Zheng Xiaoyu è stato giustiziato il 10 luglio. Aveva 63 anni ed era capo dell'authority cinese per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci. Il 29 maggio è stato giudicato colpevole di corruzione per aver ricevuto 850mila dollari da alcune imprese farmaceutiche che volevano evitare i controlli-qualità su cibo e medicine. Nel processo è stato anche accusato della morte di 13 bambini nutriti con latte in polvere privo di sostanze nutritive. La storia di Zheng Xiaoyu è la punta di un iceberg mondiale fatto di interessi economici, convenienze politiche, ingerenze della malavita e speranze (tradite) di milioni di persone desiderose di avere una cura efficace per malattie spesso mortali. Tra cui di malaria.
FENOMENO IN CRESCITA
Secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità (www.who.it), il 10% del mercato mondiale dei farmaci è costituito da medicine contraffatte (cioè prodotte illegalmente e vendute sul mercato nero) o prodotte senza gli standard minimi per curare la malattia. Questa percentuale sale al 50% in alcuni Paesi poveri. Un business, quello delle contraffazioni, che in Occidente riguarda le life-style drugs (farmaci che agiscono sulla qualità della vita: ormoni, steroidi, antistaminici, ecc.) e nei Paesi poveri le medicine per curare malattie gravi: cancro, Hiv-Aids, malattie infettive, malaria. L'Oms ha stimato che ogni anno muoiano di malaria almeno 200mila persone che sono state curate con farmaci falsi, scadenti e inefficaci. Recentemente il Shoklo Malaria Research Unit (un centro di ricerca sulle malattie tropicali che ha sede in Thailandia) ha documentato un giro di farmaci contraffatti nel Sud-Est asiatico: imprese clandestine producono terapie a base di artemisinina che contengono il principio attivo in misura insufficiente o addirittura ne sono prive. Il risultato: il farmaco è inefficace e rischia di produrre resistenze nei plasmodi (i parassiti che causano la malaria), oltre che non curare il paziente. Se si sviluppassero resistenze anche ai nuovi farmaci, il risultato sarebbe drammatico per milioni di persone che vivono nelle regioni dove il paludismo è endemico. Attualmente, infatti, le terapie a base di artemisinina sono le più efficaci per curare la patologia.
Non esistono statistiche complete sulla contraffazione e sulla produzione di farmaci antimalarici di qualità insufficiente.
Secondo uno studio del Shoklo Malaria Research Unit, però, metà di tutti i farmaci venduti in Laos, Cambogia, Vietnam e Birmania, sono contraffatti o non hanno gli standard minimi per curare la malattia. Ricercatori dell'Università di Oxford hanno inoltre rilevato che sul mercato asiatico i farmaci senza (o con pochi) principi attivi sono cresciuti dal 38 al 53% nel periodo compreso tra il 1999 e il 2004. E, sempre secondo i ricercatori di Oxford, il problema si sta spostando anche in Africa. Già nel 2003, l'Oms ha documentato la presenza in vari Paesi di clorochina e fansidar di qualità ed efficacia insufficiente. Nei Paesi subsahariani, dove da qualche anno si stanno introducendo le terapie a base di artemisinina, sarebbero ora iniziate a circolare nei mercati di strada confezioni di pastiglie contraffatte o di qualità insufficiente.
Un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista medica britannica Lancet ha messo in luce come circa il 40% dei farmaci con etichetta indicante l'esistenza nel farmaco dell'artemisinina, in realtà non contiene principi attivi e non ha, di conseguenza, effetti benefici. «Spesso purtroppo - aggiunge Giovanna Orlando, esperta in malattie tropicali dell'Ospedale Sacco di Milano - i farmaci non sono solo inefficaci, ma anche dannosi. Molte terapie sono tossiche. Sappiamo di persone in Africa che hanno avuto seri problemi di salute a seguito di medicine "fasulle". Ma anche quelle non tossiche sono dannose perché non curando il paziente, fanno sì che la malattia peggiori, a volte fino alla morte. I primi a farne le spese sono i bambini e le donne incinte».
CONVENIENZE E CONNIVENZE
La diffusione di questi farmaci è favorita dall'attuale regime commerciale che regola produzione e mercato farmaceutico, da sistemi di verifica carenti o addirittura inesistenti, dalla corruzione e dalla convenienza. In almeno due terzi dei Paesi in via di sviluppo le agenzie preposte al controllo della qualità dei farmaci non hanno a disposizione personale, strumenti e risorse sufficienti. I pubblici funzionari, pagati poco, sono poi facile preda della corruzione. «Farmaci antimalarici "fasulli"? Qui in Zimbabwe non ne ho ancora trovati - spiega Carlo Spagnolli, medico italiano che lavora all'Ospedale Luisa Guidotti di Mutoko -. Da tempo però siamo invasi da medicine "tarocche" contro l'Aids, quindi mi aspetto che prima o poi arrivino anche quelle contro la malaria. La responsabilità della diffusione di questi farmaci non efficaci è anche delle classi politiche locali. Pensate, per esempio, al ministro della Sanità sudafricana che, non solo non ha voluto riconoscere l'Hiv come causa dell'Aids, ma ha anche promosso pubblicamente l'aglio e la cipolla come terapia contro il virus». «È il risultato di un mercato distorto - aggiunge Nicoletta Dentico, analista sulle politiche della salute per la fondazione Dndi -. Con un'industria farmaceutica che si rivolge solo ai ricchi e una domanda crescente di farmaci da parte della popolazione povera, imprenditori disonesti e senza scrupoli ne approfittano per immettere sul mercato farmaci senza principi attivi».
Il business della contraffazione ha proporzioni vaste. Secondo l'Oms, il giro d'affari sarebbe intorno ai 75 miliardi di dollari. L'alta redditività è favorita da costi di produzione bassissimi e dall'assenza (o dall'insufficienza), in molti Paesi, di normative che regolamentano la materia. I farmaci vengono prodotti in botteghe artigianali, laboratori improvvisati, ma anche in aziende illegali di medie dimensioni. E vengono poi venduti al mercato nero. È ovvio che la malavita non è estranea a questo commercio che spesso utilizza gli stessi canali degli stupefacenti. Il leader della contraffazione sarebbe la Cina, dove esistono tecnologie e conoscenze per produrre i farmaci e per imitare gli ologrammi e i codici a barre che le multinazionali utilizzano per proteggere le confezioni originali.
Alle case farmaceutiche, per assurdo, questo sistema può far comodo. In questo modo, infatti, è più facile sostenere che i loro farmaci sono gli unici autentici ed efficaci e far passare l'equazione «farmaco generico=farmaco contraffatto». Non è un caso che, mentre il sistema di controllo sui farmaci dell'Oms è sottodimensionato, la campagna della stessa Oms contro la contraffazione ha una grande eco anche grazie al generoso supporto delle multinazionali del farmaco. «La repressione, nel caso di farmaci contraffatti spiega Raffaella Ravinetto, presidente di Medici Senza Frontiere Italia -, è ovviamente importante e va condotta attraverso il rafforzamento dei controlli a livello internazionale e nazionale. Ma la repressione da sola non risolve nulla: è invece necessario, ed eticamente imperativo, realizzare con urgenza politiche che garantiscano a tutti l'accesso ai farmaci essenziali e salvavita. Fino a quando a un paziente con la malaria non verrà garantita la terapia, indubbiamente si creerà spazio per gli operatori del mercato nero e per altre morti evitabili».
MEDICINE LOW COST
In questo senso qualche passo avanti è stato fatto. Grazie alla collaborazione tra società civile e imprese farmaceutiche, il 1° marzo 2007 è nato il primo farmaco non profit contro la malaria. La terapia si chiama Asaq e costa un dollaro per gli adulti e 50 centesimi per i bambini. L'ha realizzata la Sanofi-Aventis (una casa multinazionale francese) in collaborazione con Dndi, una fondazione di ricerca sulle malattie tropicali (nata dalla collaborazione tra Msf, Istituto Pasteur e quattro centri di ricerca pubblica nel Sud del mondo). «Questa terapia, a base di estratto di artemisia - spiega Nicoletta Dentico -, viene venduta alle istituzioni pubbliche (servizi sanitari nazionali, ospedali, dispensari, ecc.) o alle Ong che lavorano nel campo della sanità. Il prezzo è basso, ma è previsto che in futuro sia ulteriormente ridotto. E questo grazie al fatto che il costo dell'artemisia probabilmente scenderà, ma anche per effetto dell'accordo Sanofi-Dndi che ne prevede una progressiva riduzione».
In realtà, per i singoli e le famiglie di molti Paesi il prezzo rimane proibitivo. «La vecchia e ormai spesso inefficace terapia a base di clorochina - osserva Raffaella Ravinetto - costava circa 10 centesimi di dollaro, quella di Sanofi-Dndi un dollaro: una differenza inevitabile per far fronte ai costi di produzione e controllo di qualità del nuovo farmaco, ma significativa in Paesi nei quali il reddito quotidiano può essere inferiore a questa cifra. Il fatto è che, contrariamente a quanto spesso avviene nei Paesi poveri di risorse, i costi delle terapie salvavita non dovrebbero mai essere caricati sul paziente. Come nei Paesi ricchi, il diritto alla salute dovrebbe essere prioritario rispetto a ogni considerazione di carattere economico. Sanofi-Dndi ha fatto un passo avanti verso un nuovo modo di fare ricerca, finalizzato non solo a produrre un farmaco, ma a produrlo per metterlo a disposizione di chi ne ha bisogno. Il movimento verso la riduzione dei costi e verso l'accesso universale deve ora coinvolgere i governi, i donatori, le istituzioni nazionali e internazionali che possono e devono concorrere a un impiego più massiccio delle nuove terapie. Un impiego massiccio che permetterebbe, allo stesso tempo, ai prezzi di scendere ulteriormente e all'accesso ai farmaci per tutti di diventare una realtà».
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