Le ultime case di Nebek, un'ottantina di chilometri a nord di Damasco, scompaiono all'orizzonte mentre la strada si inoltra tra le pietraie del deserto. Mulinelli improvvisi sollevano la polvere fino al cielo. Poi, improvvisamente, la strada finisce, per dare spazio a pareti di roccia. Davanti a noi uno stretto sentiero si inerpica zigzagando sulla montagna. Seguendone il percorso riusciamo a distinguere, a oltre 1.300 metri di altitudine, una costruzione, così perfettamente integrata tra le rocce della montagna da farne quasi parte. È un monastero. Ci vuole una mezz'ora per salire i 400 gradini e arrivare a una minuscola porta di ingresso, non più di un metro di altezza per un'ottantina di centimetri di larghezza, l'unica apertura presente nel muro dell'edificio. Piegati quasi in posizione fetale ci infiliamo nel cunicolo per risorgere all'interno di un piccolo cortile. Siamo al monastero di Mar Musa el Habashi, San Mosé l'Abissino, nato come laura (organizzazione monastica bizantina) di tipo palestinese nel VI secolo e abbandonato nella seconda metà del XVIII secolo.
DECLINO E RINASCITA
Situato sul confine linguistico tra aramaico e arabo e collegato alle vie di pellegrinaggio verso Gerusalemme, il monastero era sorto per iniziativa di alcuni monaci che lo avevano creato sul luogo di un'antica torre di avvistamento romana. Deve il suo nome a san Mosé l'Abissino, il figlio di un re di Etiopia che aveva rifiutato il regno paterno per consacrarsi al Regno di Dio, e che era passato da queste parti prima di patire il martirio per mano dei soldati bizantini. In una zona desertica e punteggiata da grotte abitate da eremiti arabi o arabizzati (come testimonia un'iscrizione del 1058 su un muro della chiesa: «In nome di Dio clemente e misericordioso, del Messia, della Madonna e di Mosè abbiamo finito di costruire questa chiesa»), la vita nel monastero era proseguita fino al XVIII secolo quando, con le nuove migrazioni verso l'Occidente e il cambiamento del modo di vivere, che non concepiva più lo stile di vita del deserto, era iniziato il lento declino, e il luogo era diventato rifugio per briganti e pastori.
Abbandonato per quasi due secoli ai vandali e all'incuria, esposto a vento e pioggia e destinato a una lenta distruzione, questo edificio è rinato a nuova vita grazie a Paolo Dall'Oglio, vulcanico gesuita romano, classe 1954, ex-scout e «contestatore», laureato a Napoli in lingua araba e in teologia alla Gregoriana con una tesi su La speranza nell'Islam. È lui stesso a raccontare, seduto per terra alla maniera araba: «Ho vissuto negli anni della contestazione studentesca e da anima inquieta, sempre alla ricerca di un significato forte da dare alla mia vita. Dopo essermi impegnato su vari fronti, nel 1975 sono entrato nella Compagnia di Gesù. Ero già affascinato dal mondo arabo, con cui avevo avuto un primo contatto durante un viaggio in Siria compiuto via terra da studente e un pellegrinaggio in Terra Santa. Chiesi di essere inviato al mondo islamico e nel 1977 l'allora Padre Generale Pedro Arrupe mi accontentò inviandomi a Beirut a studiare. Là il mio superiore era Peter-Hans Kolvenbach, l'attuale Generale. In Libano mi scontrai con la realtà mediorientale. Dopo gli studi di teologia in Italia, nel 1980 ero a Damasco a studiare l'arabo».
Il racconto di padre Paolo si fa sempre più coinvolgente e personale: «In quel periodo mi capitò tra le mani una vecchia guida della Siria e lessi di questo luogo, dell'antico monastero e delle tante grotte che avevano ospitato numerosi eremiti. Decisi di venire qui a fare i miei esercizi spirituali annuali. Con lo zaino in spalla arrivai alla piccola porta. Era ormai quasi buio. La prima cosa che feci fu varcare la soglia della chiesa e subito sentii su di me lo sguardo dei santi raffigurati negli affreschi (la chiesa del monastero è decorata da magnifici affreschi risalenti all'XI e XIII secolo, ndr). Alzai gli occhi e vidi il cielo stellato che mi sovrastava: il tetto non c'era più, crollato chissà quando. Fu un amore a prima vista. Sentii di essere giunto alla meta, nel luogo prescelto per me in questo arido deserto custode delle storie di tanti eremiti. Terminati gli esercizi, lasciai Deir Mar Musa sapendo che quello non era un addio».
ANDARE «PRESSO I TURCHI»
Sono passati 25 anni e a Deir Mar Musa molte cose sono cambiate. Padre Dall'Oglio ha mantenuto la promessa fatta a se stesso. Ordinato sacerdote nel 1984 a Damasco nel rito siriaco (appartiene alla Provincia dei gesuiti del Vicino Oriente), si è subito attivato per restaurare e far rinascere il monastero. Dal 1991 a Deir Mar Musa è stata ricostituita una comunità monastica autonoma, maschile e femminile, improntata al dialogo interreligioso, una realtà viva nel panorama mediorientale che cerca di dimostrare che cristiani e musulmani possono vivere insieme.
«Il nostro - spiega il gesuita - non è che un piccolo gruppo di compagni, uniti dal desiderio di essere seguaci di un Cristo che ha amato tutti, senza distinzioni religiose». La comunità porta il nome di Al-Khalil, che significa «l'Amico di Dio, Abramo», e nel 2006 ha ricevuto il nihil obstat dalla Congregazione per la dottrina della fede per l'approvazione canonica da parte della diocesi siro- cattolica di Homs, che ha giurisdizione sul monastero. Le costituzioni (o «regola») della comunità, che oggi può contare su due monasteri ma spera di poterne fondare altri, contemplano il «consacrare se stessi all'amore di Gesù di Nazareth per i musulmani e per l'Islam: amore di speranza, rispetto, benevolenza, un amore che deve essere un discernimento teologico sul ruolo dell'Islam in prospettiva escatologica ». Intenzioni che si sposano perfettamente con il desiderio di sant'Ignazio espresso nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù, dove si sottolinea la piena disponibilità a recarsi in qualsivoglia Paese il romano pontefice vorrà inviare i gesuiti: «anche presso i turchi».
I membri della comunità sono sette, cattolici e ortodossi, uomini e donne, e, oltre ai due monasteri di Mar Musa e Mar Elian (situato a Qaryatayn, a 50 chilometri da Deir Mar Musa), contano uno studentato a Cori, in Italia, dove vivono tre confratelli, allievi della Gregoriana.
Continua padre Dall'Oglio: «Nessuno rifiuta le proprie origini, ma vogliamo essere una comunità monastica cattolica di spirito ecumenico. Qui in Siria si pratica una larga ospitalità eucaristica tra cristiani. Cerchiamo di valorizzare le particolarità dell'esperienza e delle tradizioni altrui. La nostra vita monastica ha il suo punto di forza nel dialogo con la religione maggioritaria, l'Islam. Tre sono i nostri cardini: vita spirituale, lavoro manuale e ospitalità ». Il monastero è inserito in un ambiente palesemente arabo, e per meglio sottolineare questo aspetto la lingua ufficiale usata nella vita sociale e nelle funzioni religiose, a cominciare dalle preghiere del mattino, è l'arabo.
UNA GIORNATA AL MONASTERO
Nel frattempo a Deir Mar Musa, grazie ai tanti volontari organizzatisi in campi di lavoro, alla cooperazione tra lo Stato italiano e quello siriano negli anni Ottanta e al più recente aiuto dell'Unione europea, si è proceduto alla ristrutturazione dell'edificio: sono stati rifatti i tetti, consolidati i muri, aumentati gli spazi vivibili e avviata una notevole biblioteca che si arricchisce sempre più di preziosi volumi, sull'Islam e sul cristianesimo. Un bel libro fotografico di Ivo Saglietti (Sotto la tenda di Abramo. Deir Mar Musa el-Habasci, Peliti Associati, Roma 2004) ha documentato le fasi del restauro e della rinascita. I progetti in cantiere sono tanti, tra questi la costruzione di alcune case per famiglie a Nebek per arginare la piaga dell'emigrazione.
«La comunità è aperta a tutti - riprende il gesuita -, secondo il senso di ospitalità del nostro comune padre Abramo»: pellegrini in viaggio, giovani in cerca della loro identità, musulmani interessati o solamente curiosi, turisti e viaggiatori, tutti sono accolti. La minuscola porta che dà l'accesso al monastero è sempre aperta a chiunque voglia affrontare il sentiero per capire, approfondire la propria fede, meditare, leggere, o semplicemente vedere come vive una comunità che cerca di fare del dialogo interreligioso una parola concreta. Un thé caldo o un bicchiere di acqua fresca, il pranzo condiviso: tutti vengono accolti con senso di apertura e disponibilità.
Per chi vuole trattenersi qualche giorno e condividere la vita dei religiosi, sono a disposizione alcune stanze. La giornata inizia con la preghiera e la catechesi monastica delle 7.30. Tra i diversi impegni della routine quotidiana spiccano la cura delle capre e la preparazione del formaggio. Con l'asino ci s'incammina lungo uno stretto sentiero che si incunea nella vallata alle spalle del monastero verso la montagna, quella montagna ricca di grotte che ancora oggi sono utilizzate dai membri della comunità nei giorni in cui si estraniano dal mondo (il «giorno di eremitaggio», in genere una volta alla settimana, o più giornate insieme al mese). Si va a prendere il latte e al ritorno si procede alla lavorazione. Studio, meditazione, scambi di opinioni, contatti con l'esterno riempiono la giornata. C'è chi pensa a preparare il pranzo, che si consuma tutti insieme.
Dopo il lavoro del giorno, al tramonto ci si riunisce di nuovo per la preghiera serale e la meditazione in silenzio. Segue l'eucarestia, celebrata secondo il rito siriaco, a piedi scalzi come in una moschea, seduti sul pavimento. I vespri del sabato preparano alla messa solenne della mattina domenicale. Tutto in arabo. Infine la cena, in genere verso le dieci di sera: inizia con una zuppa cucinata con le verdure coltivate in un piccolo orto. Alla zuppa seguono olive, formaggio di capra, pane, marmellata di albicocche preparata al caldo sole siriano nel monastero di Mar Elian. La giornata si chiude sulla terrazza, con un'ultima meditazione sotto il cielo stellato. Il cammino è ancora lungo affinché il dialogo islamo-cristiano diventi una realtà nella Chiesa, ma a Deir Mar Musa si va avanti fiduciosi. Giù in basso, alla fine della strada, ecco l'ultimo «segno»: una struttura aperta chiamata «tenda di Abramo», all'interno della quale si possono riunire gli appartenenti alle diverse religioni e che il venerdì, giorno di festa, viene utilizzata dai musulmani che arrivano fin qui: «Pregare insieme è possibile », dice salutandoci Paolo Dall'Oglio.
Dal deserto a Milano
Paolo Dall'Oglio interverrà nell'ambito del ciclo di incontri promossi da Popoli, dal titolo «Contro l'identità contro». Il 7 novembre, presso l'Auditorium della Fondazione Culturale San Fedele, a Milano (Via Hoepli 3/b), il gesuita si confronterà con Camille Eid, scrittore e collaboratore di Avvenire, e Michele Serra, editorialista di Repubblica, sul tema «Noi e l'Islam» (per info: tel. 02.863521, www.popoli.info). |
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