Cammini di giustizia - agosto/settembre 2007

Inchiesta
Nigeria, il Delta brucia

Da mesi nella foce del Niger, ricco bacino petrolifero, si susseguono rapimenti di tecnici di multinazionali (italiani compresi). Che cosa c'è dietro le crescenti proteste della popolazione locale? In questa inchiesta, Popoli dà voce ai leader dei movimenti ribelli, pacifici e non, e ai responsabili dell'Eni

Enrico Casale

Mend: «Le armi, unica soluzione»

In Italia è diventato famoso nel dicembre 2006 per il rapimento di tre tecnici dell'Eni (poi liberati). Ma il Mend (Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger), già da due anni è una spina nel fianco per l'esercito nigeriano e, soprattutto, per le compagnie petrolifere. Armi in pugno, i guerriglieri rivendicano il rispetto dei diritti degli abitanti del Delta.
Il Mend ha sviluppato tecniche di guerriglia sofisticate che colpiscono oleodotti e impianti di estrazione. Dall'inizio dell'anno sono stati rapiti 180 tecnici occidentali. Le operazioni di guerriglia (alle quali si sono aggiunte azioni di banditismo di gruppi che non hanno niente a che spartire con il movimento) hanno costretto le compagnie petrolifere a ridurre del 25% la produzione (con perdite per 4,4 miliardi di dollari). I guerriglieri però rifiutano l'etichetta di terroristi. Siamo entrati in contatto con Jomo Gbomo, leader e portavoce del Mend, che ci ha risposto via e-mail dal suo rifugio nel Delta.

Quando è nato il Mend? Chi ne fa parte?
Il Mend è nato nel novembre 2005. Abbiamo lanciato il nostro primo attacco nel River State nel dicembre dello stesso anno. Tutti gli abitanti del Delta del Niger possono entrare nel Mend, del quale fanno parte anche persone di gruppi etnici che non sono originari del Delta, ma che sono vicine alla nostra causa.

Quali sono le vostre principali rivendicazioni?
Il Mend sta lottando affinché gli abitanti del Delta assumano il controllo delle risorse minerarie della regione. Dopo l'indipendenza dal Regno Unito nel 1960, la Nigeria è stata teatro di continui colpi di Stato perpetrati da esponenti delle regioni settentrionali. Essi hanno cambiato la Costituzione che ci consentiva di far parte della Nigeria, confiscando tutte le terre nelle quali venivano trovati giacimenti petroliferi.

Perché avete optato per la lotta armata contro il governo nigeriano? Perché il movimento rapisce i dipendenti delle multinazionali occidentali?
La popolazione del Delta per cinquant'anni ha cercato pacificamente la giustizia. La lotta armata è una reazione alla frustrazione accumulata negli anni. Le nazioni occidentali, per anni, hanno nascosto le ingiustizie e le atrocità commesse dalle compagnie petrolifere e dai militari nigeriani nel Delta. Noi rapiamo i dipendenti delle società petrolifere per attirare l'attenzione dei cittadini delle nazioni coinvolte nell'estrazione sulle atrocità commesse in Nigeria dai loro Paesi in nome del petrolio.

Come giudicate le recenti elezioni nigeriane?
Le elezioni nigeriane hanno rappresentato il più palese attentato alla democrazia mai visto. Non ci sono state autentiche elezioni e noi siamo di nuovo afflitti da leader imposti con intrighi e sostenuti dai Paesi occidentali.

Lei ritiene che il Mend possa ottenere un ampio consenso internazionale?
Il fondamento della nostra lotta è moralmente e legalmente valido. Noi perseguiamo legittimamente i nostri diritti. Il mondo non avrà altra scelta che accettare, prima o poi, le nostre rivendicazioni che sono contenute nel contratto stesso che abbiamo sottoscritto con i britannici quando abbiamo accettato di essere parte della Nigeria. Tutte le etnie sono firmatarie di questo contratto che è poi diventato la costituzione originaria della Repubblica federale della Nigeria.

E l'Eni scarica il barile

Le accuse dei movimenti ribelli del Delta sono gravi, ma i responsabili dell'Eni non si scompongono. A ogni rilievo rispondono presentando cifre, citando documenti, esponendo progetti. Una massa di informazioni tra le quali spesso è difficile distinguere e selezionare. Il denominatore comune è che nel Delta la compagnia petrolifera italiana (uno dei principali operatori insieme a Shell, Exxon, Total e Chevron), secondo i suoi dirigenti, si sta muovendo nel rispetto delle regole e dell'ambiente. Le responsabilità dei disastri sono semmai altrove. Dove? Nessuno lo dice. E non potrebbe essere diversamente considerati gli interessi in gioco.

«AIUTIAMO L'ECONOMIA»
Sulla questione dei proventi petroliferi, per esempio, l'Eni preferisce dire solo che «le compagnie petrolifere pagano tasse e royalties al governo federale ed è poi lo stesso governo che ripartisce una quota degli introiti ai singoli Stati. I proventi sono suddivisi tra governo (tasse e royalties) e compagnie petrolifere (a remunerare costi di esplorazione, sviluppo e produzione)». Neanche una parola sulla corruzione. Anzi, la compagnia petrolifera tiene a sottolineare che la consociata locale (Naoc, Nigerian Agip Oil Company) mira «a massimizzare il contributo per l'economia e il sistema produttivo locale, attraverso l'utilizzo e lo sviluppo di personale e di fornitori nigeriani e il supporto alle iniziative del governo volte a migliorare la trasparenza sulla ricchezza prodotta dallo sfruttamento degli idrocarburi». Tanto che proprio per favorire la trasparenza è stato fornito il dettaglio dei pagamenti corrisposti dalla consociata al governo. Tra queste somme ci sono anche le penalità pagate per il gas flaring: in media tra i due e i tre milioni di dollari l'anno. In realtà, l'Eni sostiene di essere impegnata nella riduzione delle emissioni di gas derivate dall'estrazione di petrolio. Dal 1999 ha promosso il Gas master plan per «valorizzare il gas naturale». Un piano che comporterà un investimento di 7.500 milioni di euro (dei quali 1.500 già spesi negli anni precedenti). «Nel corso del 2006 spiegano i dirigenti - circa il 10% del gas prodotto è stato re-iniettato in giacimento, per ridurre la quantità di gas bruciato e per migliorare il recupero finale di olio, mentre il 25% del gas è stato bruciato in torcia sempre nello stesso anno». La parte restante viene commercializzata. Le principali utenze alimentate sono impianti petrolchimici, centrali termoelettriche, impianti di liquefazione. «In ogni caso - spiegano all'Eni -, gli sforzi prodotti dalla consociata a partire dal 2000, hanno portato a una sostanziale riduzione (circa il 70%) della percentuale di gas bruciato rispetto a quello prodotto. L'obiettivo è arrivare a una percentuale inferiore al 5% entro il 2011».
Rimane il fatto che il Delta del Niger è inquinato. «I sabotaggi - contrattaccano all'Eni - rappresentano la principale causa di inquinamento ambientale legato alle installazioni Eni. Più del 70% delle perdite di petrolio dagli oleodotti sono attribuibili alle attività di bunkering illegale, una pratica purtroppo molto diffusa nel Delta del Niger, dove le condizioni territoriali rendono difficoltosa la vigilanza da parte delle autorità e favoriscono situazioni in cui gruppi organizzati prelevano il greggio dagli oleodotti per poi venderlo al mercato nero. Non solo questa pratica causa l'inquinamento dell'area di produzione, ma la scarsa attenzione e le modalità con le quali queste operazioni vengono effettuate portano spesso a incidenti gravi con esplosioni e incendi del greggio fuoriuscito, anche con perdite di vite umane».

LA FILOSOFIA AZIENDALE
Per far fronte a questi problemi, Eni ha promosso una collaborazione con le autorità per verificare incidenti e facilitare le ispezioni. Non solo, ma i dirigenti tengono a sottolineare come in tutte le attività di produzione ci sia un'attenzione all'ambiente. Un'attenzione che, a detta loro, va anche oltre la fase di produzione: «La consociata Eni si è sempre contraddistinta per il suo forte impegno a promuovere lo sviluppo economico delle aree in cui opera e a creare opportunità di lavoro. La filosofia di Eni nel Paese, sin dagli anni '70, è stata quella di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni indigene offrendo la possibilità alle comunità di svilupparsi attraverso un processo di auto-sostentamento e occupazionale che è stato supportato fornendo risorse e strumenti essenziali quali la disponibilità di energia elettrica e relativa distribuzione, knowhow e tecnologia per progetti agricoli, ponendo sempre al primo posto l'attenzione per l'ambiente. Questa attenzione è stata determinante affinché le attività di ricerca e produzione di idrocarburi fossero percepite dalle popolazioni come un'opportunità di crescita e sviluppo economico dell'intera area e non come un'ingerenza esterna sterile o addirittura dannosa per l'economia locale». Gli investimenti ammontano oggi a più di 150 milioni di dollari Usa, nel 2006 hanno superato i 30 milioni. Ma allora perché, nonostante gli investimenti, la popolazione locale si ribella? «La ribellione delle comunità locali - rispondono all'Eni - è contro il governo centrale. Non essendo questo chiaramente rappresentato in loco, le comunità si rifanno sulle compagnie che operano sul territorio, le quali risultano più esposte e facilmente attaccabili. Nel corso degli ultimi mesi, la tensione si è ulteriormente aggravata e si sono ripetuti atti di "ribellione" anche nei confronti delle autorità locali (attacchi a stazioni di polizia e pattuglie delle forze armate) e si è sviluppato il fenomeno dei rapimenti degli stranieri che restano un obiettivo per i militanti in considerazione della risonanza che il loro rapimento ottiene a livello globale».

© FCSF - Popoli
 

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