Cammini di giustizia - novembre 2007

Cina
Business in catene

Nel Paese che ospiterà le prossime Olimpiadi restano gravi le violazioni dei diritti umani, spesso sacrificati in nome della corsa allo sviluppo. È il caso dei laogai, i gulag alla cinese. Un dissidente, imprigionato per 16 anni, racconta che cosa sono e rivolge un appello all'Occidente

Susanna Pesenti

Boicottare i Giochi olimpici è l'unico modo per costringere la Cina a chiudere la vergogna dei laogai. Le Olimpiadi sono il test finale che il governo cinese ha preparato per capire se l'Occidente è disposto a digerire tutto in tema di diritti umani». Ne è convinto Lu Ducheng, sopravvissuto a sedici anni di lavori forzati nei gulag cinesi che la globalizzazione ha trasformato in una leva potente per la scalata ai mercati mondiali: il 20% dell'export cinese, secondo Ducheng, viene dal lavoro degli schiavi nelle prigioni travestite da fabbriche. Lu Ducheng, allora ventiseienne, fu arrestato il 23 maggio 1989 per aver gettato gusci d'uova pieni di vernice rossa contro il ritratto di Mao Tse-tung durante le manifestazioni per la democrazia in Piazza Tienanmen. Ora, a 43 anni, questo ex-operaio dello Hunan rilasciato lo scorso anno dalle autorità cinesi, fuggito in Thailandia e accolto dal governo canadese che gli ha concesso lo status di rifugiato politico, sta girando il mondo per lanciare un appello all'Occidente in vista delle Olimpiadi di Pechino del prossimo anno: «Il boicottaggio è il segnale più forte che le democrazie occidentali possono dare al governo cinese per indurlo a migliorare il rispetto dei diritti umani in Cina, l'unico che il governo possa capire », ripete in ogni incontro pubblico. Lo abbiamo incontrato la scorsa estate, in occasione della sua prima visita in Italia, accompagnato da Antonello Brandi, referente italiano della Laogai Research Foundation.
Lu Ducheng vive oggi a Calgary, ma la moglie e i figli sono rimasti in Cina. Né miglior sorte hanno avuto i due compagni che con lui gettarono le uova in Piazza Tienanmen: «Avevamo tutti meno di trent'anni, non fuggimmo. Ci aspettavamo di essere fermati, ma eravamo convinti che il regime avrebbe ceduto di fronte al movimento pacifico della piazza. C'erano stati segnali di apertura, perciò eravamo venuti dalla campagna. Fummo arrestati alcune ore prima dell'irruzione dei carri armati, la mattina presto. La strage, che tutto il mondo vide, si compi nel corso della notte successiva. Yu Zijian è stato condannato all'ergastolo, Yu Dongyue a vent'anni di carcere. Dongyue è impazzito per le torture subite nel 1992, quando gli fracassarono il cranio a botte, ma è stato rilasciato solo nel febbraio del 2006. Era il più brillante di noi, una grande promessa. Per riaverlo, la famiglia ha dovuto impegnarsi a non condurre azioni legali contro la prigione per i maltrattamenti subiti e a dichiarare che Dongyue era sano. Yu Zijian è uscito dal carcere, ma vive in miseria in campagna, facendo l'insegnante».

DOPO TIENANMEN
Dal tempo di Tienanmen, secondo Ducheng, la situazione dei diritti umani è peggiorata: «Il governo cinese è diventato più persecutorio su questioni come democrazia, mass media, libertà d'espressione, libertà religiosa. L'immagine internazionale è stata tutta sbilanciata sullo sviluppo economico, ma il controllo interno è soffocante». Per questo l'Occidente deve dare un segnale, inequivocabile: «Le Olimpiadi sono l'ultima occasione, il test finale che il governo cinese ha preparato per capire se l'Occidente, al di là di sporadiche prese di posizione di principio, soprattutto in Europa, è disposto a digerire tutto».
I cinesi stanno facendo incetta sui mercati mondiali di ogni tipo di rottami metallici, vantano ingenti crediti con gli Usa, sono dilagati in Africa mettendosi in competizione per le materie prime (ultimo episodio, lo sfruttamento delle miniere di uranio in Niger, in gara con i francesi). Insomma, è la tesi di Ducheng, se non per solidarietà agli oppressi, almeno per interesse egoistico l'Occidente dovrebbe finirla con l'acquiescenza.
Il collegamento perverso tra economia e diritti umani passa anche attraverso i laogai. Questa parola è l'acronimo di «laodong gaizao», che significa «riforma attraverso il lavoro». Nel 1950, imitando il sistema dei gulag staliniani, la Cina comunista aprì ai «nemici del popolo» queste fabbriche-prigioni. Tornati in auge negli anni Ottanta per i dissidenti condannati senza processo legale nella forma di «laojiao» (con pene fino a tre anni), oltre che per gli oppositori politici ora sono usati, secondo Laogai Research Foundation, per togliere di mezzo i cristiani scomodi e gli aderenti al movimento spirituale buddhista Falun Gong.

PRIGIONI O FABBRICHE?
Nel 1988 il ministero della Giustizia, nel manuale di riforma penale, ha stabilito che «il laogai organizza il lavoro dei detenuti per creare ricchezza per il Paese». Un presupposto che la globalizzazione ha enfatizzato, soprattutto nelle province di Liaoning, a nord, e Guandong a sud. Ufficialmente il lavoro forzato è bandito dal 1991 e dal 1994 i laogai vengono chiamati «prigioni » nei documenti ufficiali, ma le normali imprese possono usare il lavoro dei prigionieri. Nei laogai vige la pena di morte e gli studiosi stimano, per quanto tutto sia coperto da segreto di Stato, che le esecuzioni siano state finora più di 10mila all'anno, spesso utilizzando gli organi dei condannati per trapianti.
La Laogai Research Foundation ha censito finora 1.045 centri di detenzione, elencati nel rapporto che pubblica periodicamente, ma si stima siano molti di più e in settori produttivi diversificati: miniere, agricoltura, industria. Nei laogai sono ai lavori forzati milioni di uomini, donne e bambini. Una stima prudente calcola almeno in 5-6 milioni i prigionieri attuali.
Ogni campo ha due nomi, uno come prigione e uno come impresa commerciale. Ad esempio, al nome della prigione 4 della provincia di Zhejiang, a sud di Shanghai, corrisponde il nome commerciale d'impresa «Hangzhou Wulin Machinery Factory». Nei contratti i nomi delle carceri non compaiono. Lu Decheng lavorava in una prigione nella città di Hengyang, anch'essa con un nome commerciale ufficiale che ne nasconde la vera natura e che produce semilavorati di lana, lampade, giocattoli, guarnizioni d'acciaio e minuterie metalliche. Ricorda Ducheng: «Il mio laogai occupava circa duemila persone, si calcola che ci siano passati almeno 50 milioni di cinesi e almeno 20 milioni siano morti di stenti e torture. In un laogai si lavora sedici ore al giorno, quattro volte alla settimana ci sono sedute di rieducazione politica ed è prevista un'ora di studio al giorno perché ci sono esami periodici che devi superare per dimostrare che ti stai "ravvedendo". Non c'è solo la fatica, ci sono anche le torture. Per punizione puoi essere tenuto sospeso legato per i polsi».
La decisione di rinchiudere gli indagati è, spesso, a totale discrezione della polizia. Si dorme per terra, il cibo è scadente e somministrato in proporzione al lavoro eseguito. In alcuni laogai anche lo stipendio dei sorveglianti è proporzionale alla produttività dei prigionieri. Isolamento, lotta fra prigionieri aizzati uno contro l'altro, autodenunce e ricatti sono tra le tecniche di repressione usate. Il Congresso degli Usa nel 2005 e il Parlamento europeo nel 2006 hanno approvato risoluzioni che denunciano la repressione dei diritti umani, le detenzioni arbitrarie e i lavori forzati in Cina. Il numero dei processi nel Paese è salito da 130mila nel 2001 a 190mila nel 2005, ma gli avvocati in quell'anno erano solo 110mila (su 1,3 miliardi di cinesi). Secondo l'Ong americana Dui Hua Foundation, il 99% di coloro che sono accusati di «mettere in pericolo la sicurezza» sono condannati al carcere e molti avvocati che difendono i cittadini più deboli rischiano la carriera e la vita.
Dalle campagne in rivolta fuggono folle di contadini che vagano per la Cina in cerca di lavoro e sono soggetti ad arresto arbitrario e invio ai lavori forzati. Il movimento creato dalle Olimpiadi ha ingrossato questi fiumi di gente e sono già in atto operazioni di polizia per «ripulire» le città e presentarle al mondo durante i Giochi del 2008. Un esempio di laogai di successo citato dalla Foundation è la prigione di Jinzhou, un'area industriale di 600mila metri quadrati con un valore di circa 300 milioni di yuan (38 milioni di dollari). A febbraio, con il suo nome industriale ufficiale, è stata dichiarata fra le dieci migliori imprese cinesi.

UN SISTEMA MALATO
Il problema delle condizioni dei lavoratori cinesi è generale. Il costo del lavoro è molto più basso che in Europa. Accanto ai laogai, esiste una vasta rete di fabbriche, apparentemente normali, ma dove le paghe di sussistenza e l'assenza di norme di sicurezza e diritti sindacali rendono la vita degli operai poco diversa da quella dei prigionieri.
«Dopo il rilascio - testimonia Ducheng - ho lavorato in una fabbrica di vestiti a Wenzhou nella provincia dello Zhejiang. Si lavorava 12 ore per 15 yuan (1,5 euro). Ogni sera dopo il lavoro gli operai erano chiusi a chiave nei dormitori, separati solo con tavole di legno dai laboratori pieni di materiale infiammabile, con un cane feroce lasciato libero all'esterno. Ma anche così molti preferivano restare, piuttosto che morire di fame nei villaggi dell'interno dove ogni giorno scoppia una rivolta che non fa notizia ed è repressa con ferocia dai dirigenti locali». Lu Ducheng sta conducendo uno studio per conto di un'organizzazione umanitaria su una fabbrica di scarpe nel Guandong, vicino a Hong Kong, dove si lavora dalle 7 e mezza del mattino alle 23,30 e solo due ore sono considerate straordinario.
L'Occidente sta lentamente scoprendo che la crescita economica cinese è fatta anche di deportazione di intere popolazioni per lasciare il posto alle dighe, di distruzione di vecchie case abitate da anziani che non sanno dove andare. Per non essere complici occorre che gli accordi economici (e le Olimpiadi sono un grande mercato) siano accompagnati da miglioramenti nel campo delle libertà civili. Nel 2001 la Cina ha ratificato la Convenzione dell'Onu sui diritti civili e politici e quella sui diritti economici sociali e culturali. Il primo articolo della Costituzione cinese parla di libertà di pensiero e di manifestazione delle idee. Tutta carta straccia? «I colloqui bilaterali governativi devono includere le Ong ed essere pubblici - suggerisce Ducheng -. I casi di violazione noti in Occidente devono essere presi in carico dall'opinione pubblica, in modo che i governi occidentali possano muoversi sulla spinta dei cittadini. Ching Cheong, reporter dissidente di Hong Kong, si è preso 5 anni di carcere perché i colleghi occidentali hanno fatto conoscere il suo caso, ma un'altra persona, Lu Jianhua, che non aveva contatti con occidentali, per lo stesso reato di opinione si è preso 20 anni. Occorre formare gruppi di controllo competenti e chiedere ai consumatori scelte consapevoli. Naturalmente sulla merce che arriva in Occidente non c'è scritto "made in laogai", ma, se costa poco, è probabile sia già stata pagata molto cara, da qualcun'altro».


LA SCHEDA
Una fondazione contro

Lo statuto della Laogai Research Foundation (Lrs, www.laogai.org) afferma che «non abbiamo diritto di dimenticare coloro che sono privati della libertà e della vita nei laogai. Cerchiamo la verità e speriamo che una pratica così orribile e inumana scompaia presto e non ritorni. In Cina, laogai e democrazia sono incompatibili». La Lrf è una Ong nata nel 1992 in Virginia per iniziativa di un fuoriuscito sopravvissuto ai laogai, Harry Wu. Raccoglie notizie e testimonianze sul sistema dei gulag cinesi e ne diffonde la conoscenza. Finora ne ha identificati con certezza 1.045. La Fondazione pubblica annualmente un rapporto in inglese e cinese con tutti gli indirizzi e le specifiche tecniche delle fabbriche-prigione. In Italia la Lrf, nata su iniziativa di Antonello Brandi, ha sede a Roma.

 

© FCSF - Popoli
 

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