L'ultima Parola - novembre 2007
Silvano Fausti, gesuita, vive nella comunità milanese di Villapizzone, insieme ad altri confratelli e ad alcune famiglie. Dedica la sua vita allo studio della Parola e alle lectio divina per gruppi. Autore di vari libri, dal gennaio 2007 tiene su Popoli una rubrica fissa, dedicata a riflessioni su Vangelo e missione.

La messe e gli operai

Silvano Fausti S.I.
Biblista e scrittore

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi
(leggi
Luca 9,1-6 e Luca 10,1-24)

Luca, attento a evitare doppioni, è il solo evangelista che fa due racconti di missione. Vuol mostrare che ogni missione deve essere come quella di Gesù, il Figlio che si fa fratello di tutti. Il secondo racconto (Lc 10,1-24), più dettagliato del primo (Lc 9,1-6), è una miniera di informazioni. Ne evidenziamo alcune. Oltre ai primi dodici apostoli, Gesù invia altri 72 discepoli. Discepolo è colui che impara a fare come il Maestro. Infatti, l'invio avviene dopo i tre doni che rendono simili a lui: la libertà dalla schiavitù a cose, a persone e al proprio io (Lc 9,57-62, cfr Popoli 10/2007). Settantadue, secondo gli antichi, è il numero dei popoli della terra: la missione del Figlio è per tutti e per sempre. Sono inviati a due a due, non da soli. Devono testimoniare la fraternità: dove sono due c'è l'Amore che li unisce. E sono inviati «davanti al Volto»: nella missione è il Signore stesso che viene a giudicare e salvare (cfr Ml 3,1ss). Vanno in ogni città e luogo dove, nel loro annuncio, viene Colui il cui nome è «sta per venire»; e viene ovunque è accolto nei suoi testimoni.

Gesù diceva, e dice ancora: la messe è molta. Il grano è abbondante e maturo; bisogna raccoglierlo, altrimenti marcisce. Ogni uomo da sempre è maturo per diventare pane di vita, altrimenti fermenta di morte. Non bisogna aspettare tempi migliori. Il problema non riguarda la messe ma il mietitore, non l'evangelizzando ma l'evangelizzatore. La messe è già del Signore. Bisogna pregare perché anche il mietitore sia del Signore della messe. Finalmente stanato dalle sue schiavitù, diventi un operaio capace di fare la stessa opera del Figlio e del Padre: amare i fratelli.

L'espressione «agnelli in mezzo a lupi» dà il colore della missione. La pecora, animale umile e utile, dà cibo e vestito sia in vita che in morte. I discepoli sono come l'Agnello immolato e vittorioso, che svela il segreto della storia (Ap 5,1ss): vince il male, rappresentato dal lupo, con il bene (Rm 12,21). L'Agnello è Signore della vita perché dà la vita e libera dalla morte. L'agnello non perde mai le sue qualità: anche un miliardo di agnelli non mangiano il lupo, ma sono mangiati. Il discepolo, come il Maestro, non possiede cose o persone. La povertà è condizione per essere come l'Agnello: amore che dà se stesso. Torneremo ancora sull'argomento, cuore della missione.

Chi si presenta in povertà, si pone nella necessità di essere accolto. E chi lo accoglie, realizza il Vangelo: diventa figlio di Dio perché accoglie il fratello. Per questo la povertà è l'unico - potente e astuto - mezzo apostolico: è l'amore che si espone per essere accolto. Ma può anche essere rifiutato. Nel rifiuto però l'apostolo non fallisce, bensì compie la sua missione: fa ciò che dice. Diventa come Gesù, che sulla croce ha testimoniato un amore più forte della morte. Ha dato la vita a chi gliel'ha rubata, si è addossato il suo male senza restituirlo, è morto per chi l'ha ucciso. Solo in lui scopriamo chi è Dio e chi siamo noi: lui è uno che ama così e noi siamo amati così!

Per questo i discepoli, rifiutati, non rifiutano chi li rifiuta. Annunciano il regno e, scuotendo i sandali, rendono visibile il grande male: non accogliere gli inviati è non entrare nella terra promessa, che è la fraternità tra i figli di Dio. La ferita del rifiuto cade sul rifiutato. I discepoli, rifiutati, diventano uguali al Figlio: amano i fratelli con lo stesso amore incondizionato del Padre. Gesù ricorda le città che non l'hanno accolto e dice: «Ahimè per voi». Non dice: «Guai a voi». Sente lui il male che si fa chi lo rifiuta. La croce è l'«ahimè» di Dio per il male del mondo. Lui, che ci ama, sente il nostro male. Si è fatto maledizione e peccato per noi: è sprofondato nell'inferno del peccato e della morte per salvarci.

© FCSF - Popoli
 

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