«Dare voce a chi non ha voce». Spesso ascoltiamo questa parola d'ordine vibrando di fronte alla generosità dello slancio militante. Nelle parrocchie o nelle associazioni, nel sindacato o nel partito politico, nelle Ong come sulle pagine della stampa, nessuno dubita della bontà di questo proclama. Nelle comunità cristiane, molti discorsi e azioni a favore dei «poveri» e dei «diseredati» sono ispirati da questa intenzione. Eppure, a guardarla da vicino, essa rivela un dispositivo che ci appare per lo meno ambiguo se non perfino pericoloso. Premettiamo che non è in gioco la buona fede individuale, ma le dinamiche sociali che tale espressione presuppone e le pratiche che contribuisce a mantenere.
Anzitutto, chi sarebbero i «senza voce»? Tutti coloro che sono considerati muti a causa dei meccanismi strutturali di coercizione simbolica e di sfruttamento economico che li mantengono marginali, dominati e subalterni.
L'elenco è lungo, purtroppo: dagli indios alle donne, dai «portatori di handicap» ai «poveri», dai residenti nei quartieri «marginali» ai vecchi, dagli omosessuali agli immigrati extracomunitari, ai rom. In tale espressione la subordinazione sociale e l'oppressione simbolica si congiungono accumulandosi nella privazione della voce, cioè nella esclusione degli individui dallo spazio pubblico discorsivo. In questa sfera poter prendere parola è espressione di un potere, di un privilegio. Usare l'espressione «dare voce a chi non ha voce» dà dunque a intendere, paradossalmente, che si fa propria questa gerarchia discorsiva e sociale: nel dare voce viene riaffermato lo scarto, mentre la relazione strutturale di disuguaglianza non è messa in questione.
Vi è poi un'ulteriore ambiguità. Dare voce ai senza voce si traduce spesso nel voler prestare loro la propria voce. Operazione spesso illusoria e ingenua. Chiunque si propone di parlare per altri, specialmente quando questi sono i meno favoriti, «gli ultimi», s'impegna inscindibilmente a rappresentarne i bisogni, le intenzioni, la situazione, meglio ancora, a dire chi in realtà essi siano. Il significato di questa rappresentazione non è isolabile dalla posizione sociale di chi presta la voce. E così, in questa «parola per procura», si maschera la collocazione socio-culturale di chi li interpreta. Non è raro, infatti, che i «senza voce» diventino nient'altro che il riferimento simbolico necessario per le mille agende di chi la voce ce l'ha. Nella sfera discorsiva pubblica, chi parla, di chi si parla o si può parlare, persino chi ascolta, sono il risultato di precise scelte e tensioni politiche. Molto spesso le pur buone intenzioni individuali non tengono conto di questa relazione tra contesto discorsivo, relazioni di potere ed effetti pragmatici.
Dall'altra parte, occorre tener presente che «voce» rinvia non tanto a un contenuto detto, ma al dire, cioè a quell'atto che manifesta l'unicità di ogni persona; ciò che mi costituisce come persona è la mia capacità di poter parlare, il mio essere di parola. Pensare che i meno privilegiati non abbiano voce equivale a non riconoscere loro lo statuto di «io parlante», cioè di essere umano in senso pieno, di essere capace di parola. Ma esprime anche una distanza esistenziale: è sufficiente frequentare un tempo minimo i «senza voce» per rendersi conto che la voce, invece, ce l'hanno; solo che nessuno spende tempo o interesse nell'incontrarli e nel tacere per ascoltarli. Spesso sono voci che disturbano, mettono in crisi, rivelano il punto di vista scomodo, molteplice e complesso di chi subisce la violenza e l'esclusione.
Se invece assumiamo che ogni uomo e donna ha la propria voce, vale a dire è capace di prendere parola su di sé e sul mondo - che sia una parola liberante o acritica poco importa a questo livello -, il problema non sarà più di dare loro voce, ma di ascoltarla, di dialogare con essa e di creare le condizioni perché ciò possa accadere. Sarà necessario parlare «con loro», piuttosto che parlare «di loro» o «per loro». La gerarchia discorsiva sarà sovvertita e contestata proprio già dal riconoscere l'atto di parola di coloro che sono stati considerati privi di voce.
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