Lettere e commenti - agosto/settembre 2007

IL LUSTRASCARPE E UNO SPICCHIO D'AGLIO

Antonio aveva compiuto 17 anni, ma ne dimostrava meno di 14, con quell'aspetto insicuro di chi pensa di aver commesso qualche sbaglio. Forse per questo non mi ha guardato in faccia quando gli ho aperto la porta della canonica: «Padre, mi hanno detto che lei aiuta i poveri. È da una settimana che vivo e dormo per strada, perché mi hanno rubato la scatola da lustrascarpe e non posso più lavorare. Mi dia i soldi per farne fare un'altra».
Gli ho fatto alcune domande: uscito di casa ancora prima di compiere i 10 anni, aveva già cambiato vari lavori. L'ultimo era stato quello di aiutante in un panificio; ma doveva alzarsi di notte e alla fine del mese non gli avanzava nulla, così aveva deciso di diventare autonomo, facendo il lustrascarpe. Il nuovo lavoro non andava male, ma non riusciva a mettere da parte nessun risparmio da mandare a sua madre e ai nove fratelli più piccoli. Adesso, poi, che gli avevano rubato la sua scatola di lavoro, era rimasto senza nulla.
Con quel pizzico di malizia acquisita da tanti incontri con i poveri, ho verificato se aveva inventato la storia per spillare soldi o se realmente intendesse lavorare. Per questo mi sono offerto di accompagnarlo dal falegname. Proposta che ha accettato volentieri. Dopo un quarto d'ora eravamo seduti davanti a Jeronimo, il padrone della falegnameria. Antonio ha chiesto che gli facesse una piccola scatola, facile da portare a spalla. Quando è stato il momento di pagare, Jeronimo ha detto che collaborava volentieri a quanto stavo facendo e non ha voluto nulla. Ho pensato alla generosità di tante persone che aiutano nel nascondimento e ho ringraziato il Signore per il suo gesto. Era giunto il momento di andare al supermercato per acquistare il materiale necessario: due spazzole, due scatole di lucido, due tubi di vernice e due strofinacci per il tocco finale delle scarpe. Strada facendo riflettevo sul fatto che si dà più valore a ciò che si è conquistato con fatica, piuttosto che a quanto si è ricevuto gratuitamente e così ho chiesto al mio amico in che cosa poteva contribuire. «Con niente! Non ho niente!». «Possibile che tu non abbia neanche un real (30 centesimi di euro, ndr)?». «No, neanche 50 centesimi». Vedendo che insistevo, sorridendo tra il divertito e il pauroso, ha messo la mano in tasca e ha estratto uno spicchio d'aglio. «Hai solo questo? - gli ho chiesto -. E che cosa me ne faccio?». «Padre, l'aglio ha il potere di eliminare ogni malocchio!». Ne ho approfittato allora per dirgli che chi sta vicino a Dio vive protetto da ogni male, ma qui posso scrivere che ho gradito quel dono, che aveva il sapore della collaborazione e della rinuncia.
Abbiamo concluso, così, il nostro mini-progetto: l'indomani la cittadina avrebbe potuto contare un lustrascarpe in più e un menino de rua o uno spacciatore di droga in meno. Lui era raggiante e mi ha ringraziato calorosamente: ora si sentiva nuovamente fiducioso nel futuro.

Antonio Baronio S.I.
Salvador Bahia (Brasile)

Ringraziamo il padre Baronio (in passato collaboratore di Popoli), per questa testimonianza sulla straordinaria forza della «banalità del bene». Aggiungiamo che è possibile sostenere le numerose attività di padre Baronio in Brasile, rivolgendosi al Magis, Ong dei gesuiti italiani (tel. 06.69700327, www.magisitalia.org).


ACCOGLIENZA INFINITA? I DUBBI DI UN 18ENNE

Sono un ragazzo di 18 anni, milanese, e ho sempre mantenuto una posizione forse superficiale riguardo agli argomenti dell'integrazione, della convivenza e dell'accoglienza degli immigrati. Ultimamente ho avuto l'occasione di conoscere la vostra rivista e di leggere numerosi articoli, grazie ai quali ho scoperto un punto di vista totalmente differente dal mio. Ho trovato posizioni di dialogo e incontro tra culture, tra l'altro supportate a dovere da notizie e informazioni che non conoscevo, le quali hanno dato una scossa alle mie convinzioni sull'argomento, a tratti venate di intolleranza e, magari, di razzismo.
Ma se, da un lato, comprendo bene quanto sia giusto parlare di integrazione e di dialogo, da un altro, mi chiedo se sia davvero questa la strada che siamo chiamati a percorrere, se davvero dobbiamo ospitalità e attenzione a tutti gli immigrati che a centinaia ogni giorno si riversano sulle nostre coste, se davvero sia compito nostro spenderci in un cammino di solidarietà e integrazione con persone che a integrarsi non ci pensano, che credono che il nostro Paese sia un territorio di conquista, che pretendono il rispetto dei loro diritti, ma faticano a ricordarsi dei doveri e delle sovrane leggi della nostra Repubblica. Penso per esempio a molti fedeli di religione musulmana che, tra le altre cose, il venerdì occupano i marciapiedi di viale Jenner e contribuiscono a degradare i quartieri in cui vivono, mostrando di non volere essere parte dello Stato, ma cercando invece di sovvertire i principi base della nostra cultura, imponendo la loro (ricordo le battaglie contro il crocefisso nelle scuole). Le donne, inoltre, si ostinano a indossare il velo. Penso ancora all'aumento nelle nostre carceri dei detenuti stranieri o alla crescita della delinquenza organizzata opera degli immigrati.
Ora, non voglio cadere nell'errore di generalizzare, perché so bene quanti stranieri, che siano africani, asiatici o est-europei, musulmani o cristiani, sono stati in grado di integrarsi al meglio nella realtà italiana, ma mi sembra che non sia possibile un'accoglienza all'infinito, e credo che non sia nostro dovere aiutare tutti indiscriminatamente e tanto meno adattarci noi stessi alla loro cultura. Sono dell'idea che, una volta entrato nei confini italiani, o rispetti la legge o, in caso contrario, devi essere allontanato. Umanità, rispetto, dialogo sono belle parole; ma siamo sicuri sia davvero un cammino nel quale ci dobbiamo impegnare a tutti i costi, rischiando anche di perdere parte della nostra identità?

Lettera firmata
Milano

Al nostro giovane neo-lettore consigliamo una sola cosa: di continuare così. Continuare cioè a interrogarsi, a mettersi in discussione, a evitare generalizzazioni. È un proposito controcorrente, in un'epoca in cui tutto (a partire dai mass media) spinge esattamente in direzione opposta: semplificare, evitare di farsi troppe domande, aggrapparsi a sicurezze in realtà assai effimere. Ma solo in questo modo si può cercare di diventare adulti, non solo anagraficamente. Poco importa, dunque, che nella lettera vi siano molte affermazioni che non condividiamo (per fare due soli esempi: la battaglia contro i crocifissi nelle scuole non è certo promossa, in primis, da immigrati musulmani quanto da italianissimi intellettuali animati da un malinteso senso di laicità; inoltre, siamo sicuri che la principale minaccia alla nostra identità venga «dal di fuori» e non sia piuttosto frutto di un'omologazione e di una decadenza culturale a cui ci siamo lentamente abbandonati e che poco ha a che fare con l'«invasione» di immigrati?). Quello che conta è maturare una coscienza critica che è poi il prerequisito fondamentale per provare a mettersi in ascolto delle differenze, in dialogo con chi è diverso da noi, per cercare insieme soluzioni.
Per chi, poi, orienta il proprio vivere sui valori del cristianesimo la risposta è forse più semplice, ma anche più radicale. «Ama il prossimo tuo come te stesso» non è una timida e marginale esortazione contenuta nel Vangelo di Gesù, ma l'esperienza centrale della sua vita e la proposta decisiva che Lui fa a noi. E non a caso Gesù chiede all'uomo di amare il prossimo, cioè chi è più vicino, poiché sa che proprio questi a volte può essere più fastidioso, ostile, difficile da accogliere. Per quanto la cosa possa apparire impopolare, crediamo che, prima di qualunque discorso a livello politico, il cristiano sia chiamato, nella sua quotidianità, proprio a quella che il nostro amico definisce un'«accoglienza all'infinito».


I DUE PANINI DEL MURATORE

Su invito di un amico della Comunità Sant'Egidio di Roma sono andato qualche volta, al martedì sera, alla stazione ferroviaria Tuscolana, per portare cibo e qualche vestito ai senza dimora. La prima sera sono rimasto sorpreso dal fatto che il numero di noi volontari era più
o meno uguale a quello dei poveri. Essendo fissato con l'efficienza, ho pensato che sarebbero bastati 5-6 di noi per consegnare i panini a tutto il gruppo. Una delle persone aiutate, senza saperlo, ha risposto ai miei dubbi, confidandomi che lui, nei giorni in cui lavorava, non aveva bisogno di stare lì a ricevere panini e quant'altro, ma che ci veniva volentieri perché, perlomeno una volta alla settimana, qualcuno gli stringeva la mano e lo chiamava per nome. Era un romeno che viveva una sorta di doppia vita: quando lavorava, era trattato come un operaio; quando rimaneva disoccupato, era come se perdesse la propria identità. Non si sentiva romeno, perché viveva lontano dalla sua terra, dai parenti e dagli amici. Ma non si sentiva neppure italiano, perché bastava che aprisse la bocca perché gli chiedessero di dov'era. Così, quando non trovava lavoro, oltre che non disporre del necessario per sopravvivere, percepiva il vuoto attorno a sé. Ecco perchè veniva volentieri alla stazione, per sentirsi chiamare per nome, e parlare con persone amiche. Allora ho capito l'importanza di quel gruppo così numeroso: i volontari stavano lì non tanto per distribuire un pasto caldo, quanto per accogliere e dialogare con dei fratelli.

Lettera firmata
Roma

© FCSF - Popoli

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