Jrs - agosto/settembre 2007
Il Jesuit refugee service (Servizio dei gesuiti per i rifugiati), dal 1981 si prende cura dei rifugiati in tutto il mondo. In questa rubrica storie, testimonianze, voci di chi è costretto a lasciare la propria patria, raccolte dalla Fondazione Astalli di Roma (sede italiana del Jrs).

Asso e Ako, curdi iracheni

Minoranza che vive nell'Iraq del Nord, i curdi sono stati per anni bersaglio delle persecuzioni del regime di Saddam. In questo racconto, le storie parallele di due fratelli

Papà morì nel 1991 senza realizzare il sogno di rivedere Asso, il suo figlio maggiore. Asso era fuggito dieci anni prima. Una notte lo avevamo accompagnato sulle montagne al confine con la Turchia e da lì era riuscito a trovare asilo in Canada. Al tempo della fuga pensava ancora di potersi laureare. Aveva dato tutti gli esami e la tesi in lingua e letteratura inglese era pronta. Ma gli mancava la tessera del partito Ba'ath, il partito di Saddam Hussein. Del resto a Baghdad erano ben pochi i curdi iscritti. Prima della seduta di laurea dissero ad Asso che senza la tessera non avrebbe mai avuto quel pezzo di carta. Decise allora di abbandonare l'università. Cominciarono sei mesi di angoscia perché rifiutò anche di arruolarsi nell'esercito. Come disertore, stava nascosto in casa e non poteva nemmeno affacciarsi alle finestre. Se un vicino lo avesse visto l'avrebbe denunciato. Sapevamo di altri ragazzi che erano stati scoperti, torturati, uccisi. Ad Asso non restava che fuggire e io ebbi l'onore di accompagnarlo sui monti. Per me fu la prima perdita. Quella notte divenni all'improvviso adulto. Sapevo che noi curdi non eravamo molto amati da Saddam, né negli altri Stati dove dovrebbe nascere il Kurdistan. Avevo visto fin da piccolo persecuzioni e violenze, ma la vicenda di mio fratello mi aprì definitivamente gli occhi. Mai avrei immaginato di dover scappare con tutti gli abitanti della mia città all'improvviso, come accadde dopo la guerra del Golfo. Era il 23 marzo 1991. Ci fermammo in un campo della Croce Rossa e dell'Acnur ai confini con l'Iran. Quando tornammo in città, l'Onu aveva creato uno spazio di protezione per i curdi. Una Ong australiana mi trovò un lavoro come benzinaio, ma in due anni arrivai a fare parte dello staff amministrativo dell'organizzazione.

Ero soddisfatto di quel poco che avevo. Intanto avevo completato gli studi all'università ed ero apprezzato nel mio lavoro. Ma venti giorni dopo la mia assunzione ammazzarono il capo della Ong. Ci avevano avvisati: la polizia segreta di Saddam aveva posto taglie sugli stranieri che aiutavano i curdi. Chi, come me, lavorava con gli stranieri era considerato una spia e per questo dovevamo andare al lavoro scortati. Nel 1993, toccò a me. Buttarono una bomba. Riportai una brutta ferita alla gamba e un grave danno alla mano sinistra. Decisi di scappare il 25 agosto 1997. Quella sera esplose un'altra bomba piazzata fuori casa mia. Nessuno rimase ucciso, ma restando avrei esposto tutti a un grande pericolo. Sedici anni dopo rifacevo la strada che, in quella notte della mia adolescenza, avevo percorso con mio fratello.


Fondazione Astalli
Jrs Italia

© FCSF - Popoli

Torna al sommario