La Sete di Ismaele - novembre 2007
Paolo Dall'Oglio, gesuita, vive da oltre vent'anni nel monastero siriano di San Mosè l'Abissino, a Deir Mar Musa. La sua comunità, formata da monaci e monache, è impegnata nel promuovere relazioni positive tra cristiani e musulmani.

Incontrare Abramo in Nuova Zelanda

Paolo Dall'Oglio S.I.
Gesuita del Monastero di Deir Mar Mousa (Siria)

Ho partecipato a un simposio ad Aukland (Nuova Zelanda), organizzato da una neonata agenzia dell'Onu: «L'Alleanza delle Civiltà ». La riunione era dedicata all'area Asia-Pacifico e la priorità era quella della relazione tra l'Islam e «gli altri»: in Cina, in India, in Indonesia, ecc. Il primo ministro, una donna, ha condotto i lavori con attenzione e spirito d'ospitalità. Molti hanno sottolineato le diversità tra comunità musulmane e criticato la massificazione antimusulmana e l'amalgama panterrorista. Ministri ed esperti hanno esposto le diverse problematiche e le politiche adottate, sempre un po' con l'aria di voler disinnescare la bomba musulmana.

Ho parlato, subito dopo, con un simpatico cattolico cinese, ministro della gioventù di Singapore. Ho detto che è difficile parlare di «alleanza di civiltà» in una condizione di ingiustizia tra civiltà, di supremazia militare di alcune su altre, di discriminazione nucleare. L'alleanza delle civiltà abbisogna di democrazia globale, dove le molteplici identità possano essere rappresentate ed esprimersi slegate dai ceppi nazionali, di regime e d'appartenenza per nascita: alla «Camera dei Lord» dell'Assemblea generale dell'Onu occorre affiancare una «Camera dei Comuni mortali». Ho raccontato che volando da Damasco m'ero fermato a Dubai nel Golfo Persico e che, a sera, ero entrato piamente in una moschea. Ci saranno state per la preghiera cinquanta persone d'Asia, d'Africa e d'altrove: umile estasi d'umana universale adorazione! Che lo lasciassero dire a me, che sono «cattolico»: i musulmani costituiscono una sola Comunità e un fermento d'unità nella giustizia del genere umano. La coscienza della fraternità musulmana deve diventare un dono, non essere percepita come un pericolo. Ho poi portato l'esempio del progetto del Cammino d'Abramo: educativo, interreligioso, eco-culturalespirituale, da Harran, in Turchia, a Hebron-Khalil, in Terra Santa, passando per la Siria, la Giordania e la Gerusalemme d'Israele e di Palestina (www.abrahampath.org). Vista dalla lontana Nuova Zelanda (l'ultima stazione dell'autobus, come dicono loro), la regione mediorientale, comprendente la Mecca e Gerusalemme - legate alla memoria dell'intercessione del Patriarca comune -, appare come un significativo tutt'uno, un unico corpo simbolico al quale si rivolgono con pia nostalgia gli sguardi di tre quinti dell'umanità. Anche i «non abramitici» dell'Asia riconoscono che laggiù è avvenuto qualcosa di centrale nella storia religiosa umana e i loro giovani verranno volentieri a camminare con quelli delle tre tradizioni abramitiche sulle tracce del Patriarca.

Ho chiesto a uno storico neozelandese se gli ebrei del suo Paese avessero il sentimento d'una diaspora «fino alla fine del mondo», alle isole più lontane, annuncio d'un messianico ritorno. Ha sorriso dichiarandosi ebreo egli stesso, aggiungendo che alcuni dei maori, nativi cristianizzati, ritengono d'essere i discendenti d'una tribù d'Israele scomparsa! Lì ho capito perché anche gli amici brasiliani si interessano tanto ad Abramo. Più vai lontano, più il campo spirituale abramitico s'allarga. Tornato nel deserto siriano, ho fatto felice un pellegrino neozelandese invitandolo a condividere con la comunità il salmone affumicato, i formaggi di capra e i mieli di foresta portati da laggiù.

© FCSF - Popoli
 

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