi scoccio...»: è la risposta che mi dà e l'accompagna con una smorfia che vorrebbe esprimere noia e autosufficienza. Ha tredici anni, ha visto la bara del padre ucciso, nel cortile di casa sua si spaccia droga sedici ore al giorno. Sono in tanti, ragazzi e ragazze del quartiere, che vivono tale stato d'animo e il conseguente vuoto di azione, di studio, di vita di gruppo. Non è mancanza di interesse, non è l'assenza di esperienze più avvincenti. Giorno per giorno si è piuttosto formata nel loro animo una debolezza di identità che non sopporta il confronto con gli altri. Ci si sente sicuri solo nel piccolo gruppo che parla lo stesso linguaggio e fa pericolose bravate, come guidare la macchina di nascosto dai grandi o misurarsi in provocazioni verbali sullo stile dei boss.
Alla base c'è la difficoltà di sentirsi alla pari con i compagni di classe che sanno parlare italiano, che dal primo giorno di scuola hanno i libri di testo e fanno i compiti a casa. Non sopportano di non essere i più bravi sul campetto di calcio. Soffrono di una sorta di depressione infantile che scava un solco fra il proprio desiderio e la vita intorno. È meglio fuggire con la solita scusa: «mi scoccio».
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