Identità - Differenza - novembre 2007

Mali
Arcipelago islam

Oasi di democrazia laica o nuova culla del radicalismo? Viaggio attraverso uno dei Paesi più poveri (e belli) del mondo, dove a un millenario islam moderato si va affiancando una concezione più integralista del messaggio coranico. Finanziata dai fondamentalisti arabi

Emiliano Bos
DJENNÉ (MALI)

«Lo studio del Corano garantirà loro un futuro migliore ». Ibrahim, marabutto con un filo di barba che imperla il viso, ne è convinto. Ha sei allievi e pochi soldi. La sua è una delle oltre cento scuole coraniche di Djenné (Mali). All'alba la città s'accende di riflessi e di piccole sagome scalze. Sono i talibé, gli allievi. La metà delle scuole è riservata agli studenti che vengono da villaggi sperduti seguendo il loro marabutto, il maestro. Le altre sono frequentate da chi abita in questo millenario crocevia di spiritualità islamica africana e di traffici transahariani, dove la storia ti catapulta all'indietro di secoli. Djenné (insieme a Timbuctù) è una delle attrazioni turistiche del Mali. Un Paese che l'indice di sviluppo umano dell'Onu inchioda al terzo posto tra gli Stati più poveri del pianeta. Ma è ricco di tradizioni e cultura, proiettate nei pinnacoli di argilla della Grande Moschea color ocra - la più grande del mondo in fango, costruita nel 1280 e riedificata un secolo fa.
I piccoli talibé gironzolano chiedendo cibo per sé e per il marabutto. In una mano una scatola di latta, per le offerte, nell'altra le loro tavolette di legno lavabili sulle quali scrivono con carboncini i versetti in arabo del Corano. «Ne imparano a memoria pochi alla volta», spiega il maestro Arou, 48 anni, accovacciato lungo il muro esterno dell'antico edificio di mattoni d'argilla. Un capannello di bambini vocianti lo circonda, intorno anche capre e pecore. Il marabutto ha studiato qui a Djenné. Non parla francese, lingua dei colonizzatori, ma solo bambarà, l'idioma più diffuso del Paese, e un po' di arabo appreso negli anni studiando al-Kitab, il Libro, che ora insegna ai suoi allievi.
Sekou Touré, 10 anni, ciondola ritmicamente la testa in avanti ripetendo come una cantilena la Sura 34. Da secoli, qui, il Corano si tramanda così: con pochi versetti scritti sulle tavolette di legno e mandati a memoria. Gesti antichi, ripetuti con un andamento quasi musicale anche dal piccolo Ismael, 7 anni e una maglietta gialla di Beckham che si allunga fino al ginocchio. «Il nostro è un islam tradizionale, che si ispira a un messaggio di tolleranza », sottolinea un altro marabutto. L'eredità della grande tradizione sufi qui è ancora forte, legata indissolubilmente a figure come Tierno Bokar, il «saggio di Bandiagara». «Vorrei andare in pellegrinaggio alla Mecca, ma non posso permettermelo», si lamenta il maestro.
Islam e povertà vanno di pari passo. In Mali, l'85% dei dodici milioni di abitanti è musulmano. Il 69% vive sotto la soglia della povertà. Altrove, islam e miseria sono miscela esplosiva che il radicalismo musulmano può far detonare. Qui non ancora. La religione del Corano (presente da quasi mille anni) si dimostra aperta e tollerante. Però sta crescendo a macchia di leopardo la presenza degli wahabiti, corrente riformatrice e rigorista legata anche economicamente all'Arabia Saudita. Il presidente Amadou Amani Touré (riconfermato a maggio per il secondo mandato) è impegnato ad affermare l'immagine del Mali come oasi di democrazia laica nell'Africa occidentale. Uno dei pochi tra i 57 Paesi dell'Organizzazione per la conferenza islamica dove non musulmani e donne hanno pari accesso alle istituzioni; dove c'è libertà di stampa, anche se metà degli abitanti non sa leggere; dove esiste una sola emittente pubblica, ma 42 giornali e 125 radio private; dove i religiosi cristiani sono liberi di operare. Come padre Aldo Giannasi, dei Missionari d'Africa (Padri Bianchi), in Mali da 36 anni. A Bamako ha aperto un centro che mette a disposizione spazi di studio con libri di testo per 250 studenti di scuole superiori e università, senza distinzioni di fede.
A partire soprattutto dal XVIII secolo, le grandi confraternite hanno elaborato un sincretismo conciliante, binomio tra spiritualità locale e istanze di rinnovamento dell'islam. Il risultato è che oggi nessuno nega spazi a cristiani e animisti né impone leggi islamiche.

«UN PAESE, PIÙ PAESI»
Il Mali, sostiene Ismaeli Samba Traoré, scrittore e linguista, «è oggi un Paese fondato su più Paesi», mosaico d'etnie diverse tra loro. Capaci in questi anni di realizzare un felice modello di convivenza democratica: «Tuareg, peul, dogon, bambarà, malinke: tutti - osserva - hanno saputo creare una combinazione di tolleranza e comprensione reciproca che ha prevalso sul meccanismo dello scontro e del conflitto».
Il confronto tra l'apertura al dialogo proposta dalla mistica sufi e la rivendicazione della propria identità religiosa rimarcata dai wahabiti diventa più evidente allontanandosi dalla capitale. Basta proseguire da Djenné in direzione nord, verso Mopti, la perla del Niger. Sul caotico porto fluviale un arcobaleno di piroghe scivola sfiorando le acque gonfie del Grande Fiume. Al tramonto, si allungano le ombre di un caleidoscopio di umanità. Le stesse di cui parla Ismaeli Samba Traoré, scrittore e intellettuale: pastori peul con cappelli circolari, pescatori bozo che sbrogliano reti, commercianti bambarà che mercanteggiano. E donne velate, a volte con il viso interamente coperto di nero. «Da qualche tempo il loro numero sta aumentando - racconta Omar, una guida locale - ma non è chiaro se siano originarie di qui o vengano da fuori». Dov'è - se davvero esiste - la frontiera dell'islam percepito come «radicale»? Ciascuno la sposta più in là. La rinvia a un «altrove » che sembra nascondersi ancora più a nord, verso le dune del Sahara.

AVANZATA WAHABITA
A Bandiagara (70 chilometri dopo Mopti) lo scenario cambia. «Vedi quella moschea? I lavori erano fermi da anni perché mancavano soldi. Ora sono arrivati i finanziamenti dei wahabiti, non si sa da dove», afferma Alpha Nou Cissé, marabutto da dodici generazioni nella città di Tierno Bokar, che fu icona dell'islam tradizionale e moderato di questa parte dell'Africa. Quando il sole cala e il muezzin richiama alla preghiera, «loro» si radunano a parte. «Mi preoccupa il rischio di conflitti all'interno dell'islam, perché la crescente presenza wahabita rischia di modificare le nostre abitudini», aggiunge Alpha Nou con tono più dispiaciuto che polemico. Racconta gli anni di studio in Costa d'Avorio, dove conobbe Amadou Hampâté Bâ, il più celebre discepolo di Bokar e grande tessitore di dialogo con le altre religioni. Quella tradizione di tolleranza e apertura, sostiene Alpha Nou, è ancora ben radicata. Di Bokar resta una tomba nel piccolo cimitero nascosto dietro alcune casupole. Il marabutto accompagna gli ospiti stranieri sulla sepoltura del Saggio, riconoscibile a fatica solo per una piccola stele che, in arabo, ne porta il nome. Ancora più viva la figura del suo seguace prediletto, Hampâté Bâ. Se lo ricorda bene Abubakar Toumbouli, falegname e imam wahabita di Bandiagara: «Era il 1959, tenne un discorso qui al mercato cittadino. Ci esortò a essere musulmani coraggiosi e tolleranti».
La presenza della minoranza rigorista wahabita cresce nella zona di Bandiagara e si estende verso il cosiddetto Paese Dogon. Una manciata di villaggi sparpagliati tra un altopiano ancora fertile e una pianura screziata di miglio e acacie. Sulla Falesia incantata di Bandiagara - grande fenditura di roccia lunga oltre cento chilometri - i dogon, forse uno dei popoli più studiati del continente, sono accomunati dalla forte identità e dall'incanto della loro magica cultura. In gran parte islamizzati, hanno mantenuto credenze animiste. Si diversificano però nell'appartenenza ai due volti dell'islam.
Tutti i 300 musulmani del villaggio di Kani, per esempio, si sono «convertiti» al wahabismo negli ultimi due lustri. Hanno provato persino a relegare in casa le donne: «Lo prevede la sharia (la legge coranica)», spiega l'imam Amadoué Lugé. Non ci sono riusciti però: il «sesso debole» a queste latitudini non lo è affatto, ma rappresenta l'instancabile forza-lavoro del villaggio. Hanno cercato di imporre il velo nero a mogli e figlie. Ma loro non hanno rinunciato ai boubou, i variopinti abiti tradizionali. La sharia prevede anche la lapidazione in caso di adulterio. «Ma il nostro - precisa l'imam - è un Paese laico e non islamico. È il governo che decide».
Due chilometri più in là, sotto la stessa gigantesca falesia, i wahabiti diventano minoranza nel vicino villaggio di Teli: non più di una cinquantina su 800 abitanti. Yussuf Guindo è uno di questi: si chiamava Koumbé prima del pellegrinaggio in Arabia Saudita. Là si è convertito alla corrente wahabita e ha cambiato nome. «Utile per la sua attività di commerciante », maligna qualcuno nel villaggio, convinto che un nome arabo garantisca buoni contatti e soprattutto commerci sicuri. «Ci siamo convertiti - aggiunge Yussuf - otto anni fa, dopo l'hajji (il pellegrinaggio alla Mecca che ogni musulmano dovrebbe compiere almeno una volta nella vita)». Contatti con gli arabi? «Solo qualche riunione con loro a Bamako», taglia corto. Anche lo studio del Corano risente di questo isolamento. «Non lo conosciamo molto », ammette il capo del gruppo wahabita, aggiungendo che comunque il dialogo con il resto della comunità musulmana «resta aperto». Altri tre chilometri lungo lo sterrato che conduce verso Endé, altro cambio di prospettiva. Nel villaggio di Wahaliya, 700 abitanti e altrettante capre, di wahabiti nemmeno l'ombra. «Nessuno di noi è mai andato alla Mecca. E non solo per mancanza di denaro», argomenta con tono pacato l'imam Moussa Guindo, 43 anni. Intorno a una piccola veranda di legno intagliato si radunano altri adulti maschi. «Spesso i wahabiti ci accusano di essere impuri e di non praticare i precetti dell'islam. Per noi non è un problema di forma, ma di cuore. Che solo Dio può scrutare», osserva Moussa, fasciato in uno splendido abito blu a strisce damascato. «Una decina d'anni fa i wahabiti vennero qui per tentare di convertirci. Rispondemmo chiaramente di no», aggiunge. Però sono tornati di recente. Da un fuoristrada sono scese quattro persone, apparentemente turisti occidentali. «Hanno portato in omaggio noci di cola ad Adama, l'anziano del villaggio», raccontano i giovani. Un gesto semplice, se non fosse per la quantità spropositata del dono: di solito si offre una piccola noce di questa preziosa pianta coltivata in Costa d'Avorio, da cui si ricava anche l'estratto per la Coca Cola. Invece gli strani visitatori hanno lasciato un sacco di noci di cola da 25 chilogrammi. Erano «emissari» wahabiti provenienti dal Kuwait. Le autorità locali li hanno allontanati.

VERSO TIMBUCTÙ
Spinte contrapposte si propagano fino alla mitica Timbuctù, città dei 333 santi. Per secoli è stata porta d'ingresso del Sahara, incrocio di commerci tra Africa e Mediterraneo e indiscusso punto di riferimento culturale per gli studi islamici. Ma l'epoca degli imperi medioevali del Mali è solo un ricordo: all'arrivo, ti ritrovi in un agglomerato di case tra la sabbia. Le dune hanno conservato quasi intatti alcuni tesori. All'Istituto di studi arabi «Ahmed Baba», il responsabile Djibril Doucoré apre le teche che custodiscono frammenti di storia: una copia del Corano del XII secolo, o l'incunabolo del XV che riproduce un trattato di medicina di Avicenna. Oltre ad aver salvaguardato i tasselli del collage millenario di Timbuctù, secondo qualcuno oggi il deserto - che qui inizia appena fuori dal centro abitato e anzi s'insinua fino all'ingresso delle case - offrirebbe riparo a svariati gruppi armati di diversa matrice. Difficile verificarlo di persona. La fascia di Sahara tra Mali, Mauritania, Algeria e Niger da alcuni esperti è considerata una nuova «frontiera di sabbia» del terrorismo internazionale. Impossibile affermarlo con certezza. Di certo sono attive bande di predoni. Timbuctù è l'ultimo bastione sotto il controllo delle autorità, in un territorio con presenze considerate «pericolose». «Negli ultimi dieci anni sono state costruite 21 nuove moschee con i petrodollari arabi dei wahabiti. Alcune sono vuote, in altre si predica il jihad, la guerra santa - afferma Nouh Ag Infa Yattara, pastore della Chiesa evangelica battista di Timbuctù -. Il governo del Mali ne è consapevole, ma non ha i mezzi per affrontare queste derive estremistiche. Vedo un pericoloso cambio di mentalità».
Dopo Timbuctu, verso nord, solo un nulla sabbioso. Se non le carovane che da secoli scendono dalle miniere di Taudennì trasportando il sale. Li vedi arrivare all'alba nel porto di Kouriomé, l'attracco di Timbuctù sul Niger. Dove le grandi piroghe scaricano uomini e animali caricando a bordo le lastre salmastre, moneta di scambio dalla notte dei tempi. Per poi salpare verso la capitale. E dal Mali si continua a fuggire verso l'Europa, cercando un varco nel deserto. Senza distinzione di fede o di corrente islamica. «Malgrado le differenze - sostiene l'imam wahabita di Bandiagara, che nel 1965 impiegò 14 mesi per arrivare a piedi alla Mecca -, apparteniamo tutti alla stessa grande famiglia musulmana».

© FCSF - Popoli
 

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