Presentata alla 64ª Mostra del cinema di Venezia, dove le è stato assegnato il premio per la miglior sceneggiatura, l'ultima realizzazione di Ken Loach (nelle sale italiane dal 28 settembre) è un ritorno, dopo alcuni film più intimisti o storici, a una delle tematiche più care al settantunenne regista britannico: il mondo del lavoro. Angie, la protagonista di In questo mondo libero..., trentenne che lavora in un'agenzia interinale, dopo essere stata licenziata decide di aprirne una propria, specializzata in fornitura di lavoro temporaneo a immigrati, insieme alla sua amica Rosie. All'inizio in modo non del tutto rispettoso delle regole, ma con l'intenzione, appena l'attività avesse funzionato, di regolarizzarsi. Entrerà, però, in un vortice di irregolarità e violenze da cui sarà molto difficile uscire.
Da Terra e libertà, film sulla guerra civile spagnola (1936-1939), in cui persone provenienti da tutta Europa combattevano il franchismo, a In questo mondo libero..., in cui libertà (di lavoro) è sinonimo, più che di flessibilità, di estrema precarietà sociale, sembra che l'amarezza del regista si sia fatta più radicale. È scomparso il contrappunto scanzonato di opere come Riff Raff, in cui l'affetto per i personaggi alleggeriva i toni dell'accusa; qui l'ironia resta, appunto, solo nel titolo. Lo spaccato della società inglese, che sembra potersi applicare a tutta l'Europa, è sconfortante: vi contribuiscono una fotografia che non conosce luminosità calde e una distanza fisica della macchina da presa dai personaggi che dice molto sul distacco del regista da tutto ciò. Loach insiste sull'impossibilità di rispettare le regole, impossibilità resa imprescindibile dal tipo di evoluzione della società e che riguarda tutti, senza distinzione di ceto: tocca l'imprenditore come l'immigrato clandestino. L'irregolarità, che diventa assenza di garanzie, di tutele, di diritti, che oltre alla sfera sociale toccano, poi, anche la morale, porta a un imbarbarimento collettivo fortemente contagioso e che non fa distinzioni tra padroni e lavoratori. È riduttivo, quindi, classificare il film come un'opera sullo sfruttamento della manodopera dell'Europa dell'est, perché questa non è altro che un anello della catena destinato a rimanere ultimo, e solo per poco. L'impressione è quella che la lotta tra poveri - o meglio, tra chi povero è diventato di recente - si alimenterà sempre di guerre a quelli ancora più poveri, in modo da non esaurirsi mai, in modo da avere sempre una giustificazione di esistere.
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