Onu, trent'anni di impegno
Per affrontare il problema della desertificazione con tutti i suoi costi ambientali, sociali ed economici, già nel 1977 l'Onu adottò un Piano d'azione, che tuttavia non portò a risultati significativi. La Conferenza di Rio de Janeiro sull'ambiente e lo sviluppo del 1992 diede impulso all'adozione di una Convenzione per la lotta contro la desertificazione (Unccd), adottata a Parigi due anni dopo ed entrata in vigore dal 1996, con la progressiva adesione di tutti i Paesi del mondo. L'Italia ha ratificato la Convenzione con la legge n. 170 del 4 giugno 1997. Nella Convenzione la desertificazione è definita il «degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche». Per terre desertificate si intendono le aree che mostrano «sterilità funzionale», cioè aree dove l'attività agricola e forestale non è economicamente o ecologicamente sostenibile. Le «aree sensibili» sono invece quelle superfici dove sono attivi i processi che portano alla desertificazione, ma che non sono ancora in una condizione di sterilità funzionale.
Ban Ki-moon: «fonte di miseria»
«La desertificazione non è solo il più grave problema ecologico che minaccia il mondo, è anche un grosso ostacolo alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dell'uomo nelle zone aride e compromette la salute e il benessere di 1,2 miliardi di persone in più di un centinaio di Paesi»: il Segretario generale dell'Onu Ban Kimoon ha colto l'occasione della Giornata mondiale contro la desertificazione, celebrata il 17 giugno, per lanciare un grido d'allarme. In particolare, Ban Ki-moon ha insistito sul circolo vizioso esistente tra il riscaldamento globale, i fenomeni meteorologici «estremi» (tra cui la siccità), povertà e, infine, le migrazioni forzate. «Da qui al 2020 - gli ha fatto eco nello stesso giorno Hama Arba Diallo, segretario della Convenzione sulla desertificazione - circa 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle zone desertificate dell'Africa sub-sahariana verso il Nord Africa e l'Europa».
Emergenza idrica nel Nord Messico
La parte settentrionale del Messico, oltre metà del suo territorio, si sta inaridendo. Secondo la Conagua, la Commissione nazionale messicana competente, le terre aride e semi-aride si stanno estendendo al ritmo del 2% l'anno. Il prosciugamento delle falde acquifere e l'erosione trasformano la terra un tempo coltivabile in dune sabbiose. I piccoli coltivatori sono costretti ad abbandonare i loro appezzamenti e a emigrare nelle grandi città o verso gli Stati Uniti. La regione delle Lagune, negli Stati di Coahuila e Durango, in passato la principale zona di produzione del cotone in Messico, ha registrato le precipitazioni più scarse degli ultimi anni e il prosciugamento delle sorgenti. Le cause non sono solo naturali: la privatizzazione delle risorse idriche a favore delle grandi imprese agro-industriali, come quelle dell'allevamento dei bovini da latte o del pollame, contribuisce allo sfruttamento intensivo delle scarse risorse idriche.
Donatori islamici pro Niger
In una riunione svoltasi lo scorso giugno in Qatar, l'Organizzazione della conferenza islamica (Oic), organismo internazionale di donatori islamici, ha destinato 369 milioni di dollari a progetti umanitari da attuare nei prossimi cinque anni per combattere la crescente desertificazione e potenziare l'agricoltura del Niger. Atta El-Manan Bakhit, vice-segretario generale dell'Oic, ha sottolineato: «Se non si adottano iniziative idonee, nei prossimi 25 anni il Niger sarà interamente coperto dal deserto». I finanziamenti serviranno al governo di Niamey per «soluzioni sostenibili e a lungo termine», in grado di far raggiungere al Paese l'autosufficienza alimentare. In Niger il terreno coltivabile si sta riducendo progressivamente e questo crea notevoli problemi a un Paese in cui circa l'80% degli oltre 13 milioni di abitanti vive di agricoltura.
Un quinto della Cina senza vegetazione
Anche la Cina è alle prese con i problemi legati alla desertificazione, visto che un quinto del suo immenso territorio è coperto da terre aride o veri e propri deserti. Lo stesso primo ministro Wen Jiabao, in un convegno sul tema svoltosi in marzo, ha promesso «un impegno incessante» del governo. A sua volta il vicepremier Hui Liangyu ha suggerito la tutela e l'aumento della vegetazione come mezzo per «migliorare l'ambiente e la qualità della vita delle persone». Sempre nella primavera scorsa, secondo quanto riferisce l'agenzia Misna, 12 governi provinciali cinesi hanno firmato un accordo con l'Amministrazione statale forestale per chiarire doveri e responsabilità nella lotta all'espansione delle zone desertiche, che coprono circa un milione di chilometri quadrati e si snodano dalla parte occidentale della regione autonoma dello Xinjiang fino alla provincia orientale di Heilongjiang.
Non solo Amazzonia: è allarme Brasile
Secondo il Cepal (Commissione economica per l'America latina), organismo delle Nazioni Unite, in 13 Paesi del continente oltre la metà dei terreni è colpita da fenomeni di degrado ambientale. Una delle situazioni peggiori è quella della Repubblica Dominicana, nota come meta esotica per i turisti, in realtà colpita dalla desertificazione nel 70% del suo territorio. Anche se con percentuali inferiori, il fenomeno desta particolare preoccupazione in Brasile, nazione che, con l'Amazzonia, costituisce uno dei pochi polmoni verdi del pianeta. Nelle regioni del Nord-Est e, negli ultimi anni, anche negli Stati di Espirito Santo e Minais Gerais, sta aumentando la siccità e c'è il rischio che il 15% del territorio brasiliano, su cui vivono 31,6 milioni di persone, venga colpito dalla desertificazione.
A Madrid summit dell'Onu
La Convenzione per la lotta contro la desertificazione (Unccd) ha tra i suoi strumenti di attuazione i Programmi di azione nazionale, sviluppati in un quadro di partecipazione delle comunità locali. I rappresentanti degli Stati membri della Convenzione si riuniscono in periodici summit: l'ottava sessione si svolgerà a Madrid, dal 3 al 14 settembre (nelle foto, alcune immagini di territori desertici, tratte dal sito della Unccd, www.unccd.int, e il logo della conferenza di Madrid).
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