Editoriale - agosto/settembre 2007

536 anni dopo

Stefano Femminis, Direttore di Popoli

Risale al 1471 il primo decreto di espulsione di rom di cui si abbia notizia in Europa: in quell'anno una Dieta riunita a Lucerna impose a un gruppo di nomadi di lasciare la Confederazione svizzera, pena l'impiccagione. Dal secolo successivo l'ostracismo contro i gitani si estese a vari Paesi del continente, Italia compresa. Nella Repubblica di Venezia, ad esempio, alcuni proclami imponevano di «dar campana a martello» se gli zingari cercavano di sostare nel territorio e ordinavano loro di andarsene nel giro di tre giorni.

Lo scorso 11 luglio, il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, nell'ambito del dibattito sulla cosiddetta «emergenza rom», ha annunciato l'entrata in vigore di una direttiva europea che prevede l'allontanamento dal territorio nazionale dei cittadini comunitari (quali sono i rom provenienti dalla Romania) non in grado di provvedere al proprio sostentamento economico. Alcuni giornali hanno così sintetizzato questa novità nella «politica sociale» della giunta milanese: «Via da Milano accattoni e mendicanti».

Ora, ci dev'essere qualcosa di estremamente radicato nella coscienza collettiva se, dopo oltre 500 anni (che comprendono anche lo sterminio compiuto dai nazisti), le nostre società continuano a vivere come una minaccia insopportabile piccoli gruppi di nomadi, con tradizioni senz'altro diverse dalle nostre, certamente devianti in alcuni individui, ma di cui si dovrebbe ormai aver imparato a conoscere anche la ricchezza e la sostanziale inoffensività. Devono agire automatismi molto potenti se, in una città come Milano, problemi legati a 56mila persone (cioè lo 0,4% della popolazione cittadina) vengono percepiti come priorità dell'agenda politica scalzando urgenze ben più pressanti (dal traffico all'inquinamento). Deve muoversi qualcosa di atavico nella «pancia collettiva» delle nostre metropoli, se tranquilli signori dell'hinterland milanese si trasformano in irriducibili organizzatori di presidi e fiaccolate, magari vogliosi, almeno a parole, di dare fuoco alle baracche.

Scandalizzarsi snobisticamente per queste reazioni serve a poco. Come del resto è improduttivo appellarsi a un generico «vogliamoci bene». Non si può neppure, però, lasciare la scena a chi si diverte a soffiare sul fuoco dell'ethnos. Se è fondamentale l'impegno di chi cerca soluzioni concrete che mettano al centro, da un lato il rispetto della legalità, dall'altro la tutela dei diritti di tutti (pensiamo al lavoro svolto a Milano da Caritas Ambrosiana e Comunità di Sant'Egidio), a chi - come la nostra rivista - ha a cuore il futuro di una società che conoscerà continue occasioni di incontro/scontro con la diversità, questa vicenda pare particolarmente emblematica della nostra difficoltà nel vivere l'incontro con l'altro, nel metterci in ascolto della differenza. Nel contatto con i rom (spesso non vissuto ma solo mediato da giornali e tv, con tutta la problematicità di rappresentazioni che generalizzano casi singoli e non danno mai voce al «nemico») emerge, in forma estrema, la potenza dell'istintivo rifiuto di un'estraneità non facilmente «digeribile». E allora, se la risposta che prevale è ancora quella del rifiuto («cacciamoli») o della segregazione («confiniamoli nei campi»), occorre concludere che 536 anni sono passati invano.

© FCSF - Popoli
 

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