Cammini di giustizia - dicembre 2007

Etiopia
Ogaden, la guerra sotterranea

Regione a maggioranza somala, è terreno di scontro fra truppe etiopi e indipendentisti. La popolazione è allo stremo, ma gli allarmi della cooperazione internazionale cadono nel vuoto. Specie da quando le multinazionali hanno iniziato a cercare petrolio e Addis Abeba è diventata il migliore alleato degli Usa

Emilio Manfredi
ADDIS ABEBA (ETIOPIA)

Yousuf fa le abluzioni che precedono la preghiera del tramonto, aiutandosi con un secchio d'acqua. È seduto su uno sgabello davanti al suo bar nel Somali Safar, il quartiere somalo di Gode, una cittadina polverosa nell'estremo sud dell'Etiopia. Un frigorifero nuovo di zecca, poche sedie di plastica sistemate tra la sabbia rossa e l'immondizia. E una scritta, «Welcam, bibito», dipinta a mano su una costruzione di lamiera tenuta insieme da bastoni di legno, con cui Yousuf fa pubblicità alla sua attività. Questo è tutto ciò che il commerciante possiede. Un'enorme stereo cinese diffonde versetti del Corano, facendo concorrenza al muezzin che, dalla vicina moschea, invita i fedeli alla preghiera serale. Accanto al bar, una decina di donne somale, sedute per terra, vendono al dettaglio l'olio proveniente dagli aiuti alimentari. «Tutto ciò che si trova sul mercato di solito arriva dalla Somalia di contrabbando o attraverso gli aiuti alimentari internazionali. Da Addis Abeba non è mai arrivato quasi nulla », racconta l'uomo.

REGIONE CONTESA
Somali region, Ogaden, Region 5: sono molti i nomi per definire una regione remota e poco popolata dell'Etiopia al confine con la Somalia, contesa tra i due Paesi e abitata quasi esclusivamente da pastori nomadi di etnia somala. Una terra di frontiera, aspra e desertica, senza traccia di strade asfaltate, salita alla ribalta internazionale una sola volta, alla fine degli anni '70: in quel periodo scoppiò una guerra tra dittature, la Somalia di Siad Barre e l'Etiopia di Menghistu, che se ne contendevano il possesso. Dopo quel conflitto (vinto da Addis Abeba), sull'Ogaden è calato il silenzio dei media. Eccezion fatta per alcune stagioni particolarmente difficili, in cui questa zona (in deficit cronico d'acqua) viene sconvolta dalla siccità. Allora muoiono prima gli animali e poi la popolazione, dipendente dalle bestie perché dedita alla pastorizia e spesso nomade. Solo in caso di nefaste casualità, dunque, si accendono i riflettori su questa zona cuscinetto, stretta tra l'altopiano etiope e la Somalia di Mogadiscio ancora sconvolta dal caos, a cui la popolazione si sente legata, per omogeneità etnica e commerci.
Per chi arriva in Ogaden, la complessità del quadro appare subito evidente. Si atterra in un aeroporto militare, sottoposto a controlli accurati, in cui i soldati parlano una lingua diversa dalla popolazione civile, con cui non si mescolano. «Sono highlanders, gente dell'altopiano. Non sono somali - racconta Ahmed, un autista, mentre sorseggia un caffè -. I militari stanno chiusi nei campi, non hanno contatti con la popolazione locale. Escono soltanto per effettuare operazioni contro l'Onlf», il Fronte nazionale di liberazione dell'Ogaden, un gruppo ribelle che da anni si batte per l'indipendenza di questa regione.
L'Ogaden è una terra arida, ma si ipotizza sia ricca di risorse del sottosuolo: greggio ma anche gas naturali. Negli ultimi anni diverse compagnie petrolifere straniere (in modo particolare cinesi e malesi) hanno raggiunto accordi con il governo centrale etiope per la trivellazione. Sono iniziate esplorazioni in profondità, per verificare le reali potenzialità del sottosuolo, in campi petroliferi a massima sicurezza, controllati dall'esercito etiope. L'Onlf non ha gradito e ha minacciato il governo di Addis Abeba e le multinazionali, chiedendo l'immediata interruzione delle esplorazioni: «Non permetteremo che vengano sfruttate le risorse naturali, senza che i guadagni arrivino alla nostra popolazione, che vive in condizioni di estrema povertà», hanno dichiarato i responsabili del gruppo armato. I lavori sono continuati e nello scorso aprile è arrivata la risposta dell'Onlf. Dopo anni di guerriglia a bassa intensità, i ribelli hanno attaccato un campo di esplorazione petrolifera gestito da una compagnia cinese nei pressi di Obole, uccidendo 77 persone, per la maggior parte etiopi.

UNO SCONTRO CERCATO
Immediatamente, Melles Zenawi, il primo ministro etiope, ha dato il via a una escalation militare durissima per sconfiggere i ribelli. I combattimenti hanno compromesso l'arrivo di derrate alimentari nella regione, già di per sé carente di risorse alimentari, e sul governo etiope hanno cominciato a piovere accuse molto gravi: stando al grido d'allarme lanciato dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), un disastro umanitario sarebbe in corso nel Corno d'Africa. «Dallo scorso giugno le truppe etiopiche stanno distruggendo villaggi e proprietà, confiscano mandrie e costringono i civili ad abbandonare le proprie case - afferma Peter Takirambudde, direttore di Hrw-Africa -. Qualunque sia la strategia militare, questi abusi violano le leggi di guerra ». Sempre secondo Hrw, decine di civili sono stati uccisi solo perché sospettati di simpatizzare con i ribelli. Stando a testimonianze raccolte tra la popolazione, molti villaggi sarebbero stati saccheggiati.
Il rapido deterioramento della situazione umanitaria ha richiamato l'attenzione della comunità internazionale. Recentemente una missione delle Nazioni Unite ha visitato l'Ogaden. A sentire i membri del team dell'Onu, i combattimenti hanno ridotto le scorte alimentari e fatto impazzire i prezzi del cibo. «È urgente: bisogna creare le condizioni per far arrivare cibo e medicinali alla regione - ha dichiarato la squadra di esperti -. La gente ha paura per la propria sicurezza e ci sono timori circa il rispetto dei diritti umani nell'area».
L'Onlf ha rincarato la dose, accusando il governo etiope di avere volutamente creato una crisi umanitaria. «Il governo punisce i civili nell'Ogaden, li accusano di spalleggiarci. Le regioni in cui hanno attaccato la popolazione civile sono tuttora sigillate, vietate persino alla missione Onu». Accuse che il governo etiope nega, definendole «prive di fondamento ». «C'è un problema umanitario a cui stiamo facendo fronte - ha dichiarato Bereket Simon, il consigliere per i media del primo ministro Melles Zenawi -. Il resto sono solo i deliri di un gruppo di terroristi». Evidentemente Addis Abeba considera i terroristi anche gli operatori umanitari della Croce rossa internazionale, visto che ha imposto loro di interrompere le operazioni nella regione. «Appoggiavano i ribelli dell'Onlf », è stata l'accusa che ha portato all'espulsione dell'Ong dalla regione.
La situazione dell'Ogaden è sembrata assolutamente normale a Jendayi Frazer, sottosegretario di Stato Usa con delega per l'Africa, che recentemente è stata in Ogaden: dopo aver difeso le posizioni del governo etiope, la Frazer ha aggiunto: «Le truppe etiopiche non stanno uccidendo civili nella regione. Stanno solo cercando di fermare i ribelli dell'Onlf. L'Etiopia ha pur diritto di difendersi». Seduta davanti a un rifugio di fortuna assieme ai suoi quattro figli, Awa cucina il pane. Intorno, altre centinaia di tende abitate dalle migliaia di profughi che, come lei, sono arrivati negli ultimi mesi nella città portuale di Bosaso. Infatti, qualunque cosa stia succedendo nell'Ogaden, la popolazione continua a scappare. «Stanno cercando di eliminarci - sostiene la donna, 35 anni -. I militari bruciano i villaggi, violentano le donne, rapiscono i bambini. Non si poteva più vivere da quelle parti». I campi profughi alla periferia di Bosaso sono ogni giorno più affollati, così come i barconi di legno che salpano dal porto ogni notte, stipati di disperati che cercano una nuova vita dall'altro lato del mare: Yemen, Arabia Saudita, più in là ancora, l'Europa.
Ibrahim osserva pensieroso il porto di Bosaso, all'imbrunire. È intimorito, tanta acqua assieme non l'aveva mai nemmeno immaginata. «Spero che la situazione in Ogaden migliori, e di poter tornare al mio villaggio molto presto. Ma per ora è meglio andare lontano, provare ad attraversare questo mare».

© FCSF - Popoli
 

Torna al sommario